Il Vaticano II rappresenta senza dubbio un evento di avvio, non di conclusione, di processi di rinnovamento nella Chiesa. La sua intuizione coraggiosa ha aperto spazi di novità ancora in gran parte inesplorati, ma purtroppo questa stessa intuizione è stata spesso tradita o abbandonata negli ultimi decenni. La perdita di fiducia nel cambiamento e una crescente attenzione alle questioni di identità e ortodossia, soprattutto dagli anni ’80 in poi, hanno rafforzato meccanismi di difesa e resistenze, in particolare tra le generazioni più anziane, ostacolando l’apertura e l’intercettare le novità proposte dal Concilio.
La sinodalità, come strumento di ascolto e verifica, dovrebbe rappresentare un cammino per ripartire dall’ascolto della vita reale e delle comunità, senza giudizi affrettati, utilizzando strumenti più adeguati sia rispetto alla teologia che alla cultura attuale. Un esempio emblematico di apertura è Apostolicam actuositatem, uno dei documenti più coraggiosi e antichi del Concilio, che ha intuito l’importanza di un laicato competente e attivo, seppur con limiti formali e un linguaggio paternalistico. La sua ricezione, specialmente in America Latina, evidenzia come il popolo di Dio sia costituito da tutti i battezzati e si realizzi attraverso un’attenzione crescente ai più poveri, in un processo che si sviluppa nel tempo.
Oggi, grazie a strumenti più sofisticati e a una maggiore consapevolezza critica, possiamo interpretare il mondo e i cambiamenti sociali con maggiore profondità rispetto agli anni ’60. Tuttavia, si è affievolito il senso di urgenza di un tempo, e la pandemia ha dimostrato che è possibile ripensare la comunità anche senza la presenza fisica nelle chiese. La resistenza, invece, rimane forte tra alcune generazioni, spesso legata a emozioni e culture radicate, e si manifesta anche attraverso pratiche ecclesiali violente o abusive. La distinzione tra «ad intra» e «ad extra» è superata, perché la vita reale si svolge «al di là del recinto», dove le persone vivono e operano; la Chiesa, come suggerito da papa Francesco, deve uscire e incontrare le persone nei loro contesti quotidiani.
La perdita dei corpi intermedi, quali partiti e associazioni, ha indebolito il senso di comunità sociale ed ecclesiale, rendendo difficile costruire relazioni solide e riconoscibili. La digitalizzazione sta creando nuove forme di appartenenza, e la Chiesa deve imparare a riconoscerle e valorizzarle per non scomparire. In questa direzione, occorre recuperare il carattere di avvio del Vaticano II, abbandonando le paure, aggiornando strumenti e linguaggi, e valorizzando le nuove comunità, affinché il processo di rinnovamento iniziato sessant’anni fa possa continuare.
I documenti sinodali mostrano un popolo di Dio più aperto, inclusivo e dialogante, che ascolta le voci dei poveri e delle periferie, promuovendo partecipazione e corresponsabilità tra i fedeli. La liturgia rappresenta l’espressione più autentica del «noi» cristiano, unendo i credenti in un unico corpo che celebra, ringrazia e si sostiene reciprocamente, rafforzando il senso di comunione e identità condivisa. I nuovi arrivati, in particolare i migranti cattolici, assumono un ruolo di protagonisti come portatori di ricchezze culturali e spirituali, contribuendo a rinnovare e arricchire il volto della Chiesa e rafforzando il senso di una comunità universale.
Movimenti e associazioni sono strumenti fondamentali per costruire un nuovo «noi» nel popolo cristiano, favorendo la partecipazione attiva, il protagonismo dei laici e la creazione di reti solidali che rafforzano senso di appartenenza e missione comune. La presenza sui social media permette di superare barriere geografiche e culturali, creando spazi di dialogo, condivisione e testimonianza che rinforzano l’identità della comunità ecclesiale.
I giovani devono essere protagonisti attivi e responsabili del loro cammino di fede, portatori di energie, idee e modalità di testimonianza innovative, capaci di rinnovare la comunità cristiana. L’esperienza di popolo di Dio in America Latina si distingue per una fede vivace, radicata nelle comunità locali, e per un impegno sociale e politico che rende la Chiesa un punto di riferimento per la giustizia, la solidarietà e la liberazione.
In conclusione, occorre recuperare il carattere incipitale del Vaticano II, abbandonando paure e reticenze, aggiornando strumenti e linguaggi, e valorizzando le nuove forme di comunità. Solo così si potrà proseguire il processo di rinnovamento avviato sessant’anni fa, rispondendo alle sfide di un mondo in continuo mutamento, e rafforzando una Chiesa più aperta, inclusiva e dialogante, capace di ascoltare e accompagnare il suo popolo nel cammino di fede e di speranza.
In questo numero contributi di Stella Morra, Valentino Bulgarelli, Marco Gallo, Antonio Serra, Matteo Truffelli, Alice Bianchi, Alberto Brignoli