Rocco D’Ambrosio *
– A distanza di 17 secoli, leggendo del Concilio di Nicea – di cui abbiamo celebrato lo scorso anno il 1.700° anniversario –, fa un po’ impensierire quanto si scrive a proposito dell’azione e presenza di Costantino nell’assise episcopale. Oltre alla questione teologica suscitata da Ario, al relativo pericolo di scisma «c’erano altre questioni importanti da risolvere, specie quella della festa pasquale – affermano Bihlmeyer e Tuechle – Costantino decise di far dirimere la contesa da un Concilio di tutto l’impero […]. Costantino intervenne nell’assemblea [dei vescovi a Nicea, ndr] con la sua parola per raccomandare moderazione e concordia».[1] In termini moderni la chiameremmo ingerenza del potere temporale in quello religioso, in particolare ecclesiale.
Lungo i secoli, per svariati motivi, ogni potere ha avuto e ha a che fare con la dimensione religiosa e con le relative comunità di fede. Errori sono stati compiuti da una parte (civile) e dall’altra (ecclesiale, o religiosa in senso lato). Per fare chiarezza e porre qualche punto fermo, dobbiamo partire dalla lezione evangelica. Mi riferisco a quella sulla distinzione dei poteri: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21). La risposta di Gesù è virtuosamente tra due estremi: la teocrazia, con la sua tendenza a concepire e assorbire qualsiasi forma di potere nella sfera religiosa e, all’altro estremo, l’invadenza del potere politico nella sfera della libertà personale, specie religiosa.[2] Esistono poteri e poteri, ciascuno con il proprio ordine e prerogative a cui rispondere; tutti tra di loro autonomi.
Per quanto chiaro dal punto di vista dottrinale, il rapporto tra potere statale e potere ecclesiale cattolico pone, specie nell’ordinarietà delle scelte di entrambi, diversi problemi. Non è facile fare sintesi delle tante questioni, in Italia e nel mondo; tuttavia, ci sembra di poter individuare alcuni atteggiamenti che si ripetono, anche in contesti e tempi diversi tra loro, e minano la laicità del potere statale e la dignità di quello ecclesiale cattolico, nonché la loro reciproca autonomia e indipendenza. In particolare, mi riferisco a ingerenze, strumentalizzazioni, collaborazioni non chiare, cose da ascriversi, in diversi casi più che a lacune teoriche, a problemi di prassi di coloro che detengono ogni forma di potere.
Il potere statale è, per definizione, laico. Consegue che la laicità del potere consiste, almeno etimologicamente, nel non accettare ordini e direttive se non da sé stesso. È evidente che, nel caso di un’istituzione, si può parlare di laicità nella misura in cui, nel suo pensare, agire e decidere, si è fedeli a ciò che è stabilito nel patto fondante, che per lo Stato è la Carta costituzionale e le leggi che da essa ne derivano. Quindi lo Stato ha il dovere di evitare ingerenze e strumentalizzazioni delle religioni o di altri poteri a essi equiparati, come le ideologie totalizzanti, e creare sempre uno spazio comune per il dialogo e il confronto. Dall’altra parte, le comunità di fede religiosa hanno diritto alla libertà di aggregazione, formazione, culto e attività nella società civile, sempre nel rispetto dei principi costituzionali fondanti.
«Favorevole alla pacifica convivenza tra religioni diverse – ha detto papa Francesco il 13 luglio 2013 – è la laicità dello Stato, che, senza assumere come propria nessuna posizione confessionale, rispetta e valorizza la presenza della dimensione religiosa nella società, favorendone le sue espressioni più concrete».
