Fortunato Ammendolia * 

– Il santo è l’uomo come Dio lo vuole nel tempo in cui vive. Viviamo un cambiamento d’epoca «mosso» dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (più generalmente, tecnologie digitali).[1] Queste non sono strumenti, ma piuttosto forze ambientali che impattano sul chi siamo – la concezione di sé –, sul come socializziamo, sulla concezione della realtà – la nostra metafisica –, sul come interagiamo con la realtà (la nostra agency). Di fatto, viviamo in un’era iperconnessa, dove il confine tra mondo fisico e mondo digitale è venuto meno e, pertanto, la vita dell’uomo scorre onlife.[2] Confermando questo punto di vista, papa Leone ha affermato: «Oggi, in una cultura dove la dimensione digitale è presente quasi in ogni cosa, in un tempo in cui la nascita dell’intelligenza artificiale segna una nuova geografia nel vissuto delle persone e per l’intera società, questa è la sfida che dobbiamo raccogliere, riflettendo sulla coerenza della nostra testimonianza, sulla capacità di ascoltare e di parlare; di capire e di essere capiti. Abbiamo il dovere di elaborare insieme un pensiero, di elaborare un linguaggio che, nell’essere figli del nostro tempo, diano voce all’Amore».[3] In quest’impegno ci chiediamo: come comunicare la santità, oggi? Elaboriamo una risposta considerando come binario guida il convegno di studio La santità oggi, organizzato dal Dicastero delle cause dei santi nel 2022. Consegniamo due osservazioni. La prima s’inquadra nel binomio perennità e attualità in riferimento alla santità: «Se infatti, la perennità indica che il ricordo ininterrotto e duraturo di ciò che essi sono stati e hanno compiuto rimane nel susseguirsi delle generazioni di credenti, l’attualità arricchisce tale ricordo di un valore performativo, vale a dire della capacità di esercitare un’azione attrattiva sulla vita cristiana».[4]

Senza dubbio, la rete ha permesso di condividere «in largo» l’invito alla santità, ma anche di protrarlo nel tempo.[5] Una prima modalità è stata proprio quella di attivare collegamenti – link – alla vita dei santi, con pagine web, di fatto ipertesti[6] o ipermedia.[7] Circa questa modalità è utile richiamare un pensiero di Mario Morcellini, professore emerito di sociologia dei processi culturali e comunicativi. Riflettendo sulla natura costitutivamente multimediale e multidimensionale della santità, Morcellini ha dichiarato che: «il santo è un uomo e l’uomo deve aspirare a divenire santo: una verità semplice e assurda al tempo stesso, dipinta a tinte vivaci sulle pareti di chiese di campagna e cattedrali di città e risplendente di luce grazie ai raggi del sole riflessi sulle loro vetrate policrome. “Le immagini dei santi […] hanno dunque primariamente una funzione pubblica, che viene tuttavia personalizzata attraverso il rapporto che il singolo fedele è capace di ristabilire per mezzo della sua fede”. La santità allora appare come un “ipertesto” nato nello stesso giorno in cui è comparso il cristianesimo, senza abdicare alla chiamata alla comunicazione in forza di cui il messaggio evangelico si è propagato nel mondo”».[8] Morcellini, quindi, esprime «connessione» tra possibilità comunicative consolidate nella storia della Chiesa e quelle della rete, per uno stesso fine, ovvero interpellare il vissuto. Egli esprime pure un monito, parlando di «un’innovazione tecnologica passata a ritmi vorticosi dalla multimedialità alla crossmedialità[9] e da questa alla transmedialità,[10] con aggiornamenti di semantiche e sintassi troppo spesso trascurati in forza di un’imperdonabile sottovalutazione del nuovo». E sottolinea: «Gli stessi santi hanno sempre parlato a pubblici diversi con diversi strumenti, lessici e sintassi difformi in grado di espandere e moltiplicare l’offerta del sacro».[11] Tuttavia, se siti web, podcast e app dedicate favoriscono un incontro personale con i santi, alla persona resta la decisione: fermarsi a un conoscere (fatti, gesti, aneddoti) oppure far sì che quell’incontro diventi autentico – apertura alla preghiera, alla comunità, alla carità –, permettendo così all’invito alla santità condiviso «in largo» di essere accolto e portato in profondità.

