* Domenico Sigalini
– Il contesto socio religioso in cui stiamo vivendo ci mostra un vero e proprio processo di «scomposizione-ricomposizione», e non solo della fede. In altre parole, si agisce come se si scomponesse un puzzle (o un disegno) di Chiesa, di fede, di persona … e poi, al momento della ricomposizione, non si riescono più ad incastrare i pezzi perché, gli stessi, nel frattempo, sono stati ritagliati su un altro disegno (una diversa Chiesa, una diversa fede, una diversa persona …).
Si stanno scomponendo (ossia smontando) gli elementi che definivano una realtà come la pastorale, i ruoli e i compiti attribuiti ai ministri ordinati: quale prete dunque, quale diacono permanente, quale laico? … ma la ricomposizione non è più univoca e in sintonia con il magistero ecclesiastico.
C’è una tendenza che disorienta un po’ tutti, ma soprattutto che rende più problematico di quanto già non sia di per sé l’incontro e il dialogo fra le generazioni, la comunicazione della fede, lo stesso ripartire da una fede comune e condivisa come è stata consegnata alla Chiesa e dalla Chiesa trasmessa.
La Chiesa stessa vive una situazione di «transizione». Da un lato, è consapevole di dover abbandonare le forme tradizionali della sua azione pastorale e, dall’altro, percepisce con chiarezza di non essere ancora riuscita a individuare forme nuove che intercettino le domande della post-modernità in una rinnovata fedeltà al messaggio da trasmettere. A complicare questo momento di passaggio c’è la diminuzione piuttosto consistente del numero dei praticanti, delle risorse di clero e di laici – segnatamente di quelle che tradizionalmente hanno rappresentato il suo punto di forza – le famiglie e i giovani. Non c’è aria di resa, ma di fatica, una certa ansia da sopravvivenza, che incidono sulla qualità dell’evangelizzazione.
La qualità della pratica religiosa appare più vera fra i credenti (in minoranza) che hanno raggiunto un livello più adeguato di consapevolezza dei contenuti della propria vocazione cristiana e che tentano di tradurli nella vita quotidiana.
Tutto inizia con l’ultima cena e con l’istituzione dell’eucaristia. Chi si dispone a riflettere sul sacramento eucaristico viene invitato a volgere la mente alle parole e ai gesti di Gesù, che, mentre offre il pane eucaristico a Pietro, dice: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, ci offre tutte le intenzioni e la visione di Gesù sull’eucaristia: «Io sono il pane vivo che discende dal cielo (Gv 6,41b) chi mangia questo pane vive in eterno (cf. Gv 6,58)», «la mia carne è vero cibo, e il mio sangue vera bevanda» (Gv 6,55).
La cena ebraica e i sacrifici della prima alleanza assumono il loro valore profetico e si inverano nella carne e nel sangue di Cristo, offerti in sacrificio per la nostra salvezza. Sacrifici antichi e sacrificio nuovo sono messi a confronto, nel gioco delle analogie e delle reciproche implicazioni, in una concezione profondamente unitaria in cui lo spezzare il pane si compie insieme all’apertura delle scritture e viceversa.
Tutto sfocia nella celebrazione dell’eucaristia, che vede la Chiesa degli apostoli celebrare la cena del Signore. La Chiesa fa l’eucaristia e l’eucaristia fa la Chiesa.
L’eucaristia è sorgente della vita e della attività ecclesiale, ha la capacità di plasmare la vita e l’azione e quindi orientare l’esistenza dei cristiani, l’eucaristia fa la Chiesa. Dobbiamo ridirci con forza che la Chiesa è stata fondata, come popolo di Dio, nella comunità apostolica dei Dodici che, durante l’ultima cena, sono divenuti partecipi del corpo e sangue del Signore sotto le specie del pane e del vino. La precedenza non solo cronologica, ma anche ontologica dell’averci amato per primo è all’origine della Chiesa. Da qui è utile riproporre alla nostra contemplazione che l’Eucaristia è banchetto, sacrificio, presenza reale.
