* Stella Morra

Davvero vale la pena di interrogarsi sull’attualità di Apostolicam actuositatem? In fondo si tratta di un documento che per alcuni aspetti, impostazioni o linguaggi era sembrato già troppo prudente e un po’ «vecchio» allora, nel 1965… ora sono passati 60 anni, e non sessant’anni qualsiasi: i primi computer PC standard sono stati venduti nel 1981 e i primi cellulari nel 1983 e quelli di allora oggi ci sembrano preistorici ed enormi; c’erano ancora il Muro di Berlino e la Cortina di ferro; e così via. Il mondo, la Chiesa e le persone sono profondamente cambiati, il modo di vivere (neppure si parlava allora di migrazioni, pochi ricchi prendevano l’aereo) non è quasi più riconoscibile.

Eppure, sono convinta che non solo valga la pena di riprendere in mano questo documento, ma ancora di più che l’AA non ci abbia ancora offerto fino in fondo i suoi frutti migliori.

Premessa

Prima di tutto, sono necessarie due premesse che ritengo abbastanza importanti.

La prima è questa: si nomina spesso una questione da cui però, forse, non sappiamo trarre le conseguenze concrete e ultime, e che diventa dunque un puro esercizio di retorica. Si tratta del carattere incipitale di Vaticano II: carattere incipitale significa consapevolmente caratterizzare sé stessi come un inizio, con la consapevolezza di non chiusura delle questioni affrontate. Dunque, dare a sé stessi come obiettivo non una trattazione esatta, equilibrata e completa, ma piuttosto cercare una armonia provvisoria che rilanci e renda possibile una strada futura.

Intendo dire che il Vaticano II, in un certo senso, si proponeva, e gli anni successivi hanno dimostrato storicamente, un carattere di «inizio di processi», come avrebbe detto papa Francesco. Non un carattere conclusivo, né dal punto di vista teologico né pratico, ma di ripensamento e di creazione di spazio di possibilità perché le chiese viventi potessero trovare le strade e le pratiche necessarie.

Si era consapevoli di essere in un tempo che avrebbe portato grandi cambiamenti (va detto che in realtà non si immaginava quanti e come sarebbero stati) ma ancora si avevano pochissimi strumenti concettuali, pratici e culturali adatti a qualcosa di cui nemmeno si comprendeva la portata. Certo, c’era qualche esperimento in Europa, come in Francia la Nouvelle théologie, o i vari movimenti biblici, liturgici ed ecumenici, che non a caso sono sempre citati come humus esattamente in cui il Concilio ha potuto svilupparsi.

Tutto questo fermento è stato certamente molto importante, ma ancora assolutamente minoritario nella vita quotidiana delle chiese, che in fondo erano ancora molto strutturate e vivevano come negli anni ‘50. Non bisogna affrontare la ricezione del Vaticano II attraverso il dibattito tra ermeneutica della continuità ed ermeneutica della rottura. In realtà, si tratta di un falso dibattito (una lettura controversistica assai anacronistica), perché, almeno secondo la mia tesi, il carattere del Concilio e dei suoi documenti è incipitale: non si tratta né di continuità né di rottura, ma di un’operazione estremamente coraggiosa che, nei 60-70 anni che ci dividono da quell’evento, non abbiamo più fatto, purtroppo.

È l’intuizione di un cambiamento, con il coraggio di lasciar libere le briglie e lo Spirito per intercettarlo (e possibilmente governarlo), anche se con un grande senso di insicurezza e consapevoli di avere strumenti molto limitati. Tutto ciò che è seguito al Vaticano II, gli anni anche duri, pieni di discussioni, polemiche e apparenti separazioni, inseriti in un contesto mondiale come il ’68, e i mutamenti successivi, non ha scalfito questa intuizione originaria: quella di dare spazio alla novità, di provare a capirla e, per quanto possibile, orientarla. In questo senso, purtroppo, questa operazione non è più stata fatta.

Mi sembra di poter dire, in modo semiserio, che forse non ci crediamo fino in fondo, forse per mancanza di fede o comunque perché abbiamo avuto paura. La crisi degli anni ‘80 ha segnato questo passaggio: l’attenzione sui temi dell’identità, le questioni di ermeneutica della continuità e della rottura, e i movimenti tradizionalisti, le sette, e altri problemi, hanno innescato meccanismi distanti dalla logica interna del Concilio. La questione della sinodalità, in questo senso, riprende il filo da dove si era interrotto: ricominciare a intercettare la novità con il suo carattere incipitale, cioè senza bloccarla né giudicarla subito, ma assumendola cercando di essere co-protagonisti del cambiamento, anche se non abbiamo tutti gli strumenti, né oggettivi né soggettivi. Non abbiamo le categorie adeguate, né sociali, né culturali, né teologiche, per affrontare questa novità, la nostra teologia, il linguaggio, sono insufficienti, datati, legati a paradigmi superati. Ma abbiamo fiducia nello Spirito Santo e nel Signore della storia e dunque possiamo correre il rischio.