Occorre specificare che se in rete esistono spazi digitali che possono permettere preghiera, discernimento e prossimità, «la santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due», che non può prescindere da una comunità concreta: si coglie, pertanto, la possibilità di composizione opportuna di cammini onlife.

Questa prima osservazione può essere sintetizzata con un passaggio tratto da Filotea. Introduzione alla vita devota, scritto di san Francesco di Sales (1567-1622). Egli fu attento alla ricerca e all’utilizzo di nuove modalità di comunicazione che accompagnassero, senza volerle cancellare, quelle «ordinarie». Queste frasi sono particolarmente significative e meritano di essere riportate: «Caro lettore […] scrivo ciò che è già stato pubblicato da quelli che mi hanno preceduto. I fiori che ti presento sono gli stessi, ma il mazzetto che ne ho composto sarà diverso dagli altri per il diverso criterio con cui gli ho disposti. […] Quasi tutti coloro che hanno trattato della devozione, hanno voluto istruire persone separate dal mondo, o perlomeno, hanno insegnato una devozione che porta a questo isolamento. Io offro i miei insegnamenti a quelli che vivono nelle città, in famiglia, a corte, e che sono costretti a vivere in mezzo agli altri. Costoro, molto spesso, non pensano alla eventualità di condurre una vita devota. […] Non per mia scelta pubblico questa introduzione. Un’anima eletta e virtuosa ebbe da Dio la grazia di desiderare una vita devota: perciò richiese il mio aiuto. […] Mi presi cura di lei. Dopo averla guidata attraverso gli esercizi idonei a realizzare la sua aspirazione, le lasciai degli appunti scritti, perché li attualizzasse».

La seconda osservazione su Santità e digitale può essere inquadrata da affermazioni di papa Leone XIV: «Non si tratta semplicemente di generare contenuti, ma di incontrare cuori […] Rivolgo una chiamata a tutti voi: “andate a riparare le reti”. Gesù ha chiamato i suoi primi apostoli mentre erano intenti a riparare le loro reti da pescatori (cf. Mt 4,21-22). Lo chiede anche a noi, anzi ci chiede, oggi, di costruire altre reti: reti di relazioni, reti d’amore, reti di condivisione gratuita, dove l’amicizia sia autentica e profonda. Reti dove si possa ricucire ciò che si è spezzato, dove si possa guarire dalla solitudine, non contando il numero dei follower, ma sperimentando in ogni incontro la grandezza infinita dell’Amore. Reti che danno spazio all’altro più che a sé stessi, dove nessuna “bolla” possa coprire le voci dei più deboli. Reti che liberano, reti che salvano. Reti che ci fanno riscoprire la bellezza di guardarci negli occhi. Reti di verità. Così, ogni storia di bene condiviso sarà il nodo di un’unica, immensa rete: la rete delle reti, la rete di Dio. Siate allora agenti di comunione, capaci di rompere le logiche della divisione e della polarizzazione; dell’individualismo e dell’egocentrismo. Siate centrati su Cristo, per vincere le logiche del mondo, delle fake news, della frivolezza, con la bellezza e la luce della Verità (cf. Gv 8,31-32)».[12] Il movimento proposto dal Papa è tutto in uscita. Un’uscita tra mondo fisico e mondo digitale che non interpella solo gli influencer e missionari digitali, ma ogni credente che abita la rete. Un invito a praticare onlife il Vangelo, dando una manifestazione «altra» e «alta» di gratuità, fedeltà, intimità, verità, comunità, proprio in risposta a quella chiamata alla santità che interpella tutti i battezzati, ognuno per la sua via:[13] «essere trasparenza di Dio e lievito nell’umano».[14]

