Domenico Sigalini *

– L’esperienza che ciascuno di noi fa è quella di una Chiesa locale. Noi adulti abbiamo dimenticato il concilio ecumenico Vaticano II e i giovani non hanno potuto conoscerlo, soprattutto riguardo a questo tema. Il soggetto che per la potenza dello Spirito porta salvezza al mondo è la Chiesa particolare; il soggetto è sempre la Chiesa diocesana, in comunione con il papa. Una Chiesa ha bisogno di tutti: ha bisogno di specialisti, di gruppi di approfondimento, ma il soggetto della speranza di cui parla Pietro è la Chiesa, popolo di Dio che abita in un territorio con il suo vescovo. Allora vale la pena ripensare tutta la nostra pastorale o la nostra passione evangelizzatrice rimettendo a fuoco il soggetto; ne nascono così non solo energie nuove, ma coscienza vera dell’essere la Chiesa di Cristo, dell’ancorarci nella memoria autentica per non vendere speranze spente. Dice infatti il concilio che le Chiese particolari «sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio con la virtù dello Spirito Santo e con grande abbondanza di doni. In esse con la predicazione del vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore affinché per mezzo della carne e del sangue del Signore siano strettamente uniti ai fratelli della comunità. In ogni comunità che partecipa all’altare, sotto la sacra presidenza del vescovo, viene offerto il simbolo di quella carità e “unità del Corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza”. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo in virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Infatti, la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo, altro non fa, se non che ci mutiamo in ciò che prendiamo» (LG 44). Per il fatto che la Chiesa particolare altro non è che l’evento e la concentrazione della Chiesa universale, si può ben comprendere come gli elementi costitutivi intrinseci non possono essere altro che quelli che conosciamo come tale per la Chiesa in sé stessa: la Parola, i sacramenti, l’Eucaristia, i doni dello Spirito, la koinonia. Ma l’accento su questa realtà non ci deve assolutamente far pensare a qualcosa di funzionale. La Chiesa universale non è una federazione di Chiese particolari, noi non siamo divisi come nello stato in regioni, province e comuni, ma viviamo il tutto nella parte per la misteriosa e profonda unità che ogni Chiesa particolare ha con lo stesso corpo di Cristo, così che il particolare non ha senso né valore fuori dell’universale e questa Chiesa particolare in unione con il papa ha già in sé il tutto del mistero del popolo di Dio, pur essendone una porzione.

Per vivere fino in fondo e in pienezza questa vocazione ci ancoriamo agli elementi che caratterizzano la Chiesa locale.

La cattedra

In ogni Chiesa particolare c’è una cattedra, e per custodirla ed esaltarla nella sua funzione si costruisce una cattedrale. La cattedra è simbolo dell’insegnamento. Tale, quindi, è la funzione primaria del vescovo. Ciò che interessava in primo luogo i padri della Chiesa era il dovere di ascoltare la parola di Dio e come capire spiritualmente il logos di Dio che s’incarna sotto la specie delle parole umane. Questa funzione, infatti, Gregorio la rivendica come propria: «Sono servo del Verbo, attaccato al ministero della parola; che io mai acconsenta ad essere privato di ciò. Questa vocazione, io la apprezzo e la gradisco e mi dà più gioia di tutte le delizie che un uomo comune potrebbe mettere insieme» (Or 6,5). Predicare la fede cristiana dalla cattedra vuol dire insegnare ciò che dice Dio agli uomini, è essere profeti. I profeti dominavano la vita religiosa nell’Antico Testamento. Agli inizi della Chiesa cristiana, san Pietro assicura i fedeli: «Voi siete figli dei profeti» (At 3,25). La profezia vera deve tornare ad abitare la Chiesa e il suo primo passo deve avere spinta dalla cattedra. Le cattedrali in sé stesse nella loro costruzione, nella esaltazione della storia della salvezza fatta con gli elementi architettonici, pittorici, scultorei sono un’esplicazione della fede, sono il dispiegarsi armonioso della cattedra del vescovo, della grande missione che la Chiesa particolare ha di insegnare e di aiutare a incontrare e vivere la parola di Dio, di mettersi in ascolto dello Spirito, di lasciarsi di nuovo rigenerare alla fede dal Dio Padre, di farsi salvare dal Figlio e di farsi illuminare dallo Spirito. Abbiamo bisogno di simboli e soprattutto di bellezza. È soprattutto a questa bellezza che noi vogliamo accostarci entrando nelle chiese, che oggi forse sono più povere, per celebrare le nostre liturgie. Da questa bellezza è attratta ogni persona, credente o non credente, perché è di ogni uomo accostarsi al mistero e contemplarlo, sentirsi amato e accolto: è la condizione per riuscire a vivere e imparare a offrire speranza ai fratelli.