La testimonianza cristiana deve anche fare i conti col fatto che il cattolicesimo, in diversi Paesi di tradizione cattolica, non è più né religione di Stato, né religione della maggioranza. È una realtà difficile da accettare, che può portare a rimpiangere i tempi passati, senza interrogarsi sufficientemente sulle responsabilità personali ed ecclesiali che hanno portato alla scristianizzazione, cioè sulle colpe e sulle mancate testimonianze della comunità cattolica. Non è tempo di nuove crociate. È tempo di ricordare la lezione sul piccolo resto d’Israele: popolo che non cerca grandezza e potere, ma vive e cresce solo in Dio. Di un Dio, come scrive Italo Mancini, più presente nell’invocazione che nella dimostrazione.[3] Ciò non significa confinarsi tra mura sicure – tentazione molto frequente – ma recuperare la memoria di una storia, che da sempre ha voluto che il popolo confidasse solo in lui e non nei mezzi umani. E imparando, come cattolici, a essere minoranza in un mondo secolarizzato, contraddittorio, che presenta segni positivi e negativi, e anche ambigui, riprendiamo seriamente la lezione conciliare delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, che diventano le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo.[4]
Certo, in politica si devono prendere delle decisioni che non sempre seguono la morale cristiana, ma ciò non autorizza i credenti ad assumere atteggiamenti arroganti e offensivi nei confronti di chi professa idee diverse. Il rispondere a chiunque domandi ragione della speranza cristiana, va fatto con dolcezza e rispetto (1Pt 3,16). Va anche detto che, nel momento in cui le scelte politiche sono contrarie a quanto ispirato dalla fede, il cristiano è chiamato alla coerenza e a esprimere la sua obiezione di coscienza. Tuttavia, nulla di tutto ciò autorizza a erigere steccati (nel corpo sociale) che non giovano né alla comunità cattolica, né ai singoli fedeli, né alle istituzioni statali e, quindi, al bene dell’intera collettività. Ovviamente, evidenziamo qui alcuni problemi che si presentano in diversi Paesi e Chiese nazionali, conscio che è impossibile sintetizzare le specificità di ogni Chiesa locale e del relativo contesto sociale e politico. A oggi, sembrano essere tre i maggiori nodi problematici del rapporto in questione:
- la libertà ecclesiale di intervento su alcuni temi morali;
- il problema dei sussidi economici all’attività ecclesiale cattolica;
- l’uso strumentale della religione cattolica.
La libertà ecclesiale
È del tutto fuori luogo tacciare di ingerenza ogni intervento ecclesiale sui temi etici. L’ingerenza ha ben altra configurazione politica e giuridica. Coloro che indulgono in queste infondate accuse danno spesso l’impressione di appartenere a tradizioni culturali in cui, bandendo ogni dialogo, si rende il parere della maggioranza quasi valore dogmatico indiscutibile. In democrazia non solo esiste libertà di espressione, ma deve esserci anche una vigilanza costante perché si evitino tutte le forme in cui si tradiscono i principi costituzionali, per interessi, demagogia o populismo. Al tempo stesso, le risposte alle nuove sfide etiche poste dalla ricerca scientifica e dal nuovo assetto globale non possono essere risolte rapidamente in una decisone parlamentare o referendaria. Prima del voto su questioni così delicate e gravi è opportuno formarsi, dibattere e ricercare quale possa essere la soluzione più coerente con i diritti inviolabili della persona e i principi costituzionali.
