La fine della cristianità è emersa nel Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, con differenze geografiche, più al nord che al sud. La saldatura tra i principi portati avanti dalla Chiesa e quelli portati avanti dalla società è venuta meno. Tutti gli indicatori (ricerche sociologiche) parlano di crisi della Chiesa. La pandemia, di certo, ha accelerato processi già in atto, con i cali evidenti. Ma ci sono crisi più ampie, a livello planetario: crisi economiche, ambientali, demografiche, crisi sanitaria, crisi geopolitica. Ci sono crisi alimentate pure da strumentalizzazioni religiose, a rafforzare “ragioni”. Viviamo in una realtà “inquinata”, ma vi contribuiamo anche.
Andando oltre le crisi da peccato che vanno combattute con la conversione del cuore, occorre interrogarsi: «Se la Chiesa italiana non fosse in crisi, sarebbe la Chiesa di Gesù?». Forse non lo sarebbe. Perché la Chiesa di Gesù è fatta da discepoli e discepole non chiusi in una bolla, ma aperti a cammini di incontro con persone ed eventi nelle pieghe della storia, mettendoci testa, cuore e piedi. Ci fa bene ripetere l’incipit della Gaudium et Spes: la Chiesa è la gente concreta che guarda con fede a Gesù Salvatore; è innesto vivo dei cristiani nella società.
Come uscire dalla crisi migliorati?
Il cristianesimo popolare non fa più rete. Occorre guardare i gesti quotidiani spesso nascosti che hanno a che fare con la relazione più che con l’organizzazione di eventi. Gesti di solidarietà , ovvero i frutti dello Spirito (Galati 5,22): gioia pace, pazienza, dominio di sé. Guardare laddove c’è qualcosa di buono: è questo il criterio d’incontro con i “santi della porta acconto”. Occorre andare oltre le statistiche, che ben descrivono, ma che non ci dicono nulla dell’opera dello Spirito: ciò, infatti, esula dalla loro finalità descrittiva. Una comunità cristiana è tanto più fedele all’annuncio del Regno in incontri non programmati di affiancamento alle situazioni critiche della vita, oltre la pastorale istituzionale, quindi, in ascolto della narrazione dei vissuti.
Occorre andare oltre il lamento, che risuona in modo particolare nelle frange degli ultrà cattolici che usano la visibilità sui social: spesso, sono più rumorosi che numerosi, con l’intento di portare ad una restaurazione del passato. Non mancano neppure sbilanciamenti in avanti, troppo ideali. In questi casi, la preghiera è la miglior risposta e resta il fondamento per la comunione.
Quali comunità cristiane per il futuro, quindi? Benedetto XVI, vedeva le comunità cristiane del futuro (spoglie di strutture), ma minoranze creative (lievito). Dunque, andando oltre la reazione o la remissività. Il Regno di Dio, come ben sappiamo è simile al lievito. Qualcosa di piccolo e dentro a qualcosa altro. Il Regno di Dio non esplode ma si radica.
Tre i possibili movimenti, intrecciati tra loro.
Conversione comunitaria. La vera cultura è profezia se è evangelica. Non si tratta di elaborare contenuti accademici da far passare, ma di capacità di lettura critica dell’esperienza. Fare cultura cristiana è partire dall’esperienza, in un impasto continuo di teoria e prassi, pensiero e realtà.
Conversione personale. Non basta più una trasmissione di nozioni. Occorre una fede creduta, vissuta, celebrata e pregata, in modo integrato.
Conversione strutturale. Ciò si traduce in corresponsabilità, apertura al coinvolgimento della donna, ministeri estroversi, missionari (ovvero che scomodano rispetto ad alcune dimensioni), guida sinodale delle comunità cristiani (compartecipazione effettiva di responsabilità, cioè effettiva “condecisione”). L’immagine in Michea 7, “spigolare”, andando oltre il lamentare (che spesso ci appartiene) è far emergere ciò che c’è. Una mentalità che va oltre la “cristianità” non si arrocca sulle norme e sulle strutture esistenti. Riconvertirci è mettere al centro l’ascolto. Non è una pastorale della perdita… ma cogliere opportunità nuove che ci dà lo Spirito. E’ questione di fede. La spigolatura così è esercizio che da gioia. Circa eventuali “sacche di cristianità”: essa vanno orientate nell’ottica della corresponsabilità.
La condizione preliminare per l’annuncio oggi è proprio l’ascolto. Infatti, la fine della cristianità ha aperto una condizione preliminare per l’annuncio: l’ascolto. Ascolto dei linguaggi (altrui) per imparare anche ad annunciare a sé e agli altri. E’ di qui che prende avvio l’annuncio. Intercettare “mondi”, non stando in cattedra ma mettendosi in un ascolto reciproco: è l’esperienza dei cantieri che è emersa nel cammino sinodale. Pietro dice: “sappiate rendere ragione della speranza che è in voi” . Rendere ragione, è prendere la parola dentro un ascolto della realtà. Chiesa e mondo non sono realtà complementari. I cristiani, la comunità, profeticamente, devono essere capace di prossimità e provocare domande.