Pier Giuseppe Accornero *
Lo avvicinai dopo la cerimonia di inaugurazione dell’Anno giudiziario a Torino. Mi bastarono pochi minuti per capire che era un italiano serio, uno dei migliori uomini dell’Italia del dopoguerra, giurista e politico, docente universitario e cristiano tutto d’un pezzo. Erano i primi giorni del 1978, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro, delle dimissioni del presidente Giovanni Leone, dei tre Papi – la morte di Paolo VI, l’elezione e la morte di Giovanni Paolo I, l’elezione di Giovanni Paolo II – e dell’ostensione della Sindone con tre milioni di visitatori.
Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura, si disse seriamente preoccupato per il primo processo ai 49 capi storici delle Brigate Rosse, che sarebbe iniziato il 9 marzo nell’aula-fortino della caserma «Lamarmora». A Torino nel 1977 erano caduti, sotto il piombo dei terroristi, quattro uomini-simbolo: il brigadiere dell’antiterrorismo della P. S. Francesco Ciotta; il presidente dell’Ordine degli avvocati Fulvio Croce; lo studente-lavoratore Roberto Crescenzio arso vivo dalle bombe molotov; il vicedirettore de «La Stampa» Carlo Casalegno.
Quel mattino, tra ermellini e alte uniformi, il ministro di Grazia e Giustizia Francesco Paolo Bonifacio insignì della medaglia al valor civile la vedova dell’avvocato Croce. Poi Bachelet offrì con lucida profondità il suo contributo all’assemblea dei pubblici amministratori e degli operatori della giustizia intenti a scandagliare una crisi troppo grave, per risolvere la quale non bastavano il brodino e i pannicelli caldi.
Tre anni dopo all’Università «La Sapienza» di Roma i criminali delle B. R. stroncano a 54 anni la vita di Vittorio Bachelet che aveva appena tenuto lezione nell’aula intitolata ad Aldo Moro. Il 12 febbraio 1980, mentre conversa con l’assistente Rosy Bindi, è colpito con sette proiettili calibro 32 Wincester. Sparano i terroristi Annalaura Braghetti e Bruno Seghetti. Informa un dispaccio dell’Ansa: «Il prof. Bachelet è stato ucciso sulle scalinate della facoltà di Scienze politiche dove è tuttora in corso un’assemblea contro il terrorismo, cui il docente universitario, doveva partecipare insieme all’on. Stefano Rodotà e al senatore Luciano Violante». Rosy Bindi – co-presidente con Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, del «Comitato per il NO» al referendum di marzo – ha scritto una pregevole e commovente testimonianza su «La Voce e il Tempo» del 15 febbraio 2026 «Quel giorno in cui fu assassinato».
Una spietata analisi è proposta dal giudice torinese Gian Carlo Caselli in «Nient’altro che la verità»: «Negli anni Ottanta i giudici istruttori e i pm titolari di inchieste sul terrorismo cominciarono a incontrarsi per scambiarsi dati e verbali di comune interesse. Intanto il CSM viveva nella più assoluta latitanza: solo dopo l’assassinio del vicepresidente Bachelet il CSM si accorse che in Italia c’era il terrorismo. Mancava una banca dati e i giudici istruttori e i pm avevano pensato a una forma di coordinamento su base volontaria e artigianale per evitare che ciascuno procedesse per suo conto».
Vittorio Bachelet nasce a Roma il 20 febbraio 1926. Ultimo di nove fratelli, ancora bambino partecipa all’Azione Cattolica a Bologna, dove vive la famiglia che poi si trasferisce a Roma. Dopo la maturità classica si iscrive a Giurisprudenza e milita nella Federazione degli universitari cattolici. Si laurea nel 1947 con 110 e lode su «I rapporti fra lo Stato e le organizzazioni sindacali». Formatosi alla scuola di preti eccellenti come Emilio Guano e Franco Costa, si caratterizza per lo sforzo costante di sintesi tra fede e cultura: una fede che passa al vaglio della critica e in essa si purifica, e una cultura che apre pazientemente le vie alla fede. In questo impegno è vicino ad altri uomini come Igino Righetti – uno dei «padri» del Movimento laureati cattolici -, Aldo Moro e Giovanni Battista Montini, il mitico assistente della Fuci degli anni Venti e Trenta, decenni «ammorbati» dalla dittatura fascista.
Accanto alla docenza universitaria, Bachelet si impegna nella ricostruzione dell’Italia dalle rovine della guerra nel Comitato per la ricostruzione e nella Cassa per il Mezzogiorno. Nel 1951 sposa Maria Teresa de Januario; il 13 aprile 1952 nasce la figlia Maria Grazia e il 3 maggio 1955 Giovanni. È docente di Diritto amministrativo nella Scuola della Guardia di Finanza e alle università di Pavia e Trieste, approda poi a Roma. Milita nell’Azione Cattolica e ne diviene uno dei principali dirigenti.
