Antonio Spadaro S.I. – 

«Inoltre, per un credente che vuole sinceramente entrare in dialogo con la cultura del suo tempo, o semplicemente con la vita delle persone concrete, la letteratura diventa indispensabile» (Lettera sulla letteratura, n. 8). Papa Francesco, con questa affermazione, ci pone davanti a un dato ineludibile: la fede non può rimanere sospesa nel vuoto o rinchiusa in formule astratte, ma deve incontrare le parole, le storie, le narrazioni che costituiscono la trama della vita umana. La letteratura è uno dei luoghi privilegiati di questo incontro, perché in essa risuona il grido delle passioni, delle paure, delle speranze che formano il cuore delle culture. Il cristianesimo, sin dalle origini, ha compreso che non poteva comunicarsi se non entrando nei linguaggi concreti delle persone e delle comunità. Paolo all’Areopago cita i poeti greci; i padri della Chiesa dialogano con la filosofia classica; Dante assume Virgilio come guida attraverso l’oltretomba. Non si tratta di orpelli letterari, ma di veri e propri atti di inculturazione, nei quali la fede riconosce i semi dello Spirito già disseminati nella storia degli uomini. La letteratura, allora, non è un lusso riservato agli eruditi. È una lente per guardare il mondo, uno «strumento ottico», direbbe Proust, capace di sviluppare le immagini latenti della vita e di renderle visibili. È un laboratorio di discernimento, un luogo in cui l’umano prende coscienza di sé stesso. E proprio per questo diventa indispensabile anche per il Vangelo, che deve trovare parola e carne nei linguaggi degli uomini.

La domanda che guida questo saggio è semplice: come la letteratura può introdurci alla varietà dei linguaggi e delle esperienze in cui il Vangelo è chiamato a inculturarsi? Non si tratta di un interrogativo accademico, ma di un’urgenza pastorale e culturale, perché, come scrive ancora Francesco, «come possiamo raggiungere il centro delle antiche e nuove culture se ignoriamo, scartiamo e/o mettiamo a tacere i loro simboli, i messaggi, le creazioni e le narrazioni con cui hanno catturato e voluto svelare ed evocare le loro imprese e gli ideali più belli, così come le loro violenze, paure e passioni più profonde?» (n. 9). Risponderò affidandomi agli echi letterari che emergono nella mia memoria meditando sulle parole di Francesco. La letteratura è il luogo in cui le culture prendono voce e corpo. Ignorarla significherebbe parlare al vuoto, usare un linguaggio disincarnato, incapace di toccare i cuori. Prenderla sul serio significa invece aprirsi a una grammatica plurale, a un poliedro di esperienze che il Vangelo è chiamato ad abitare.

  1. La letteratura come via di accesso alla vita

Molti hanno diffidato dell’idea che la letteratura «serva» a qualcosa. Lo scrittore Pier Vittorio Tondelli annotava con amarezza che «la letteratura non salva, mai». Rebora, nella sua conversione, la guardava come a una possibile scappatoia. Ma proprio in questa tensione si rivela la sua verità: la letteratura non salva da sola, ma apre la ferita che invoca salvezza, rende consapevole il bisogno che il Vangelo viene a colmare. Raymond Carver, nel suo ultimo frammento poetico, scrive: «E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? / Sì. / E cos’è che volevi? / Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra». In poche righe si condensa la sete universale di amore che attraversa ogni cuore. Non c’è qui un discorso religioso, eppure la domanda di Carver è radicalmente evangelica, perché tocca il desiderio di fondo che la fede riconosce come seme dello Spirito. La letteratura è, in questo senso, una scuola di attenzione. Montale, in Ossi di seppia, fotografa l’uomo che cammina «sicuro, agli altri e a se stesso amico», ignaro della propria ombra. Ungaretti, in trincea, riduce la vita a poche sillabe: «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie». Proust, con la sua immagine della camera oscura – citata da Francesco nella sua Lettera –, ci ricorda che senza i libri la vita resta ingombra di lastre fotografiche non sviluppate. Sono immagini diverse, ma tutte ci costringono a guardare più a fondo, a scoprire il senso nascosto nel quotidiano. Papa Francesco lo sottolinea: «La missione ecclesiale ha saputo dispiegare tutta la sua bellezza, freschezza e novità nell’incontro con le diverse culture – tante volte grazie alla letteratura – in cui si è radicata» (n. 10). Senza letteratura, il Vangelo rischierebbe di rimanere sospeso, incapace di dialogare con le storie concrete. Con la letteratura, invece, può trovare le parole che toccano l’esperienza vissuta, può declinarsi nelle lingue che gli uomini usano per dire le loro gioie e i loro dolori.

