Fortunato Ammendolia *
– «Io pornografo del dolore? Non sono d’accordo. Poi ognuno ha la sua sensibilità». Così, il cantante Fedez, ospite di Fabrizio Fazio nella trasmissione Che tempo fa del 29 ottobre 2023[i], aveva risposto alla provocazione del conduttore, il quale aveva richiamato l’accusa mossa al cantante da alcuni hater[ii] di strumentalizzare sui social media la sua sofferenza per attirare pubblico. Fedez, aveva aggiunto: «Io sono convinto che, nel momento in cui ho vissuto una problematica, per me riprendermi (con lo smartphone) era una forma di distrazione. Inoltre, soprattutto quel tipo di testimonianza, per chi sta affrontando qualcosa di simile, può essere qualcosa che svaga, in cui immedesimarsi, qualcosa che può essere d’aiuto, seppur minimo».
Nella risposta di Fedez emergono parole chiave che intercettano modalità complementari di dire la sofferenza nei social. I termini pornografo del dolore e sensibilità inerentemente ai social, aprono alla realtà che in essi, di certo, non mancano contenuti che raccontano fatti con modalità in cui il confine tra «rilevanza sociale» e «estrema attenzione alla nitidezza dei dettagli, anche cruenti», è sempre più labile e sottile. Modalità che si riscontra sia in contenuti prodotti dal basso sia in quei contenuti tratti dai media tradizionali in cui la deontologia viene meno.[iii] Poiché non tutti gli utenti hanno la stessa sensibilità di fronte ad un contenuto, è necessario attivare una qualche segnalazione affinché l’utente possa compiere consapevolmente la scelta di continuare o meno a leggere, guardare o ascoltare una certa notizia, per evitare ricadute sul fronte psicofisico.
I termini pronunciati da Fedez che ben evocano l’altra modalità di dire la sofferenza nei social, sono testimonianza e aiuto (per l’altro). Considerando il concetto di umanità mediale – proiezione dell’umano nei media; i media siamo noi – e l’essere generativi con pensieri e azioni secondo le più alte qualità (cognitive, etiche ed estetiche) dell’umano –, si può parlare di modalità da SpettAt(t)ore, ovvero di capacità di interpretare e agire onlife, divenendo protagonisti di processi in una prossimità sempre più stringente con le tecnologie digitali.[iv]
Nella prospettiva dello SpettAt(t)ore può collocarsi un post (a firma di Filippo Losito) su LinkedIn: «Raccontare la nostra sofferenza non la cancella, ma la rende più sopportabile. Quando trasformiamo il dolore in parole, gli diamo un significato, lo estraiamo dal caos e lo incastoniamo in una narrazione. Raccontare ci permette di prendere le distanze da ciò che ci ferisce e di vederlo da una nuova prospettiva, come se ci fosse qualcosa di più grande che ci aiuta a comprendere. Ogni storia che narriamo ci offre una possibilità di guarigione, perché ci permette di connetterci con noi stessi e con gli altri. Quando condividiamo ciò che ci ha fatto soffrire, creiamo un ponte verso chi potrebbe aver vissuto qualcosa di simile, e insieme possiamo trovare una via d’uscita dall’isolamento del dolore».[v]
1.1. Lasciamo spazio ad una testimonianza
Prende forma mettendo insieme rilevanti frammenti digitali in Rete – video e testi – che dicono la malattia di una donna, il suo coraggio nell’affrontarla e la scelta di raccontarla. Quella donna è Eleonora Giorgi, morta il 3 marzo 2025, dopo aver lottato contro un tumore al pancreas diagnosticatole nell’autunno del 2023. La nota attrice, regista, nonché cantante, non ha nascosto la malattia: ha deciso di condividerla attraverso i media tradizionali, in particolare in trasmissioni televisive, me anche via social.[vi] Pertanto, ha instaurato con il pubblico un «colloquio» costante. Ha condiviso ogni passo del suo percorso terapeutico.