Da parte ecclesiale va ribadito che i pronunciamenti sono più efficaci nella misura in cui sono posti in un clima di assoluta libertà. Si dovrebbe dire una libertà da tutto e da tutti, quella libertà donata dal Cristo, il quale ci ha liberati perché restassimo liberi ed evitassimo sempre qualsiasi giogo della schiavitù (Gal 5,1). E sono schiavitù, in politica come altrove, anche tutte le dipendenze e asservimenti su base economica e/o di potere, temi su cui di frequente gli ultimi pontefici sono ritornati spesso. Esse sono da considerare come azioni e atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo e la loro pericolosità cresce quando sono ricercati a qualsiasi prezzo, cadendo in un’assolutizzazione di atteggiamenti umani con forti danni personali, sociali, politici ed ecclesiali.[5]
Va registrato che non sempre gli interventi di alcuni settori ecclesiali sono stati liberi dai potentati politici o economici: questi legami hanno oscurato la qualità stessa della testimonianza che si stava dando su temi cruciali, come quelli della vita e della famiglia. Per esempio, abbiamo avuto casi, in alcuni Paesi, in cui alcuni settori cattolici hanno appoggiato fortemente alcune compagini politiche solo per il supporto ad alcuni pronunciamenti politici su vita e famiglia e la garanzia di sussidi e privilegi, dimenticando la loro incoerenza su altri temi cruciali del magistero sociale cattolico e il loro uso, spesso strumentale, della religione.[6]
Va anche evidenziato che non sempre gli interventi sui temi etici hanno affrontato l’intera gamma delle emergenze sociali e politiche, così come sono descritte dal magistero cattolico. Ci riferiamo alle esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili nell’azione politica dei cattolici. Esse sono: il rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia, la tutela dei diritti dell’embrione umano, la tutela e promozione della famiglia, l’impegno per la libertà di educazione, per la tutela sociale dei minori, per la liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù e per il diritto alla libertà religiosa, lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà e per la promozione della pace. Questi princìpi morali – continua il documento – non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno; consegue che l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità.[7] Nella Nota dottrinale appena citata, i principi fondamentali e irrinunciabili sono tutti ugualmente importanti e da seguire in coscienza, perché tutti derivanti da una visione della persona e della società radicata nella rivelazione biblica e confermata dal magistero sociale cattolico.
Detto altrimenti: non perché s’interviene su vita, famiglia e contro l’aborto ci si può esimere dall’impegno per i poveri, la giustizia, la solidarietà e la pace. Il silenzio su alcuni temi etici, come giustizia e legalità, immigrazione e centri di permanenza temporanea, lavoro e disoccupazione, da parte di molti pastori e credenti cattolici, ha fatto molte volte pensare – come scrive padre Sorge – a una profezia frenata dalla diplomazia, cioè dall’interesse a vantaggiose contropartite per il bene della comunità cattolica e in difesa di alcuni valori etici.[8]
In questo quadro, sono emerse ancor più le carenze educative all’interno della vita delle comunità, dove spesso sono trascurati temi quali la socialità, la giustizia e la legalità, la pace, la lotta alla corruzione, alla violenza e agli abusi, la salvaguardia del creato,[9] tanto che si preferisce un modello di fuga dal mondo. Esso è proprio di tutti quei cristiani e di quelle comunità che spiritualizzano la propria fede fino al disinteresse per la realtà sociale e politica, convinti che la vita cristiana ha a che fare con un al di là completamente staccato dall’al di qua. Non sono poche le parrocchie e i gruppi che fuggono da qualsiasi tipo di confronto diretto con il mondo: amano rifugiarsi in forme di spiritualismo deteriore, in catechesi tutte concentrate a parlare di una fede avulsa dal mondo, in liturgie intimiste oppure segnate da una religiosità popolare immatura, alcune volte quasi magica. La fede cristiana è adesione a Cristo per le strade del mondo; è costruzione del Regno, che si intesse nel vivo di ogni realtà umana, quali la famiglia, il lavoro, la politica, l’economia, la cultura, i mass media e così via.[10] Come troppo poche sono le comunità che esercitano una vigilanza sulle tante mafie e forme di corruzione, o sulle varie forme di violenze e abusi.
