Occorre partire dal cambiamento d’epoca in corso già evidenziato da papa Francesco nel discorso alla Curia romana del 2019. Il pontefice aveva affermato:
Siamo, dunque, uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza.
E’ venuta meno la distinzione tra offline e online; viviamo piuttosto in una situazione ibrida, tra mondo fisico e mondo digitale, ovvero onlife. Una dimensione menzionata nel documento “Verso una piena presenza” del Dicastero per la comunicazione, rilasciato nella Pentecoste del 2023. Occorre evidenziare che le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC) sono da considerarsi forze ambientali, piuttosto che strumenti. Esse impattano su quattro fronti: la nostra «concezione del sé» (chi siamo); le nostre «interazioni reciproche» (come socializziamo); la nostra «concezione della realtà» (la nostra metafisica); la nostra «interazione con la realtà» (agency: il nostro scegliere e agire indipendente). Sul cambiamento d’epoca, Francesco nel 2020, aveva affermato:
Potremmo dire che la “galassia digitale”, e in particolare la cosiddetta “intelligenza artificiale”, si trova proprio al cuore del cambiamento d’epoca che stiamo attraversando. L’innovazione digitale, infatti, tocca tutti gli aspetti della vita, sia personali sia sociali. Essa incide sul nostro modo di comprendere il mondo e anche noi stessi. È sempre più presente nell’attività e perfino nelle decisioni umane, e così sta cambiando il modo in cui pensiamo e agiamo. Le decisioni, anche le più importanti come quelle in ambito medico, economico o sociale, sono oggi frutto di volere umano e di una serie di contributi algoritmici. L’atto personale viene a trovarsi al punto di convergenza tra l’apporto propriamente umano e il calcolo automatico, cosicché risulta sempre più complesso comprenderne l’oggetto, prevederne gli effetti, definirne le responsabilità.
Sin da subito, dopo l’elezione di Leone XIV e le sue prime affermazioni ai Cardinali ci si aspettava una «Rerum digitalium» – «delle cose digitali» –, ma in relazione all’umano. Il magistero di Leone XIV con la Magnifica Humanitas va in questa direzione.
Prima di proporre una definizione di pastorale digitale opportuna in questo scenario, va ricordato che Leone XIV c’invita a non fuggire dalla complessità, nel solco di quel discorso del 2019 alla Curia romana:
«L’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento, della parresia e della hypomoné. Il cambiamento, in questo caso, assumerebbe tutt’altro aspetto: da elemento di contorno, da contesto o da pretesto, da paesaggio esterno… diventerebbe sempre più umano, e anche più cristiano. Sarebbe sempre un cambiamento esterno, ma compiuto a partire dal centro stesso dell’uomo, cioè una conversione antropologica. Noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi: “Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa”. Da ciò siamo sollecitati a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento «risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi».
La pastorale digitale, quindi, è indicativo di quell’insieme di processi atti a far interagire in modo adeguato la pastorale e le tecnologie digitali, perché si realizzi un uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare della Chiesa nella prospettiva onlife. Quindi, celebrazione, catechesi e carità dovranno compiersi opportunamente considerando cultura e comunicazione digitale.
Come si può comprendere, la pastorale digitale non è una pastorale “altra” (o d’élite) ma una necessaria declinazione della presenza e dell’impegno ecclesiale nel suo complesso. Si colloca – trasversalmente – secondo quella prospettiva piuttosto nuova che vede la pastorale interrogarsi sul suo rapporto con la tecnologia, facendo interagire i diversi livelli del sapere umano: quello teologico e quello filosofico, quello sociale e quello scientifico. Occorre, pertanto, che la stessa “riconsegna” del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, sia opportunamente riletta nella prospettiva onlife. Una pastorale che non cada nella tentazione di una pastorale “della prospettiva digitale”, concentrandosi cioè sul saper gestire tecnicamente gli strumenti, piuttosto che intendere la questione in termini generativi di senso e relazione, in funzione della costruzione della comunione e del bene.
Per dimostrare che la pastorale digitale è questione più ampia della comunicazione digitalmente mediata – i processi di discernimenti devono andare oltre e considerare il cambiamento d’epoca a tutto tondo -, ci soffermiamo sulla carità, da intendersi come vita.
Si tratta di attivare prossimità onlife. Periferia digitale è manifestazione più o meno evidente, in svariati casi occultata, di una periferia esistenziale nel continente digitale; si diviene periferia digitale anche in esperienze nelle quali si resta intrappolati per un uso non corretto dei servizi della Rete – naufragio –, che finiscono con lo sconvolgere la vita di uno o più.
Riformulando la definizione in prospettiva missionaria si può affermare che periferia digitale è quella vita riflessa nel continente digitale verso cui uscire per un’azione liberante. In questi termini, ben si comprende che periferia digitale è pure quell’amico che pubblica sullo stato di WhatsApp un suo disagio o un suo grido di dolore, il riflesso di sé in quel momento. C’è anzitutto un ascoltare quello stato. Poi viene il discernere sul da farsi. Infine l’agire. Ed ecco l’uscita verso l’altro ha preso forma.
Papa Francesco nel messaggio della XLVIII Giornata mondiale per le comunicazioni sociali aveva scritto:
«Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato a esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. […] La testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali. Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza».
In quest’orizzonte, quindi, si andrebbe a collocare la figura del missionario digitale affermatasi con il Sinodo sulla sinodalità, tesa, piuttosto che a produrre contenuti o metacontenuti, a «samaritanizzare» – neologismo coniato da Bergoglio –, ovvero a farsi prossimo, accorgersi del dolore, prendersi cura, proprio come il Buon Samaritano della parabola evangelica. «L’attenzione al dolore dell’altro è il punto chiave della missione, perché rende presente la misericordia di Dio».
La questione delle periferie digitali, quindi, non è da considerarsi elitaria o di nicchia, ma riguarda la comunità credente.
Una trattazione sulle periferie digitali, pur nella sua brevità, non può non lasciarsi provocare dall’affermazione dell’esperto di tecnologie digitali Dave Evans:
«Con un trilione di sensori integrati nell’ambiente (il tutto collegato da sistemi informatici, software e servizi), sarà possibile sentire battere il cuore della Terra, con un impatto sull’interazione umana con il pianeta profondo […]».
L’asserto di Evans risuona come un invito ad allargare lo sguardo. Infatti, lo stesso pianeta – sempre più avvolto nell’infrastruttura digitale –, esiste onlife. Pertanto, nella sua espressione informazionale (digitale) si potrebbe anche ritrovare il suo grido di “sofferenza”. «L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare». Il che significa prevenire o arginare sofferenze per i popoli, con sguardo proteso al futuro. Pertanto, sembra opportuno estendere la definizione di periferia digitale all’intero ecosistema Terra, proprio nella logica espressa da papa Francesco nell’enciclica Laudato si: «tutto è connesso».
Questi tempi digitali aprono sempre più all’auspicio di una tecnologia che, nell’iperstoria – la storia orientata dai dati –, sia al servizio di un progresso realmente umano, sociale e integrale, per una rivoluzione della cura. In uscita, quindi, verso una Società 5.0, che vede una tecnologia orientata all’umano.
cfr. F.Ammendolia, R. Petricca, Chiesa e pastorale digitale – In uscita verso una società 5.0, Il pozzo di Giacobbe, 2023