La seconda premessa riguarda il caso specifico di AA, che richiede un doppio coraggio: bisogna riscoprirla, anche sessant’anni dopo, perché è uno dei documenti più coraggiosi del Vaticano II, anche se il suo linguaggio sembra tra i più invecchiati. Immaginare un laicato come quello che oggi consideriamo normale, sembra stridente a leggere AA; io stessa, teologa, donna e insegnante a seminaristi, preti e futuri vescovi, sono un esempio di un laicato totalmente conscio della propria soggettività battesimale, competente e attivo nella Chiesa: non era davvero immaginabile allora. AA usa ancora un linguaggio e immagini di un laicato che sembra quello dell’Opera dei Congressi (1874), anche il termine stesso «Apostolicam actuositatem», oggi assai meno usato, contiene comunque intuizioni fondamentali rispetto a quanto sta mettendo in gioco Lumen gentium. È uno sforzo incipitale, con limiti che oggi riconosciamo bene, ma che aiuta a chiederci: quali strumenti abbiamo oggi per realizzare ciò che AA ha intravisto, ma non poteva indicare fino in fondo senza strumenti adeguati? Come possiamo superarla radicalmente proprio per esservi fedeli e recepirla? È un documento emblematico di questa situazione: da un lato, uno dei più «invecchiati», con un certo tono paternalistico sul laicato; dall’altro, e contemporaneamente, un’intuizione profonda che ci invita a ripartire.

Alcune sottolineature

Prima sottolineatura importante: il nodo/snodo del popolo di Dio. AA si può capire solo nella logica ampia del popolo di Dio. Ma questo termine, oggi molto normalmente usato, ha una storia complessa e spesso confusa. A livello teologico, indica sia tutti i battezzati – preti, vescovi, laici – sia, in senso più marginale, i poveri, i più fragili di una entità umana: popolare viene a significare semplice, non colto, depauperato (infatti, quando diciamo popolo di Dio, a volte vuol dire «tutti» e a volte vuol dire «i laici»). La ricezione sudamericana del Concilio ha interpretato bene questa questione: il popolo indica la dignità comune di tutti, sotto lo stesso segno di cittadinanza e eguaglianza davanti a Dio, santi e familiari di Dio. Ma questa dignità si verifica (cioè si rende vera e sperimentabile) progressivamente nella storia, e si deve verificare sulla parte più povera, cioè sui più deprivati. Anche nel linguaggio comune «popolo, popolare» ha questa doppia valenza: una identità di un gruppo, ma insieme la parte più «bassa» di quella identità.

Se raccogliamo nel nostro ragionamento la feconda recezione sudamericana, dovremmo dire che quello che vale per i laici definisce la natura del popolo di Dio come un tutto e solo se vale per i laici assume credibilità per tutti. È importante ricordare, ad esempio, che i discepoli missionari sono coloro che rendono «vera» l’attività degli apostoli; senza di loro, questa attività non avrebbe senso. Non come fondamento di autorità, ma come esperienza storicamente visibile e vivibile.

Da questa idea possiamo ripartire: la sinodalità mira a rendere strutturale questa verifica, ad esserne il luogo materiale; cioè mira a far sì che la verità dell’annuncio evangelico – non solo l’attenzione ai poveri come un tema fra gli altri, ma come sostanza teologica della stessa natura della Chiesa come identità che si compie e si verifica – sia continuamente verificata sulla parte più debole e marginale.

Secondo nodo/snodo: cosa abbiamo noi oggi in più rispetto ad AA? Non necessariamente si tratta di vantaggi, ma dobbiamo domandarci quali strumenti e quali fatiche diverse abbiamo per far fruttare fino in fondo ciò che ci è consegnato per l’oggi. Per esempio, oggi abbiamo elaborato una distanza critica rispetto agli anni ’60, anche grazie alla ricezione di altre chiese e ai mutamenti sociali, come la secolarizzazione e l’indifferenza. Abbiamo operato una distinzione e articolazione tra formazione e studio: e sappiamo che oggi serve più studio, cioè la capacità di capire e di ragionare, trovare nuove categorie interpretative e nuovo pensiero critico, più che una semplice formazione catechistica. Questo è importante, perché sperimentiamo la frustrazione di molte persone, anche adulti, che hanno fatto tanti anni di catechismo e si sentono comunque persi e incapaci di una reale capacità critica sulla fede o sulla vita, e dunque di non avere la possibilità di parola condivisa.

Inoltre, in questi settant’anni, abbiamo imparato che non tutto è così urgente come sembrava. Le urgenze di qualche decennio fa – come le crisi, le emergenze, le questioni drammatiche – spesso non sono più tali. Non tutto deve essere affrontato subito; possiamo e dobbiamo imparare a vedere il quadro più ampio, a non inseguire ogni emergenza come se fosse l’ultima spiaggia. La pandemia, per esempio, ha fermato molte cose, ma ha anche fatto emergere nuovi modi di fare comunità e di vivere la fede. La stessa idea di crisi epocale si è affievolita: chi oggi ha meno di quarant’anni sa che il senso di fine di un’epoca è già alle nostre spalle, siamo ormai in territorio sconosciuto, e l’unica cosa chiara è che indietro non si torna.