I sussidi economici alla Chiesa
Il secondo nodo problematico, nel rapporto tra Chiesa e Stato, in diversi Paesi, è quello dei privilegi economici per la comunità cattolica. Negli ultimi anni sono ritornati di attualità problemi quali lo stipendio ai cappellani ospedalieri e militari o ad altri assistenti ecclesiastici, i fondi per la scuola cattolica, il ruolo dei docenti di religione (dove essa è materia d’insegnamento nelle scuole pubbliche), i finanziamenti agli oratori parrocchiali, i contributi pubblici e le esenzioni fiscali per parrocchie, ordini religiosi e diocesi. Provvedimenti diversi e complessi, che qui cito insieme solo per porre in risalto il tipo di approccio ecclesiale all’ente pubblico e, di conseguenza, la testimonianza che la Chiesa cattolica deve dare in tema di privilegi. Solennemente, in materia, il Vaticano II afferma:
«Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite e la Chiesa stessa si serve delle cose temporali nella misura che la propria missione richiede. Tuttavia, essa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso possa far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigano altre disposizioni».[11]
Il brano è così chiaro che non lascia spazio a equivoci. Qualsiasi rapporto della Chiesa con le istituzioni pubbliche deve essere valutato in riferimento alla testimonianza evangelica che essa dà. Può stupire alcuni che il Concilio inviti persino a rifiutare gli aiuti legittimi, se questo potesse creare dubbi sull’operato ecclesiale. In verità, ciò non sorprende più di tanto chi, per sensibilità ed esperienza, crede che l’annuncio del vangelo non vada sacrificato a niente, anzi è il tutto che deve essere offerto perché il vangelo sia annunziato e vissuto.[12] La lezione dei martiri cristiani non ha perso il suo vigore: potere, denaro, privilegi, la stessa vita personale vanno sacrificati perché il Regno di Dio sia annunciato e impiantato.
L’uso strumentale della religione
Negli ultimi tempi, tra post pandemia e guerre, la religione è forse uno dei settori più attraversati da strumentalizzazioni da parte del potere civile. In diversi modi e tempi Putin, Kirill, Netanyahu, Trump, Khamenei hanno dato l’impressione di usare in mala fede la religione, sfiorando la blasfemia. In questo clima si fa ancora fatica ad affermare, con ferma ragione e cuore aperto, che chi uccide nel nome di Dio non crede in Dio. Tra i tanti papi ad averlo detto con forza, ricordiamo, per esempio, Giovanni Paolo II: «Non si può uccidere e distruggere in nome della religione né manipolare la stessa secondo propri interessi» (Udienza del 28 giugno 2000). Per non parlare dell’opera di papa Francesco in tutti questi anni di pontificato, fino ad arrivare al documento di Abu Dhabi, firmato con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. Lì scrivono: «Chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera.»[13] Chi usa la religione per giustificare guerre e violenze non crede in Dio e ciò vale per tutte le religioni, specie monoteiste; su questa linea si sta muovendo anche papa Leone XIV. Non si tratta di gareggiare a quantificare chi ha sofferto di più (pensiamo ai vari olocausti avvenuti nella storia) o chi ha sbagliato di più, nemmeno di radicalizzare le posizioni degli uni e degli altri, ma di rendere più solido il cammino della pace evitando estremismi, semplificazioni, radicalizzazioni, strumentalizzazioni, muri e razzismi vari. E l’uso strumentale e ideologico delle parole e della religione, come anche il riproporre la religione su base etnica, rendono questo cammino fragile e indeboliscono il processo di pace.