La Chiesa è madre

Non ci sarebbero ascoltatori della Parola che salva, e non invece di una informazione che incuriosisce, se la Chiesa non fosse madre dei cristiani, non desse alla luce della fede sempre nuovi figli. L’altro luogo decisivo di una Chiesa è il fonte battesimale. La Chiesa è «madre» che genera. «Mediante la carità, la preghiera, l’esempio e le opere di penitenza, la comunità ecclesiale esercita anche una vera azione materna nei confronti delle anime da condurre a Cristo. Essa infatti viene a essere, per chi ancora non crede, uno strumento efficace per indicare o agevolare il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa; e per chi crede è stimolo, alimento e sostegno per la lotta spirituale» (PO 6). Nel contesto della funzione che i presbiteri hanno di edificare la comunità cristiana, il passo citato illustra la funzione materna della comunità prima di tutto in rapporto all’origine della vita cristiana, e in seguito in tutto l’itinerario vitale. La generazione è compito di tutta la comunità cristiana, dell’azione di tutti i suoi membri: costoro da «figli carissimi» diventano collettivamente soggetti che rendono possibile ad altri di incontrare Cristo. È una maternità che non si attua semplicemente mediante la predicazione e i sacramenti: riguarda tutta la vita. Ogni cristiano nella vita quotidiana è formatore/generatore alla fede, per la forza indispensabile dello Spirito. A questo compito generativo alla fede della Chiesa tutti i cristiani sono chiamati a dare il proprio indispensabile contributo. Il fonte battesimale ci ricorda sempre che siamo chiamati a un percorso di generazione della fede da offrire.

Oggi è reso ancora più evidente dalla necessità del primo annuncio, che può seguire questo percorso:

  • ricerca di punti di intersezione tra l’esistenza umana e il messaggio cristiano, anche se la fede non è mai puramente responsoriale alle attese dell’uomo. Siamo avvertiti che occorre superare il rischio di farsi catturare dalle attese, ma anche di non tenerne conto con la capacità di dire le verità di sempre con linguaggi comprensibili (esistenziali, difficili da trovare);
  • ricondurre alle questioni fondamentali dell’esistenza, anche a partire dalle domande più superficiali; le domande non sono buche che aspettano botole per essere chiuse, ma scommesse per far esplodere nuova vita;
  • assumere una prospettiva «narrativa» in grado di mostrare che l’incontro con Gesù dischiude orizzonti di esistenza compiuta;
  • coerentemente, proporre una morale positiva più che di divieti, e mostrare che la morale è la via a un’esistenza compiuta non effimera;
  • educare a pensare e quindi a dire le ragioni delle proprie opinioni (sviluppare il senso critico);
  • ridare spazio ai simboli (il simbolo richiede un riconoscimento e ha una capacità performativa);
  • curare i rapporti interpersonali che permettono di cogliere il valore esistentivo delle domande e di indicare quello delle risposte.