San Carlo Acutis: trasparenza di Dio e lievito nell’umano, in un’era iperconnessa

È significativo introdurre la figura di Carlo Acutis – morto il 12 ottobre 2006 a soli 15 anni e canonizzato il 7 settembre 2025 –, con un passaggio tratto dall’esortazione apostolica di Francesco Gaudete et exultate: «Ciascun santo è un messaggio che lo Spirito Santo trae dalla ricchezza di Gesù Cristo e dona al suo popolo, in un dato momento della storia».[15] Carlo Acutis, primo santo millennial, è esempio di santità in un’era iperconnessa.[16]

Per tracciarne il profilo, vengono riportati alcuni passaggi di un’intervista che ebbi modo di rilasciare a Radio Vaticana due giorni dopo sua beatificazione il 12 ottobre 2020 (memoria liturgica).

«Di Carlo Acutis credente e la cultura digitale evidenzierei il binomio Eucaristia e Internet. Si può affermare che nella breve esistenza terrena di Carlo si sia naturalmente e pienamente realizzato quell’intreccio – cioè la “sintesi” – tra le c della pastorale, ovvero tra celebrazione, catechesi e carità, dove carità va inteso come vita. Quella di Carlo, infatti, è stata una vita trasformata, o meglio trasfigurata, dalla parola di Dio e dall’Eucaristia. Il suo messaggio ci invita a “non morire come fotocopie” e a potenziare l’“originale” che è in noi. Ecco, l’originale che è in noi è appunto la vocazione che ciascuno ha come essere unico e irripetibile, il senso della propria esistenza nella storia. Non per moda, quindi, ma per vocazione Carlo ha iniziato a “scrivere” nella rete, con pagine web, il messaggio della fede, un messaggio pieno del suo amore per l’Eucaristia. Aveva compreso, la necessità che occorreva anche abitare l’ambiente digitale per una trasfigurazione dell’uomo, che è poi l’obiettivo della pastorale digitale. Carlo avrà sognato progetti di educazione all’Eucaristia tra la realtà e il digitale. Ciò si può dire con certezza dinanzi alla concretezza della mostra dei Miracoli eucaristici, ideata dal giovane nel 2002, fatta da pannelli, e oggi proposta anche sul web, all’indirizzo www.miracolieucaristici.org. Probabilmente, Carlo aveva già colto le opportunità della realtà aumentata (ovvero dell’aumentare un’immagine con descrizioni) e anche della realtà virtuale (ovvero dell’immergere il visitatore in un ambiente digitale), per rendere verosimile la mostra: ci avrebbe lavorato come informatico, ma sempre in team, un suo stile, se si pensa che nella mostra dei Miracoli eucaristici, Carlo, coinvolse i familiari».[17]

Ci chiediamo: quale eredità ha lasciato Carlo Acutis agli informatici di oggi? Certamente, un invito a un uso etico della rete, e più in generale delle tecnologie digitali. Perché dinanzi all’ultimo respiro – il culmine della vita, per Carlo – un informatico, credente o ateo che sia, possa dire: «Ho vissuto la mia professione senza sciupare neanche un minuto di essa in cose che hanno fatto male all’uomo».

Riconoscere la santità: il «passo» della ricerca nell’infosfera

Qui è utile riportare qualche passaggio della presentazione del già menzionato convegno di studio La santità oggi, forse la frase che più di tutte lo ha inquadrato nel cambiamento d’epoca in corso, a introduzione di uno dei momenti di approfondimento: «(ci) si interroga sulla relazione fra la fama di santità e i caratteri specifici della nostra epoca spesso definita “infosfera digitale”».