È una tentazione classica dei politici usare la religione per finalità elettorali e politiche; non da meno alcuni leader religiosi hanno cercato di piegare la politica al proprio credo per proselitismo o difesa di interessi e privilegi delle comunità. Lo si fa a destra, come a sinistra, con tempi, stile e contenuti diversi. Non tanto sono interessati a comprendere il vangelo, a fare esperienza di vita cristiana, personale o comunitaria. Per loro i simboli (come rosari, crocifissi, presepi) non esprimono una fede matura, ma sono solo strumento di consenso elettorale; la stessa fede non è verificata nella comunità ma nello spazio individuale: per cui sembrerebbe che sia la Madonna a dare indicazioni di voto o il Padre Eterno a farsi vivo per assicurare che è on their side, dalla loro parte. Più che cristiani, sul piano politico e sociale, sono degli eretici gnostici, in versione moderna, cioè fortemente mediatica e populista. Alcuni tratti antropologici ed etici sembrano superare i confini nazionali e li ritroviamo in tutti questi eretici gnostici: amano sé stessi fino alla pazzia, preferiscono improvvisare senza mai citare, essere assertivi e sicuri, promettere e far sognare (sul nulla), rassicurare senza spiegare, manipolare idee e sentimenti a seconda del caso. Non sopportano organizzazioni civili e di cittadinanza attiva (fatti salvi i loro fan), migranti, stranieri e poveri, movimenti per la tutela dell’ambiente e il dialogo religioso, regole democratiche, parlamenti, organismi di controllo, magistrati, convenzioni e organismi europei e internazionali, spesso seminano odio. Essi non sono i soli: molti pastori e fedeli laici sono in sintonia piena con i populisti attuali. E qui la domanda diventa ancor più radicale: come è possibile? Come può un vescovo, un prete, un cattolico aderire a dottrine e prassi politiche che sono palese negazione di quanto ci insegna il vangelo?
Siamo lontani nel tempo da Nicea, ma l’autenticità della testimonianza cristiana, allora come oggi, è sempre una sfida. Quella che proponeva don Tonino Bello: l’invito alla Chiesa a piegarsi davanti al mondo, in ginocchio, per diventare povera, in particolare povera di potere. Pauper (povero) in latino – scriveva Bello – non s’oppone a dives (ricco), si oppone a potens (potente). Consegue che ogni cristiano, ogni comunità non deve avere i segni del potere, ma il potere dei segni; perché questo è il nostro potere, quello di porre dei segni.[14]
* professore ordinario di filosofia politica presso la Pontificia Università Gregoriana, Roma.
Tratto da Orientamenti Pastorali n. 6(2025), EDB. Tutti i diritti riservati.
[1] K. Bilhmeyer – H. Tuechle, Storia della Chiesa 1. L’antichità cristiana, Morcelliana, Brescia 1982, p. 299.
[2] Cf. R. D’Ambrosio, Il potere. Uno spazio inquieto, Castelvecchi, Roma 2021; trad. spagnola El poder. Uno espacio frágil, CEPROME-PPC, Ciudad de Mexico 2021.
[3] Cf. I. Mancini, Frammento su Dio, Morcelliana, Brescia 2000, p. 68.
[4] Cf. Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 1965, n. 4.
[5] Cf. Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 1987, n. 37.
[6] Una vicenda significativa è quella di alcuni intellettuali italiani: spesso massoni e anticlericali sono stati promossi a cattolici autentici solo perché hanno pagato qualche tributo verbale ed economico alla gerarchia cattolica, senza mai affrontare una seria discussione sui loro contenuti filosofici e sulle vere finalità di tanto interesse per la comunità cattolica. Fa riflettere anche il fatto che Beniamino Andreatta li avesse acutamente definiti atei devoti.
[7] Cf. Congregazione dottrina della fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, Città del Vaticano 2002, n. 4.
[8] Cf. B. Sorge, «Il silenzio dei vescovi sull’Italia», in Aggiornamenti Sociali, 2004, n. 3.
[9] Temi su cui la CEI è intervenuta con: Educare alla legalità, 1991, Stato sociale e educazione alla socialità, 1995 e Educare alla pace, 1998.
[10] Cf. il mio Non come Pilato. Cattolici e politica nell’era di Francesco, la Meridiana-Cuf, Molfetta 2015.
[11] Gaudium et spes, n. 28.
[12] Cf. Mt 5; 1Cor 9.
[13] Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019, firmato dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb e papa Francesco, ora in http://bit.ly/46dSjzd.
[14] Cf. A. Bello, Scritti di pace, Mezzina, Molfetta 1997, p. 146.