La Chiesa particolare ha un pastore e una guida: il vescovo

La dimensione che meglio qualifica un vescovo è proprio quella di essere successore degli apostoli e in quanto tale ogni vescovo è il rappresentante di Cristo nella propria diocesi, il suo prolungamento attraverso i secoli, la sua immagine vivente. Nel vescovo si incontrano e si fondono due elementi soprannaturali: l’uno, apostolico, che lo collega, attraverso il ponte della successione, agli apostoli, i quali hanno ricevuto la missione pastorale da Cristo, come Cristo dal Padre; e l’altro, pneumatologico, che collega il vescovo al Cristo glorioso che agisce mediante l’opera dello Spirito Santo. Il ministero episcopale è un servizio d’amore, che si accetta per amore e che trova il suo sostegno e il suo nutrimento nell’amore: amore di Dio e amore del prossimo. Il cuore di un vescovo è per Dio e per i fedeli a lui affidati. Il tempo di un vescovo è tutto per Dio e per i fedeli a lui affidati. Un vescovo dà cuore, mente, opere, pazienza e sofferenza per quanti sono a lui affidati. Nessuno deve mai sentirsi escluso dal cuore del proprio vescovo. Il vescovo è un padre che vive solo per i suoi figli. Il vescovo forma un tutt’uno con la sua Chiesa, con i suoi sacerdoti, con la sua comunità diocesana, come un padre fa un tutt’uno con la sua famiglia. Il vescovo è un padre che si prodiga per formare le coscienze, per far crescere nella fede e aiutare i figli a essere in grado di camminare nella vita spirituale con le proprie gambe.

La Chiesa locale è casa e scuola di comunione

Il principio base che fonda la vita di questa Chiesa locale non sono gli uffici di curia, non è la distribuzione capillare di presenze o incarichi, ma la comunione che è dono dello Spirito e impegno dei credenti. La comunione ha una sua espressione fondamentale che è la santa Eucaristia. Nella cattedrale un posto preminente accanto alla cattedra lo ha l’altare. Tutti gli altari sparsi nella diocesi si collegano all’altare della cattedrale, infatti, il vescovo li ha consacrati quasi come se fossero generati dall’unico altare del Signore, sul quale si celebra e si prepara l’unico sacrificio redentore di Cristo. Dall’altare della cattedrale partono i presbiteri ordinati dal vescovo per rendere presente nelle singole comunità il sacrificio redentore di Cristo. Questa realtà sacramentale si traduce nella quotidianità della vita della Chiesa con la sinodalità. Il nostro riflettere non può non giungere alla vita concreta dell’assemblea dei credenti. La concentrazione sui simboli ecclesiali sarebbe senza futuro, oltre che contro la verità rivelata, se desse anche solo lontanamente l’idea che il popolo di Dio venga azzerato da simboli sacrali, usati per fare da supporto a visioni assolutiste della Chiesa. La sinodalità della Chiesa locale è semplicemente il mostrarsi nelle sue dimensioni di popolo di Dio e nelle sue funzioni di governo, di celebrazione della liturgia, di offerta di magistero e di esemplarità nella carità I soggetti sono: il popolo di Dio, e non una Chiesa gestita da élite, il vescovo come figura di sintesi, il presbiterio, come tale che è molto di più della somma dei preti e che non deve rischiare di essere il grande assente del funzionamento sinodale. La sinodalità inoltre spinge la Chiesa a reinterpretare il funzionamento dell’istituzione entro la grande dimensione simbolica della logica eucaristica, come simbolo di ogni esperienza ecclesiale sia di governo, come di magistero e di servizio, utilizzando lo strumento del discernimento e dell’ascolto recettivo per ridirsi come Chiesa in quel luogo e in quel tempo, e assumendo la logica della inculturazione come modalità attraverso la quale la Chiesa abita nel suo istituirsi la comunità degli uomini, si confronta con le sue logiche e i suoi principi. Questo ci permette di fare cenno anche al mondo giovanile che ha una grande domanda religiosa, ma che rischia di non riuscire ad accedere alle proposte della Chiesa per mancanza di inculturazione, che è sempre frutto della risposta alle domande: che cosa offre di grande, di determinante, di significativo la Parola di Dio alla vita del giovane? Che cosa offre di bello, di concreto, di genuino, di nuovo la vita del giovane alla parola di Dio perché possa farsi carne nella sua vita? Oppure, che cosa offre di desolante perché possa trovare purificazione e salvezza? Qui affiora il tema della presenza e formazione del laicato: «Perciò i missionari, cooperatori di Dio, devono dar vita ad assemblee di fedeli, tali che, seguendo una condotta degna della vocazione alla quale sono state chiamate, svolgano le funzioni sacerdotale, profetica e regale, che Dio ha loro affidate. In questo modo la comunità cristiana diventa segno della presenza di Dio nel mondo: mediante il sacrificio eucaristico, infatti, essa passa incessantemente al Padre in unione con il Cristo, diligentemente nutrita della parola di Dio rende testimonianza del Cristo, cammina nella carità ed è ricca di spirito apostolico» (AG 15).