La citazione ci invita anzitutto a interrogare la filosofia dell’informazione. Ci chiediamo: «Cos’è l’infosfera?». E specializzando: «Perché la nostra epoca è definita dell’infosfera digitale?». Rispondiamo considerando l’accezione proposta dal filosofo Luciano Floridi. L’infosfera è lo «spazio semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni», dove: «documenti» indica qualsiasi tipo di dato, informazioni e conoscenze, codificati in qualsivoglia formato semiotico, senza alcun limite di dimensione, tipologia o struttura sintattica; «agenti» sta per qualsiasi sistema in grado di interagire – di fatto, autonomamente – con un documento (come una persona, un’organizzazione, o un bot – software finalizzato a determinati compiti sulla rete che può implementare una qualche forma di intelligenza artificiale –); «operazioni», infine, inquadra tutte le tipologie di azione, d’interazione e di trasformazione che possono essere svolte da un agente a cui è sottoposto un documento. In senso ampio, come affermato da Floridi, via via che rivediamo la nostra concezione del mondo in termini informazionali (si pensi al DNA e alle biotecnologie), il termine infosfera fa riferimento a sempre più vaste porzioni della realtà; ne siamo parte anche noi, in quanto organismi informazionali, inforgs. È evidente che, data la crescente pervasività delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione – digitali –, quanto sperimentiamo essere ancora parte di un mondo offline è destinato a diventare «interattivo», costituito cioè da processi informativi e online. Un’infosfera, quindi, nel suo espandersi sempre più digitale, alimentata da una rete che si estende e potenzia, «coprendo» il mondo fisico – condizione onlife –.[18]

Nella prospettiva tracciata emergono due «questioni aperte».

La prima: «Quale “alleanza” deve maturare tra postulatore e intelligenza artificiale?». Parliamo correttamente di «alleanza» perché non si abbia uno sguardo distopico ma si acquisiscano, con lo studio (interdisciplinare) e l’esperienza le potenzialità dell’intelligenza artificiale a tale scopo, e le criticità su cui vigilare. L’asserto non può che essere: «a supporto del postulatore», non «in sostituzione del postulatore». Un’intelligenza artificiale, opportunamente addestrata, potrà analizzare grandi moli di documenti di qual si voglia formato… ricostruire percorsi e scene di vita, eventi… trovare l’inedito della persona… aiutare a fare memoria, a non dimenticare… formulare ipotesi d’indagine; inoltre, di certe caratteristiche date potrà evidenziarne «alti» e «bassi» nel vissuto della persona, oppure l’assenza… potrà riconoscere opinioni sulla persona e analizzarle – sentiment analysis –. Tuttavia, anche nell’infosfera digitale potrebbero esserci tracce «viziate» – dati non accurati o falsi –: se non riconosciute andrebbero a incidere sui risultati, distorcendoli. Si è così descritto, a grandi linee, quanto l’intelligenza artificiale potrebbe restituire all’inchiesta, per una profilazione…

La seconda questione pone l’accento sulla consultazione delle risorse digitali «protette» – patrimonio informativo nascosto – della persona candidata agli onori degli altari. Tale questione è riconducibile al diritto di accesso ai dati personali digitali di un defunto. Di fatto, email, account social, archivi cloud… sono risorse personali che persistono nell’infosfera dopo la morte fisica dell’utente, a meno che l’utente stesso non abbia disposto diversamente – morte digitale,[19] ovvero la cancellazione totale o parziale dei dati –.[20] Chi può accedervi? Nel formulare una breve (e generale) risposta, ricordiamo anzitutto che il GDPR – Regolamento UE 2016/679 (Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali, noto come «Regolamento»), non preveda la tutela dei dati personali delle persone defunte in quanto, come affermato dal diritto civile, non più persone fisiche, ma al Considerando 27 esprima una clausola di salvaguardia, demandando ai singoli Stati membri l’opzione di adozione di norme interne che disciplinino la questione. È in questa cornice che si colloca l’intervento del legislatore italiano che, nel novellato Codice della privacy (d.lgs. 196/2003),[21] all’articolo 2-terdecies dispone:

1. I diritti di cui agli articoli da 15 a 22 del Regolamento riferiti ai dati personali concernenti persone decedute possono essere esercitati da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato, in qualità di suo mandatario, o per ragioni familiari meritevoli di protezione.

