Domenico Sigalini *
– Se vogliamo essere annunciatori di una vita nuova, è necessario averla incontrata o almeno sognata o meglio ancora provata sulla nostra pelle, nei nostri giorni quotidiani. È d’obbligo allora rifarci a quel giovane del Vangelo di Marco (10,17-31), che può essere la nostra immagine, che ha provato l’ebbrezza di una vita nuova che significa piena, senza limiti, invasa dalla felicità, da sogno, quella che produce la nostra immaginazione e ci sentiamo regalata da esperienze di completezza, di soddisfazione, di sorpresa, oltre ogni nostra immaginazione. Almeno l’ha saputa immaginare e l’ha voluta veramente. Ciascuno di noi si trova qualche volta a sognare, a immaginare come potrebbe essere bella la vita se…, come potrebbe portare gioia a tutti se…, come risulterebbe balsamo e forza per i tanti sfortunati che incontriamo se…
Ma, a ostacolare questi sogni, ci sono alcune sfide …
La prima è una domanda destabilizzante che tutti, prima o poi, ci poniamo: Io chi sono? Che cosa o chi è che mi definisce? Sono almeno due gli elementi che ci aiutano a capire perché la domanda è così insistente: la nostra relazione con Dio e quella con il prossimo. Chi ci ha preceduto, e forse anche noi nella fanciullezza e nella prima adolescenza, è cresciuto con la profonda convinzione di essere fatti a immagine di Dio, come il tu di un Dio personale. Dio è l’essere in cui rispecchiarsi e a cui configurarsi, in cui trovare il senso della vita e della morte, della buona e della cattiva sorte, del presente e del futuro. Oggi, invece, viviamo un’epoca nella quale l’uomo non crede più alla centralità di Dio nella storia, unico liberatore e salvatore. I salvatori si sono moltiplicati e, moltiplicandosi, si sono relativizzati e condizionati a vicenda. La conseguenza più grave di questo smarrimento di Dio e indebolimento del suo concetto è lo smarrimento dell’uomo e l’indebolimento del suo concetto. L’uomo si è divincolato dal rapporto con Dio ed è diventato facile preda di altri uomini di potere e di sapere, che hanno colonizzato la sua coscienza. In questa società, che potremmo definire della postmodernità, si assiste quasi inermi alla patologia e alla «rottamazione» dell’io, dissolto in mille maschere, simulacri, manichini. E quanto più Dio si allontana nel tempo e nella storia, tanto più cresce il bisogno di fonti di senso. Non trovandole più in Dio, queste fonti di senso, l’uomo le inventa, le costruisce, le cerca nella sfera immanente delle sue azioni e del suo mondo.
L’altra relazione che ci mette in difficoltà è quella con il prossimo. Siamo la generazione della globalizzazione, ma in fondo non abbiamo ancora fatto bene i conti con essa. Le nostre comunità sono trasformate in società multietniche e multireligiose. Ieri, le distanze geografiche facevano convivere pacificamente le differenze di cultura, di religione, di etnia. Oggi, la globalizzazione ha fatto cadere queste staccionate, e questo, in sé, è molto positivo. Lo straniero, l’altro non è più uno oltre i nostri confini e con il quale tutt’al più ci confrontiamo per avere conferma di noi stessi e della nostra identità etnica. Lo straniero ora ci raggiunge nelle nostre città, è lo straniero tra noi. E questo cambia tutto. La conseguente riduzione delle distanze di protezione, prodotta dai processi di immigrazione e dal pendolarismo culturale, costringe alla convivenza persone di diversa cultura, di diversa religione, di diversa etnia. La convivenza, oltre che occasione di arricchimento culturale, di creazione di rapporti di solidarietà, di allargamento di orizzonti sociali, diventa spesso confronto-scontro di convinzioni religiose e politiche, confronto-scontro di modelli e paradigmi di civiltà. Con le distanze lunghe, gli altri rimangono «prossimo». Con le distanze ravvicinate, i medesimi diventano concorrenti. Ma chi ha detto che lo straniero non abbia nella sua vita le risposte che tanto noi cerchiamo per la nostra?
L’altra sfida è nelle precarietà:
– nella fede, che non è un fatto scontato o acquisito, ma è un cammino fatto di dubbi, provocazioni e incertezze. A volte si tocca il cielo, altre si rinnega tutto, ma ci si può anche sentire sostenuti da una mano invisibile.
– in una vita sicura, che diventa complicata ad esempio quando si decide di mettere su famiglia. È lì che la vita si presenta come un insieme di domande senza risposta, un mistero che si fa più grande di quanto si possa capire.
– in una vita tranquilla, che diventa un’esistenza che si svolge senza grandi slanci.
– in una vita lanciata alla carriera, dove Gesù non è più un riferimento reale, ma un’idea poco presente nel linguaggio quotidiano.
Spesso siamo tutte queste situazioni insieme. La vera sfida, in fondo, è rendere la fede un dono gratuito, che si comunica con attenzione all’altro, senza compiacimenti narcisistici. La comunicazione della fede richiede relazione, domande, confronto. La fede cresce con l’interrogare, condividerla, pensarla, e si fa più ricca nel dialogo. La fede che si comunica cambia la vita, altrimenti diventa vuota o retorica.
Essere credenti significa saper andare controcorrente, vedere il mondo come lo vede Gesù, appassionarsi alle persone, sognare mondi migliori e pagare di persona per le proprie idee.
La cultura cristiana può cambiare la società, se si impara a far incontrare vita e parola di Dio, ponendo domande e confrontandosi con le dottrine sociali della Chiesa.
* presidente del COP
Tratto da Orientamenti Pastorali 5(2026). EDB. Tutti i diritti riservati