La sinodalità, come abbiamo imparato a dirci in questi ultimi anni, è mentalità da acquisire da parte di tutte le componenti della Chiesa. È un operare insieme: uomini e donne, a partire dalla componente umana delle persone; è anche un creare nuove forme di collaborazione tra comunità parrocchiale, quali le unità pastorali.

La Chiesa locale, proprio perché è la Chiesa di Gesù nella sua completezza è aperta alla missione universale 

Non vorremmo che posto l’accento sulla Chiesa locale si dia l’idea del localismo, della chiusura, del pensare in piccolo alle nostre questioni. La Chiesa locale non è esperta di «pastorale del bonsai», chiusa nel suo piccolo comodo e gratificante guscio, ma proprio perché è la Chiesa di Gesù unita al papa, si fa carico di tutte le altre Chiese, è aperta alla collaborazione, alla cooperazione. Non per niente ha ripreso slancio dopo il Concilio anche l’esperienza dei preti fidei donum. È compito della Chiesa locale non solo la cura delle anime, non solo la nuova evangelizzazione, ma anche la missio ad gentes. Già i documenti del Concilio erano espliciti in questo. Ogni Chiesa particolare raccolta attorno al suo vescovo è coinvolta nel compito missionario globale dentro e fuori i suoi confini, assunto da tutti i suoi membri e rivolto a tutti gli uomini. Ora siamo sfidati ad allargare la sinodalità anche a tutte le Chiese per viverne la portata universale non prima di allargare la sinodalità alle Chiese diocesane vicine o nella missione del contesto italiano ed europeo. Proprio perché non si ha come sguardo l’orizzonte di Dio, Chiese isolate non fanno mai missione, ma proselitismo.

Una Chiesa così può ben farsi carico della speranza per il mondo

In questa impostazione non è difficile pensare e crescere nella prospettiva di essere un popolo dove è legge dare la vita gli uni per gli altri, perché questo popolo [= la Chiesa] è guidato dalla certezza che alla fine ci sarà una sola graduatoria: quella della carità, quella di chi ha amato di più. Nella Chiesa non esistono scatti d’anzianità né di raccomandazione, ma soltanto scatti di carità: questo sarà l’esito finale! È questa Chiesa il vero popolo che aspetta, è un popolo che sa che il più bello deve ancora venire. Per questo in ogni Eucaristia la Chiesa grida questa speranza: «Annunciamo la tua morte, Signore! Proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta!».

Maranà thà è la più antica preghiera dei cristiani ed è la preghiera conclusiva dell’Apocalisse; è il messaggio di speranza che può portare a tutto il mondo, proprio a partire dal suo essere incarnata ed essere speranza in un territorio.

* Domenico Sigalini

Tratto da Orientamenti Pastorali 10(2025), EDB. Tutti i diritti riservati.