2. L’esercizio dei diritti di cui al comma 1 non è ammesso nei casi previsti dalla legge o quando, limitatamente all’offerta diretta di servizi della società dell’informazione, l’interessato lo ha espressamente vietato con dichiarazione scritta presentata al titolare del trattamento o a quest’ultimo comunicata.

3. La volontà dell’interessato di vietare l’esercizio dei diritti di cui al comma 1 deve risultare in modo non equivoco e deve essere specifica, libera e informata; il divieto può riguardare l’esercizio soltanto di alcuni dei diritti di cui al già menzionato comma.

4. L’interessato ha in ogni momento il diritto di revocare o modificare il divieto di cui ai commi 2 e 3.

5. In ogni caso, il divieto non può produrre effetti pregiudizievoli per l’esercizio da parte dei terzi dei diritti patrimoniali che derivano dalla morte dell’interessato nonché del diritto di difendere in giudizio i propri interessi».

Ci si muove, quindi, tra un «chi» potrebbe esercitare un diritto – comma 1 – e i «contenuti delle clausole contrattuali» che il de cuius ha sottoscritto al momento della registrazione al servizio. Si osserva che le tecnologiche adottate dai grandi operatori per gestire la complessità dell’eredità digitale sono molteplici e, soprattutto, in costante aggiornamento. C’è chi anticipa la volontà dell’utente medio, dandogli la possibilità di nominare tramite un «testamento» – di fatto, un semplice atto privato – un erede digitale; c’è chi prevede la cristallizzazione post mortem del profilo, che diviene così commemorativo e immodificabile – ovvero, una sorta di lapide, o tempietto digitale –; c’è chi in caso di inutilizzo prolungato di un profilo, o di morte dimostrata, prospetta o prevede la cancellazione dello stesso e di quanto a esso associato, oppure di conservare i messaggi scambiati in una sorta di memoria digitale «postuma», pertanto accessibile a chi dimostrerà di averne diritto. Facebook, ad esempio, permette ai familiari di trasformare un account in «profilo commemorativo» o di richiederne la rimozione; Apple, invece, contempla la figura del «contatto erede», consentendo a una persona designata di accedere ai dati dell’account dopo la morte del proprietario.[22]

Ciò che abbiamo indicato come il passo della ricerca nell’infosfera in quel cammino che porta a riconoscere la santità di un battezzato vissuto nell’era delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, attingerà sempre più pure da un’eredità digitale che non è meramente fatta di dati personali ma da quanto ha lasciato di sé in modo complessivo nel mondo digitale. Di fatto, al postulatore è consegnato un intreccio di vita fisica e digitale del candidato: in un’epoca di iperconnessione, infatti, «lo schermo, sul quale la persona proietta la sua vita, non è più soltanto quello del suo personal computer, si è enormemente dilatato, tende a coincidere con l’intero spazio della rete».[23]

* informatico e animatore della comunicazione e della cultura del COP, studioso di pastorale digitale, «sentiment analysis» in ambito religioso, intelligenza artificiale ed etica; docente invitato in istituzioni accademiche

L’intero articolo su Orientamenti Pastorali 11(2025), EDB. Tutti i diritti riservati

[1] Cf. Francesco, «E il Verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi» (Gv 1,14), Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2019. Cf. Francesco, Incontro con i partecipanti alla plenaria della Pontificia accademia per la vita, Discorso, 28 febbraio 2020.