Quasi al termine della vita, in un’intervista rilasciata al Corriere della sera il 19 febbraio 2025[vii], aveva detto: «Mi sono ritrovata […] di notte, a urlare, in preda ai dolori. Qui ho recuperato le forze […] nelle mani di due oncologi […] (che) lottano con me. Sono un personaggio, e dall’età di 20 anni ho sempre condiviso tutto. Non c’è nulla di male a dire che non riesco a fare più di dieci passi. Sto facendo la terapia del dolore, morfina e cortisone. Ho un’ampolla al collo e l’ossigeno…». Con queste frasi, Eleonora Giorgi, non aveva inteso spettacolarizzare la sua malattia, quanto dire il suo essere sofferente tra i sofferenti, e integrare quella malattia nel suo percorso di vita (familiare e artistico). Una trasparenza, la sua, d’invito a chi è nella sofferenza (qualsivoglia ne sia l’origine) a superare il silenzio, per aprirsi al valore della condivisione, della solidarietà, ma anche al senso stesso della vita: ciò attiva resilienza e cambiamenti, testimonianze di vita.
Nella già citata intervista rilasciata al Corriere della sera, è ben reso quanto per Eleonora Giorgi le relazioni siano state importanti nel tempo di malattia per elaborare la sofferenza. Concretamente, la prossimità della famiglia, prim’ancora di quella del pubblico. La Giorgi, si era espressa così: «Cosa mi aiuta a stare bene? L’amore dei miei figli. Gli infermieri mi dicono che (quest’amore, nei casi come il mio) non è scontato. Mi raccontano di quarantenni spaventati davanti ai genitori gravemente malati. Non lasciate solo chi soffre; soprattutto di domenica: questo è triste!». Precedentemente, nel talk show Verissimo, aveva definito il tempo della malattia come il «più bello della sua vita», avendo fatto esperienza di «una tragedia che ha rinnovato i rapporti» nella famiglia, nonché di un «nuova» Eleonora, che ha «ancora tanto da dare e tanto da ricevere»[viii]. Nel quadro tracciato, ben si comprende l’auspicio della Giorgi, il leitmotiv del suo ultimo periodo di vita: «Non voglio più giorni di vita, ma più vita nei giorni». La vita, infatti, è qui ed ora, e va vissuta con coraggio nonostante la sofferenza.
La fede di Eleonora non era dogmatica, ma un sentire profondo. In quest’orizzonte, sempre a Verissimo, circa il nesso tra la fede e il vivere la malattia che l’aveva colpita, aveva evidenziato: «Ho una fede basica nei confronti di un «Dio» primario che non è un’entità, ma probabilmente un «essenza» – non so, sono temi filosofici… non vorrei… –, il quale, secondo me, è sempre stato nel mio cuore. Mi ha sempre parlato, mi ha anche rimproverata aspramente […]. Sono convinta che la nostra vita non sia nelle nostre mani, salvo poi fare scelte… Io credo in lui. E dinanzi al pensiero di una possibile dipartita, che auspico accada il più tardi possibile – e quello della propria dipartita è un pensiero che attraversa tutti –, vivo con un senso di affidamento: mi affido a quello che è e che sarà. E affidarsi è fede. Quindi, sono nel mio rapporto costante con «Dio». Talvolta con lui mi arrabbio… non per la malattia in sé, piuttosto per gli effetti … ma in un rapporto affettuoso, come sei io fossi un’eterna bambina, mi lascio nelle sue mani. È «Dio». lui non è dentro la Chiesa – non si tratta di rifiuto, perché ho grande stima per la Chiesa –, non è dentro la religione codificata: è assolutamente dentro di me, e credo che valga uguale».[ix]
Cogliere il grido di sofferenza delle «periferie digitali» e farsi prossimo
«In rete ci si può imbattere in tanto dolore, finanche in sofferenza che lì ha preso forma o si è rafforzata. Nulla di virtuale, quindi. La questione è da inquadrarsi in quel continuum dell’esistenza onlife». Così, afferma don Fortunato Di Noto, il quale – per primo – ha parlato di periferie digitali già alla fine degli ‘90. Periferia digitale[x] è manifestazione più o meno evidente, in svariati casi occultata, di una periferia esistenziale nel continente digitale; si diviene periferia digitale anche in esperienze nelle quali si resta intrappolati per un uso non corretto dei servizi della rete – naufragio –, che finiscono con lo sconvolgere la vita di uno o più.[xi]
Riformulando la definizione in prospettiva missionaria si può affermare che periferia digitale è quella vita riflessa nel continente digitale verso cui uscire per un’azione liberante. In questi termini, ben si comprende che periferia digitale è pure quell’amico che pubblica sullo stato di WhatsApp un suo disagio o un suo grido di dolore, il riflesso di sé in quel momento. C’è anzitutto un ascoltare quello stato. Poi viene il discernere sul da farsi. Infine, l’agire. Ed ecco l’uscita verso l’altro ha preso forma.