Dopo la stagione del movimentismo pacelliano, impersonato da Luigi Gedda, nel 1959 Giovanni XXIII nomina presidente generale il torinese Agostino Maltarello (1959-1964) e vicepresidente Vittorio Bachelet. È la stagione del Concilio Vaticano II, al quale partecipano, come uditori laici, due ex presidenti dell’AC, l’avvocato vicentino Vittorino Veronese e il genetista e sindonologo, veneziano di nascita e torinese di attività, Luigi Gedda (presidente 1952-1959). Grazie al Concilio, matura una nuova linea per l’Azione Cattolica impressa da Bachelet presidente, nominato nel 1964 da Paolo VI che lo conferma fino al 1973. Il nuovo statuto del 1969 indica che l’impegno dell’AC «è essenzialmente religioso e apostolico», senza estraniarsi dalla realtà ma immergendosi in particolare nel mondo del lavoro e nella cultura. Il presidente nel fortunato libro «Rinnovare l’Azione Cattolica per attuare il Concilio» (1966) sollecita una vita associativa più democratica, un rinnovamento basato sulla liturgia e sulla Parola di Dio, una nuova corresponsabilità dei laici nella Chiesa e della società, un progressivo distacco dalla Democrazia cristiana pur nell’amicizia con Aldo Moro.
Nel volume «Una scelta pastorale. Il convegno della Chiesa in Italia» in vista del primo convegno nazionale «Evangelizzazione e promozione umana» (Roma, 30 ottobre-4 novembre 1976) Bachelet traccia il cammino di una possibile uscita dalla crisi: «La fase drammatica in cui si trova la storia del mondo e quella del nostro Paese ci fa sentire l’urgenza, da un lato, del nostro contributo di cristiani a uno sviluppo positivo; e dall’altro proprio questo cambiamento rapido ci rende più incerti e insicuri sulla possibilità stessa di dare un nostro contributo».
Il grande salto avviene il 21 dicembre 1976 quando Bachelet è eletto dal Parlamento in seduta comune vicepresidente del Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati, con un plebiscito di voti di tutti i partiti meno i missini.
Il mio incontro con lui a Torino fu doverosamente breve – non un’intervista ma una battuta colta al volo in una selva di taccuini – ma mi colpì per la statura umana e religiosa; per la cultura giuridica e l’impegno laicale; per la totale fedeltà all’ideale cristiano, apertamente e coraggiosamente professato; per la comunicativa amabile; uomo mite, ottimista e realista; conoscitore degli uomini e dei tempi; molto preoccupato per le sorti Paese, a causa del terrorismo e per la crisi della giustizia. Non rimane alla finestra a vedere come vanno a finire le cose ma «si rimbocca le maniche», «si sporca le mani» e «indossa il grembiule» con spirito di servizio. Ha il massimo rispetto per il pluralismo, un’acuta attenzione ai valori umani e morali, da qualunque parte politica e sociale siano vissuti e testimoniati. Non si è servito dell’Azione Cattolica per fare carriera.
«Vogliamo pregare per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Le parole di Giovanni Bachelet scendevano come un coltellato affilato nei cuori degli italiani la mattina di 46 anni fa. Anch’io seguivo con sgomento in televisione, il 14 febbraio 1980, i funerali di un uomo giusto e buono. Questo colpisce molto gli italiani, che assistono sorpresi a quella che è una «festa cristiana» nella quale il dolore è rischiarato dalla fede, la disperazione si tramuta in speranza.
Il giorno dopo l’assassinio, all’udienza generale Papa Wojtyla esprime il suo dolore «per l’Italia insanguinata»: «Ho avuto occasione di conoscerlo personalmente collaborando con lui nel Pontificio Consiglio per i laici; ho conosciuto la sua famiglia, la consorte e i figli. A loro e a tutta la Nazione italiana esprimo il mio profondo dolore e la mia partecipazione».
Per una singolare coincidenza, qualche giorno prima, a Brandizzo (Torino) i Nuclei comunisti territoriali, in un assalto alla Framtek (Gruppo Fiat-Teksid) di Settimo Torinese, il 31 gennaio uccidono il sorvegliante Carlo Ala. La vedova Italina e le figlie Cristina, Caterina e Maria Pia invocano il perdono per gli assassini del padre, come Giovanni Bachelet. E così, nella logica del perdono, si trovano unite due famiglie, che non si conoscono e che vivono a 600 chilometri di distanza: quella dell’umile «guardione» Fiat e quella del numero due della magistratura.
* Sacerdote, giornalista, scrittore