La 75ª Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale del Centro di Orientamento Pastorale si è svolta in un tempo ecclesiale che richiede ascolto, discernimento e coraggio. Il tema centrale, «Dopo la cristianità: quale cristianesimo? Sulle orme di San Francesco, per un mondo di fraternità e di pace», non è solo un argomento di studio ma una domanda che tocca il cuore della Chiesa in un momento di profonda trasformazione. Papa Francesco ci ha aiutato a capire questa realtà sottolineando come questi mutamenti coinvolgano anche l’interno della Chiesa, con nuovi modi di credere, linguaggi di fede, forme comunitarie e prassi pastorali. Dopo la cristianità» diventa così una soglia teologica, un invito a interrogarsi su come il Vangelo possa abitare oggi il mondo, generando una presenza cristiana più autentica, fraterna ed evangelica. San Francesco, non simbolo, ma criterio ecclesiale, rappresenta la scelta di seguire il Vangelo senza nostalgia, in un tempo di crisi che invita al discernimento.

Il cammino di questi giorni ha avuto come guida tre domande: che tempo stiamo vivendo? quale Vangelo deve emergere? quale forma di Chiesa e quali scelte pastorali sono necessarie? Il Centro di Orientamento Pastorale, nato nel 1953, ha sempre accompagnato il cammino delle chiese italiane, oggi in un contesto di profonde trasformazioni che richiedono processi di discernimento condiviso più che risposte immediate.

Il cambio d’epoca emerge chiaramente nel cammino sinodale: la fine della cristianità si manifesta con differenze tra Nord e Sud. La connessione tra principi religiosi e sociali si è incrinata, e tutte le analisi sociologiche parlano di crisi della Chiesa. La pandemia ha accelerato processi già in atto, ma le crisi sono anche di dimensione globale: economiche, ambientali, demografiche, sanitarie e geopolitiche. Esistono crisi alimentate da strumentalizzazioni religiose che rafforzano divisioni e “ragioni” di parte. Viviamo in un mondo “inquinato”, anche per responsabilità nostre. La domanda cruciale è: «Se la Chiesa italiana non fosse in crisi, sarebbe davvero la Chiesa di Gesù?». La vera Chiesa è fatta di discepoli e discepole che, aperti all’incontro con persone ed eventi della storia, mettono testa, cuore e piedi nel mondo. La Gaudium et spes ricorda che la Chiesa è la gente concreta che guarda con fede a Gesù, innesto vivo nella società. Per uscire dalla crisi occorre guardare ai gesti quotidiani, spesso nascosti, che esprimono relazione, solidarietà e frutti dello Spirito (gioia, pace, pazienza, dominio di sé). È importante riconoscere il bene, andare oltre le statistiche e superare il lamento, spesso amplificato da chi sui social cerca di riportare indietro le lancette del passato. La preghiera rimane il fondamento di tutto, la via per mantenere la comunione.

Quali comunità cristiane per il futuro? 

Benedetto XVI vedeva le comunità senza strutture come lievito di fermento, piccole ma vitali, inserite in contesti più ampi. Il Regno di Dio, come seme piccolo, si radica senza esplodere. Tre movimenti si intrecciano: la conversione comunitaria, che privilegia una cultura evangelica e profetica; la conversione personale, che richiede coerenza tra vita, credenza, preghiera e celebrazione; e la conversione strutturale, che si traduce in corresponsabilità, apertura ai ruoli femminili, ministeri più missionari e una guida sinodale che coinvolga le comunità. L’immagine di Michea 7, “spigolare”, invita a superare il lamento per riconoscere il bene che c’è, a guardare oltre le norme e le strutture, ponendo l’ascolto al centro. La condizione preliminare per l’annuncio è l’ascolto: ascoltare i linguaggi degli altri permette di intercettare “mondi”, non con atteggiamenti di superiorità, ma in un cammino di reciprocità.

Ridisegnare la comunità partendo dai vissuti significa partire dall’esperienza concreta, anche nel sociale, come luogo di evangelizzazione. Le ultime encicliche sottolineano che il vissuto parla e che le esperienze umane sono fondamentali per vivere il Vangelo. La comunità cristiana deve essere segno di solidarietà, come il buon Samaritano, incontrando e accogliendo la fragilità degli altri. La Chiesa ha il compito di riempire di senso la vita sociale, non ridursi alla liturgia ma vivere la centralità del povero, che rappresenta il cuore della fede cristiana. La questione sociale, dal lavoro alla casa, richiede attenzione politica e strutturale: il lavoro, in un’epoca di tecnologie come l’IA e la robotica, rischia di svalutare l’umano e sfruttare i lavoratori più deboli. La promozione della trasparenza e la lotta contro lo sfruttamento sono prioritarie. Abitare in comunità, riconoscendo il valore del proprio luogo, è un atto di identità e di testimonianza. La pace, infine, si costruisce abitandola, evitando che i conflitti si cronicizzino. Lo spazio sociale è anche un luogo di chiamata vocazionale, dove lo Spirito invita alla testimonianza e alla giustizia.