Terzo nodo/snodo, le resistenze nella Chiesa. Chi decide è spesso ancora «boomer», i cinquantenni e i sessantenni che, il più delle volte, non danno una grande prova di elasticità e di lasciare spazio ad altri (lo dico con coscienza di causa: sono tra quelli… rimaniamo convinti di aver vissuto un’epoca eroica e di aver capito tutto o quasi…). La resistenza, come ostinazione prerazionale, è difficile da smantellare, proprio come convincere un fobico che la sua paura non ha senso: la ragione non basta, perché le resistenze sono radicate in dimensioni emozionali o culturali profonde. Non si può pretendere che tutti siano pronti a cambiare solo perché cerchiamo di spiegare bene. La nostra generazione, cresciuta con molti ragionamenti razionali (e altrettante illusioni), ha una fiducia eccessiva nel fatto che basta spiegarsi per convincere. Ma questa fiducia è illusoria: come si può vedere nell’esperienza, molti non cambiano anche se conoscono bene i motivi. Le resistenze al laicato poi sono potenti. La maggior parte dei preti non dice «i laici non hanno diritto di…», ma spesso sono paternalisti, irrispettosi, e lo sono inconsapevolmente. Offendono senza rendersi conto; se ne fossero consapevoli, cambierebbero atteggiamento, ne sono convinta. La questione delle pratiche è collegata a questo: anche i migliori, a volte, usano pratiche violente, fino all’abuso, che è purtroppo molto diffuso, specie nella forma dell’abuso di potere o di coscienza. In un mondo che non sacralizza più queste pratiche, le persone semplicemente e silenziosamente se ne vanno, si spostano, cambiano parrocchia o smettono di andare a messa. Come vincere le resistenze reali e pratiche a continuare a considerare i laici collaboratori nella Chiesa e no, quali sono, corresponsabili?

Per (non) concludere

Una piccola osservazione che può sembrare quasi spirituale, ma che in realtà è l’anima vera della trasformazione necessaria: Gesù, il vivente risorto ci precede in Galilea (la Galilea delle genti, dei pagani), cioè là dove la vita vera e normale si svolge. La «materia» più importante del quasi-sacramento che la Chiesa è, questa materia è la vita delle persone, che ormai spesso non sta più nelle chiese, ma semplicemente altrove, nelle molte Galilee che abitiamo tutti. La domanda da porci dunque è: perché dobbiamo sforzarci di portare «dentro» questa vita, sprecando energie, quando basta uscire e andare là dove la vita si vive davvero? La Chiesa, come ha detto Francesco, è chiamata a uscire, perché solo là noi stessi troveremo il Signore che già ci attende. La maggior parte delle persone con cui entriamo in contatto non incontrano più una chiesa, una parrocchia, un oratorio; ma incontrano noi, i credenti, nelle loro vite quotidiane. E spesso questa è tutta la Chiesa che sperimentano… Come dice Werbick la Chiesa esiste per questo: perché ogni battezzato sia nutrito, dalla Parola e dall’Eucaristia, per diventare casa accogliente per il mondo intero.

Questa riflessione mette in gioco una questione molto importante che sembra quasi sociologica, ma che è invece molto seriamente teologica. In questo essere l’unica Chiesa che moltissimi incontrano siamo e ci sentiamo «soli» o isolati. Eravamo abituati a corpi intermedi (parrocchie, oratori appunto, ma anche associazioni, sindacati, partiti…) che ci riconoscevano e ci facevano sentire riconoscibili in un «noi». Nella Chiesa questa perdita si sente ancora di più. L’Azione cattolica, ad esempio, ha pagato un prezzo pesante per questa situazione.

Le persone non sono più «il noi» di una volta, ma si esprimono in modi diversi, spesso senza che noi ce ne accorgiamo o quando esprimiamo giudizi affrettati. Il mondo digitale, per esempio, crea community nuove, con limiti e rischi, ma anche con il senso di appartenere a un «noi». Il problema è che la Chiesa non può più contare automaticamente sul fatto che questi corpi intermedi siano luoghi di riconoscimento ecclesiale: bisogna riconoscere i nuovi «noi» nascenti, perché una Chiesa senza «noi» non si dà. Ma non possiamo continuare a cercare di rivitalizzare un «noi» che da trent’anni nessuno riesce più a praticare, per motivi sociali, culturali, o di stile di vita. La nostra storia ci insegna che, per secoli, la Chiesa ha costruito «noi» solidi e rispettosi, ma oggi questa capacità si è quasi persa. Proprio quando il mondo avrebbe bisogno maggiormente di «noi» condivisi.

Forse un «vecchio» documento piuttosto giovane come l’AA può aiutarci a ripartire da qui e a ritrovare la materia della vita laicale come vera materia quasi-sacramentale per una Chiesa serva del mondo verso il regno di Dio?

* professoressa ordinaria Pontificia Università Gregoriana

Tratto da Orientamenti Pastorali n. 5(2026). EDB. Bologna. Tutti i diritti riservati.