La prima Esortazione Apostolica di papa Leone XIV si inserisce nel solco tracciato da Papa Francesco, quello che ha caratterizzato, fin da subito, il pontificato del compianto Papa: la povertà. Questo documento, come riporta lo stesso autore, completa un testo che papa Francesco stava preparando prima della sua morte. In questa Lettera apostolica per la prima volta si afferma esplicitamente che non può darsi la fede senza le opere. È un messaggio chiaro, diretto, semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzare. Questo sposta l’azione caritativa della Chiesa da semplice opera, o conseguenza della fede, direttamente alla fede. Nel linguaggio ecclesiale spesso si disprezza l’elemosina e ci si concentra anche giustamente su interventi che producono oltre che l’aiuto concreto il superamento di strutture che producono povertà. L’opzione preferenziale per i poveri deve invece tradursi in un’attenzione religiosa prioritaria e privilegiata, quindi è un cambio di paradigma, è un’attenzione diversa, è il cambio della lettura complessiva dei problemi della povertà.

E ancora, si insiste dicendo che non può esserci culto che non faccia appello alle opere di carità. Si tratta di un’espressione seria: assistiamo soprattutto a una moda che ha solo in mente funzioni di culto per cui ci si rimette le tonache, le stole e tutto quello che è una specie di teatro. E questa è una tendenza pericolosa. Perché distoglie l’attenzione a quelle due indicazioni del Vangelo che dicono che è vero che esiste un amore di Dio e un amore del prossimo. Però sono due elaborazioni dello stesso identico principio, che è quello dell’amore e non può darsi il primo senza il secondo. Questa è un’affermazione grave, perché va contro la tendenza cultuale oramai imperante nella nostra chiesa e nella preparazione dei sacerdoti.

Esiste anche una povertà interiore a cui il Vangelo dà attenzione? Quale è l’atteggiamento costante di Gesù nei suoi vari incontri con i poveri? Le Beatitudini proclamate da Gesù nei vangeli e acquisite negli stili di vita di ogni persona per ogni cristiano, ogni ministero ecclesiale, ogni vocazione laicale, per tutto il popolo di Dio e il mondo permettono e sostengono quell’Umanesimo che ci aiuta a vincere ogni povertà.

Ma anche tanti santi ci aiutano a definire il concetto di vera carità: san Giuseppe Moscati, recentemente riconosciuto dalla Chiesa, molto noto per la sua concreta carità eroica, per la sua profonda umanità, competenza medica e attenzione all’organizzazione di una sanità con servizi da medico, con ospedale popolare di grande qualità e disponibilità ad personam.

Altro aspetto da non sottovalutare è quello del sociale: abbiamo sicuramente bisogno che i politici e le politiche da essi programmate siano a misura delle necessità che la povertà che sta dilagando mette in evidenza. Si possono attivare anche collaborazioni tra le comunità cristiane e le politiche comunali, provinciali, regionali e nazionali per non disperdere creatività e azioni concrete. Per finire, il grande cambiamento del mondo delle comunicazioni impone anche una riflessione puntuale sulle nuove possibilità, rischi e involuzioni delle notizie e nuove aperture di speranze. Tutto questo l’esortazione apostolica lo fa partendo dalla povertà di Cristo. È la prima volta che si pone l’attenzione su Cristo, che è povero.

In questo numero contributi di Vinicio Albanesi, Gianluca Galimberti, Cataldo Zuccaro, Mario Castellano, Fortunato Ammendolia, Angela Maria Lupo, Antonio Mastantuono, Guglielmo Pireddu