[2] Neologismo coniato dal Luciano Floridi. Il termine è stato recepito dal magistero della Chiesa cattolica: Dicastero per la comunicazione, Verso una piena presenza. Riflessione pastorale sul coinvolgimento con i social media, Città del Vaticano, 28 maggio 2023, nn. 9, 47.

[3] Leone XIV, Saluto agli influencer e missionari digitali, Basilica di San Pietro, 29 luglio 2025.

[4] M. Melone, «Perenne attualità dei santi», in La Santità oggi, Convegno di studio organizzato dal Dicastero delle cause dei santi, 3-6 ottobre 2022.

[5] A fronte del mantenimento delle relative «risorse» digitali.

[6] Un ipertesto è un testo che non deve essere letto necessariamente dall’inizio alla fine, bensì secondo diversi percorsi, avvalendosi di link. Il più noto esempio di ipertesto è quello di un sito web, in cui, a partire da una pagina iniziale, è possibile saltare da una pagina all’altra senza un ordine preciso.

[7] Il termine indica la caratteristica di un ipertesto che è costituito non solo da testo, ma integra in sé immagini, video, suoni.

[8] M. Morcellini, «Comunicare e diffondere oggi la testimonianza dei santi», in La Santità oggi, cit.

[9] Il termine indica l’utilizzo coordinato di più media per comunicare uno stesso messaggio o storia, adattando contenuti simili a media differenti. L’obiettivo è raggiungere il pubblico attraverso canali diversi, aumentando la visibilità e sfruttando le peculiarità di ogni medium.

[10] Il termine indica la costruzione di universi narrativi complessi, in cui ogni medium contribuisce con contenuti originali e complementari, aggiungendo valore ulteriore e creando un’esperienza immersiva, partecipativa e interconnessa.

[11] Morcellini, «Comunicare e diffondere oggi la testimonianza dei Santi», op. cit.

[12] Leone XIV, Saluto agli influencer.

[13] Cf. Francesco, Gaudete et exultate, nn. 10, 11.

[14] O.F. Piazza, «Elementi per una definizione della santità, oggi», in La Santità oggi, cit.

[15] Cf. Francesco, Gaudete et Exultate, nn. 21, 19.

[16] Approfondimenti in https://bit.ly/447Df4a (ultima consultazione: 23 novembre 2025).

[17] Fortunato Ammendolia, Acutis, il beato che testimoniava Cristo nelle strade digitali, 12 ottobre 2020. https://bit.ly/4acMowj (ultima consultazione: 23 novembre 2025.

[18] F. Ammendolia – R. Petricca, Chiesa e pastorale digitale. In uscita verso una società 5.0. Il Pozzo di Giacobbe, 2023, p. 26, nota 29.

[19] «Gli studiosi della Digital Death (morte digitale) si concentrano su tre problemi specifici: a) le conseguenze che la morte di un singolo individuo produce all’interno della realtà digitale e, quindi, nella vita di chi soffre la perdita; b) le conseguenze che la perdita degli oggetti e delle informazioni digitali personali producono all’interno della realtà fisica di un singolo individuo; c) l’inedito significato che assume il concetto di “immortalità” in relazione tanto al singolo individuo quanto agli oggetti e alle informazioni digitali personali)». D. Sisto, «Digital Death. Come si narra la morte con l’avvento del web», in Trópos, 1(2016)19, p. 34.

[20] Ad esempio, l’utente nel sottoscrivere il contratto per l’utilizzo di un certo servizio online ha aderito a clausole per la cancellazione post mortem della propria vita digitale (morte digitale, inerentemente a quel servizio).

[21] Integrato con le modifiche introdotte dal d.lgs. 101/2018, recante «disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati)».

[22]Cf. G. Ziccardi, «La “morte digitale”, le nuove forme di commemorazione del lutto online e il ripensamento delle idee di morte e d’immortalità», in Stato, chiese e pluralismo confessionale, 9(2017), ISSN 1971- 8543.

[23]Cf. S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari, 2012, pp. 395-397.