Papa Francesco nel messaggio della XLVIII Giornata mondiale per le comunicazioni sociali aveva scritto: «Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato a esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. […] La testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali. Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza».
In quest’orizzonte, quindi, si andrebbe a collocare la figura del missionario digitale, affermatasi con il Sinodo sulla sinodalità,[xii] tesa, piuttosto che a produrre contenuti o meta-contenuti, a «samaritanizzare» – neologismo coniato da Bergoglio –, ovvero a farsi prossimo, accorgersi del dolore, prendersi cura, proprio come il buon samaritano della parabola evangelica. «L’attenzione al dolore dell’altro è il punto chiave della missione, perché rende presente la misericordia di Dio».[xiii] La questione delle periferie digitali, quindi, non è da considerarsi elitaria o di nicchia, ma riguarda la comunità credente.
Una trattazione sulle periferie digitali, pur nella sua brevità, non può non lasciarsi provocare dall’affermazione dell’esperto di tecnologie digitali Dave Evans: «Con un trilione di sensori integrati nell’ambiente (il tutto collegato da sistemi informatici, software e servizi), sarà possibile sentire battere il cuore della Terra, con un impatto sull’interazione umana con il pianeta profondo […]».[xiv] Questo pensiero risuona come un invito ad allargare lo sguardo. Infatti, lo stesso pianeta – sempre più avvolto nell’infrastruttura digitale –, esiste onlife. Pertanto, nella sua espressione informazionale (digitale) si potrebbe anche ritrovare il suo grido di «sofferenza».[xv] «L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare[xvi]». Il che significa prevenire o arginare sofferenze per i popoli, con sguardo proteso al futuro. Pertanto, sembra opportuno estendere la definizione di periferia digitale all’intero ecosistema Terra, proprio nella logica espressa da papa Francesco nell’enciclica Laudato si: «tutto è connesso».
* Fortunato Ammendolia, informatico e animatore della comunicazione e della cultura del COP, studioso di pastorale digitale, «sentiment analysis» in ambito religioso, intelligenza artificiale ed etica, docente invitato in istituzioni accademiche
Tratto da Orientamenti Pastorali n.3(2026)
[i] https://nove.tv/fedez-che-tempo-che-fa-malattia-video (ultima consultazione, 28 marzo 2026)
[ii] Persona che usa la rete, e in particolare i social network, per esprimere odio o per incitare all’odio verso qualcuno o qualcosa.
[iii] «Salva l’essenzialità dell’informazione, il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona, né si sofferma su dettagli di violenza, a meno che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine». Art. 8, Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica.
[iv] Cf. F. Ceretti – M. Padula, Umanità mediale. Teoria sociale e prospettive educative, Edizioni ETS, Pisa 2016.
[v] https://bit.ly/4c4VZ8Z (ultima consultazione, 28 marzo 2026).
[vi] La sua pagina ufficiale su Instagram: EleonoraGiorgi (@eleonoragiorgiofficial).
[vii] https://bit.ly/4cf5voL (ultima consultazione, 28 marzo 2026).
[viii] E. Giorgi, Tutta la forza nel combattere la malattia, https://bit.ly/3PQwRtS (ultima consultazione, 28/03/2026).
[ix] Ivi.
[x] F. Ammendolia – R. Petricca, Chiesa e pastorale digitale. In uscita verso una società 5.0, Il Pozzo di Giacobbe, 2023, pp. 62-66.
[xi] Questa definizione, da intendersi come perfettibile, è stata nel 2023 in un dialogo con don Fortunato Di Noto. In questo stesso articolo ne propongo un’estensione.
[xii] Dal tema Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione. Il cammino preparatorio triennale (2021-2023) è culminato nella XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, conclusasi nel 2024. La prima fase, quella di «consultazione del popolo di Dio», ha previsto un ascolto anche digitale con il progetto La Chiesa ti ascolta.
[xiii] Cf. Dicastero per la comunicazione, «Una nuova pagina missionaria della Chiesa verso la cultura digitale», Intervento di Mons. Lucio A. Ruiz, in Giubileo dei missionari digitali e influencer cattolici, 28-29 luglio 2025.
[xiv] Cf. D. Evans, The Internet of Things. How the next evolution of the Internet is chanching everything, White Paper, CISCO, 2011, https://bit.ly/3Q7kZ6G, (ultima consultazione 28 marzo 2026).
[xv] Cf. Francesco, Laudato si, n. 117.
[xvi] Cf. Ivi, n. 19.