Lo stile evangelico: san Francesco come modello di cristianesimo essenziale.

San Francesco, uomo umile e libero, rappresenta una provocazione alla mentalità del mondo, un ponte tra medioevo e modernità, tra Chiesa e società. La sua esperienza invita a rinnovare la fede, a seguire il Vangelo senza complicazioni e senza nostalgia, puntando all’essenziale. Ubertino da Casale descrive Francesco come colui che rinnova in sé e negli altri le orme di Cristo e dona alla Chiesa la vita di Gesù in forma comunitaria. Rinnovare significa radicarsi nello Spirito, fare prassi concreta e seguire l’esempio di Gesù, anche attraverso piccole azioni quotidiane. Riparare la casa, prima di tutto la propria coscienza, è il primo passo di rinnovamento. La vita cristiana, secondo Francesco, si basa su cinque verbi: prendere l’iniziativa, coinvolgere, accompagnare, fruttificare e festeggiare. La missione della Chiesa, oggi, è osare nell’annunciare il Vangelo, partendo dal Mistero Pasquale, e rendendo visibile la vita di Dio in mezzo a noi, anche tra i “poveri e insignificanti”. In questa prospettiva, la testimonianza non è solo organizzazione, ma vita incarnata, che si sporca le mani di umanità.

Una Chiesa tra mondo fisico e digitale.

Papa Francesco, già nel 2019, aveva evidenziato come i cambiamenti non sono più lineari ma epocali, coinvolgendo il modo di vivere, comunicare e credere. La realtà “ibrida” tra mondo reale e digitale, definita “onlife”, impatta su identità, relazioni, percezione della realtà e azione. L’intelligenza artificiale e le TIC cambiano il modo di comprendere il mondo e noi stessi, e la pastorale deve adattarsi a questa complessità. La pastorale digitale non è solo comunicazione, ma un processo integrato che coinvolge celebrazione, catechesi e carità, e si inserisce nella cultura contemporanea. Papa Francesco invita a uscire verso le periferie digitali, dove tante persone sono ferite e cercano salvezza. Il “missionario digitale” non si limita a produrre contenuti, ma si fa prossimo, curando il dolore e manifestando la misericordia di Dio, come il Buon Samaritano. La testimonianza cristiana si realizza anche online, raggiungendo le periferie esistenziali e favorendo un senso di prossimità e cura.

Riconoscere la presenza di Dio nei giovani.

Il rapporto tra Chiesa e nuove generazioni deve essere un “ripensamento” dell’azione pastorale, non solo per “fare qualcosa per i giovani” ma per “essere con loro”. I giovani sono protagonisti e non semplici destinatari di iniziative. La fede non si trasmette più automaticamente, ma si vive e si testimonia. La presenza di Dio nella loro vita è reale, anche se espressa con linguaggi diversi. La corresponsabilità ecclesiale dei giovani si fonda sul battesimo: sono già soggetti attivi, chiamati a condividere responsabilità e doni. La Chiesa che si ripensa con i giovani si ispira a figure come san Francesco e san Carlo Acutis, che hanno saputo incarnare l’essenziale della fede nel proprio tempo, e non si limita a nuove strategie, ma si interroga sul modo di vivere la missione.

Le sfide della comunità ecclesiale oggi

Il dibattito si sta spostando da una posizione di difesa a una “presenza critica” nella società, che non più cristiana, cerca un senso. La crisi delle parrocchie, soprattutto nei contesti urbani, si manifesta con sfide di significato, identità, autorevolezza, missione e capacità generativa. La parrocchia si domanda se ha ancora senso come istituzione, quale identità ha oggi e quale ruolo può avere nel mondo contemporaneo. La perdita di autorevolezza, anche a causa di una diminuzione di presenze e di una presenza visibile, mette in discussione la capacità di incidere sui percorsi di fede, specialmente attraverso i sacramenti. La sfida missionaria, ormai condivisa da tutti i battezzati, richiede un rinnovato impegno ad annunciare il Vangelo con coraggio e creatività, superando l’ottica di mera organizzazione. La Chiesa deve essere “generativa”: valorizzare i doni di tutti, mantenere una presenza che sia “per tutti”, anche con strutture e linguaggi nuovi, in una società complessa e in rapido mutamento.

In conclusione, il cammino della Chiesa oggi si configura come una sfida di discernimento, di ascolto, di rinnovamento interiore e di coraggio nell’annunciare il Vangelo in un mondo in profonda trasformazione, con uno sguardo fedele alle orme di san Francesco e aperto alle nuove frontiere della cultura digitale e sociale.

Dalle “conclusioni pastorali” di Domenico Sigalini, presidente del COP