Eucaristia: banchetto o convito
C’è una fondamentale componente di un amore che condivide, di una compagnia, della necessità di approfondire amicizia e relazione, di mettersi uno accanto all’altro a prendere assieme parte a un pasto come lo furono tutte le moltiplicazioni dei pani e dei pesci, anticipazioni dell’ultima cena. Questo pasto ha una valenza escatologica perchè «chi mangia la mia carne ha la vita eterna». È un banchetto pubblico aperto a tutti i credenti e alle moltitudini. Nei primi secoli l’eucarestia era celebrata nelle case e in seguito nelle basiliche, cioè in luoghi pubblici di incontro e di scambio. Verrà Paolo a dire esplicitamente che la partecipazione all’eucaristia fonda la solidarietà dei credenti, non solo, ma il corpo di Cristo eucaristico rende presente il corpo di Cristo crocifisso e risorto che dà forma e vita alla Chiesa, trasformando in corpo di Cristo i fedeli che si nutrono di questo pane e questo vino. Quindi non solo amicizia, relazione o anche fede comune, ma soprattutto partecipazione allo stesso pane e allo stesso vino, divenuti corpo e sangue di Cristo. Quindi mettere al centro l’eucaristia nelle nostre prassi pastorali non può assolutamente essere ridotto a una devozione, ma deve sempre andare al cuore del nostro essere Chiesa. Se dimentichiamo questa origine eucaristica la Chiesa torna a essere vista come una società. Da qui deriva che per essere il corpo di Cristo non ci basta condividere il pane dell’altare, ma occorre condividere anche il pane quotidiano. La solidarietà è una qualità dell’essere prima che una applicazione morale.
«Io sono con voi tutti i giorni» non dice di un ricordo, di una parola ascoltata, ma una presenza vera nel pane e nel vino. I linguaggi della istituzione non sono simbolici, ma reali. L’adorazione eucaristica mette in risalto tutto questo, ma sarebbe un delitto che la staccassimo dalla celebrazione eucaristica che innesca la realtà concreta nei simboli. Questa presenza reale diventa fondamento della presenza della Chiesa nella società e dice di un amore, quello del cristiano che si preoccupa di esserci, di condividere, di prendere i tratti del sale, del lievito e del seme. È presenza reale, non solo sacramentale, come nella Parola e negli altri sacramenti della vita cristiana.
Da tutto questo trova significato un’esperienza d’amore come quella della famiglia che si porta dentro i significati precisi di fatica, di pazienza, di perdono, di percorso comune che sono assunti dalla stessa esperienza sacrificale della eucaristia, dall’essere dono fino alla consumazione. Diventa dono inesauribile per una famiglia che pone nell’amore il suo fondamento, in Cristo che si dona alla Chiesa, la sua immagine operante nei rapporti d’amore, nel suo corpo e nel suo sangue il nutrimento e la forza per vincere l’egoismo. Diventa sostegno e traccia di percorso per chi nel mondo mette a disposizione il suo tempo, il suo genio, la sua operatività per creare lavoro e per essere con coraggio, col coraggio del dono fino al sangue, contro la corrente accattivante del successo o dell’intrigo, un cristiano che fa dell’eucaristia la scelta quotidiana di condivisione e di alzare gli occhi al cielo.
Si possono costruire comunità di persone che fanno dell’eucaristia la loro costante ispirazione, nel lavoro educativo, nel mondo delle relazioni di solidarietà, nella vita religiosa, nello sforzo di costruire persone mature, nel costruire percorsi eucaristici di educazione alla vita, alla convivenza pacifica e solidale, alla piena maturità umana. Si può educare a divenire persone eucaristiche che sanno fare della vita un ringraziamento sostanziale e che vivono nel dono e nella gratuità.
* presidente del COP
Tratto da Orientamenti Pastorali 1-2(2026), EDB. Tutti i diritti riservati.