La letteratura non è dunque un lusso, ma una necessità per la fede. Perché il Vangelo possa farsi carne, deve abitare le parole con cui gli uomini hanno espresso le loro ansie e i loro sogni. Senza questo passaggio, l’annuncio rischia di restare sterile, lontano dalla vita reale.

  1. Discernere i semi dello Spirito nella cultura

«Come possiamo parlare al cuore degli uomini se ignoriamo, releghiamo o non valorizziamo “quelle parole” con cui hanno voluto manifestare e, perché no, rivelare il dramma del loro vivere e del loro sentire attraverso romanzi e poesie?» (Lettera, n. 9). Questa domanda di papa Francesco ci ricorda che la missione evangelica non si gioca soltanto nella proclamazione di dottrine, ma nella capacità di riconoscere e di assumere le narrazioni che le persone hanno prodotto per dire sé stesse. Il discernimento culturale è la categoria che ci permette di comprendere questo processo. È la capacità di leggere la realtà, di svilupparne le «lastre fotografiche» con gli strumenti della parola, per cogliere nei testi letterari i segni della ricerca di senso. La letteratura scaturisce dalla persona in ciò che questa ha di più irriducibile, nel suo mistero. È la vita che prende coscienza di sé stessa quando raggiunge la pienezza di espressione, facendo appello a tutte le risorse del linguaggio. Discernere significa riconoscere che in quelle parole abita un desiderio di verità, spesso implicito o non tematizzato, che lo Spirito ha già seminato. La letteratura, insomma, è il campo in cui esercitare questo discernimento: riconoscere la voce di Dio nella voce del tempo, scoprire l’azione dello Spirito nei racconti umani.

  1. Poesia e immaginazione come luoghi teologici

«La missione ecclesiale ha saputo dispiegare tutta la sua bellezza, freschezza e novità nell’incontro con le diverse culture – tante volte grazie alla letteratura – in cui si è radicata» (Lettera, n. 10). Se la missione è fiorita nei secoli è perché la Chiesa ha saputo incontrare i linguaggi poetici, narrativi, simbolici delle culture che ha incontrato. La poesia, in particolare, è un luogo privilegiato. Giovanni Paolo II la definiva «via di accesso» agli abissi dell’uomo. Solo la poesia, diceva, può far emergere il lato nascosto, l’enigma della vita, e aprirlo alla luce del Vangelo. La letteratura è laboratorio di discernimento proprio perché mostra la lotta tra grazia e peccato, tra luce e tenebra.

  1. Letteratura come inculturazione del Vangelo

Papa Francesco non si stanca di ricordare che la fede non cresce in laboratorio, ma in un popolo, dentro la carne viva della sua cultura. È lì che la parola del Vangelo trova dimora, ed è lì che deve parlare la lingua che la gente comprende, non quella di un codice estraneo. «La missione ecclesiale ha saputo dispiegare tutta la sua bellezza, freschezza e novità nell’incontro con le diverse culture – tante volte grazie alla letteratura – in cui si è radicata» (Lettera, n. 10). Non è dunque un’aggiunta secondaria, ma una condizione essenziale dell’annuncio. La letteratura custodisce il genio dei popoli, il modo in cui hanno espresso gioie e sofferenze, traumi e speranze. Ignorarla significherebbe ignorare i popoli stessi, privare il Vangelo del suo radicamento vitale. La Bibbia ci offre il modello: essa stessa è una polifonia di generi letterari – genealogie, liriche, parabole, narrazioni epiche, lamenti – che si intrecciano per dare voce all’esperienza umana davanti a Dio. È un poliedro di linguaggi, che ha saputo raccogliere e trasfigurare ciò che le culture circostanti offrivano. Ecco perché la letteratura, con la sua pluralità di forme, diventa un «luogo teologico». Non si limita a preparare il terreno: è parte integrante del processo stesso di annuncio. In questo senso la letteratura non è mai neutra. Anche quando nega Dio, essa manifesta comunque la nostalgia di un senso più grande. È un grido di assenza, ma proprio per questo diventa rivelazione del bisogno di consolazione che abita ogni cuore.

La letteratura migrante e postcoloniale amplia ulteriormente questo quadro. Romanzi e poesie provenienti da culture ibride raccontano la fatica dell’appartenenza, la nostalgia di radici, la speranza di una convivenza nuova. Il Vangelo, che è buona notizia per tutti, trova qui un terreno privilegiato per mostrarsi come parola che non cancella le differenze, ma le riconcilia.

  1. Conclusione

La letteratura non è semplice ornamento, ma via privilegiata per l’inculturazione del Vangelo. Essa custodisce i drammi e le speranze delle culture, ne elabora i simboli e le narrazioni, e così offre alla fede il terreno concreto in cui radicarsi. Senza letteratura, il Vangelo rischia di restare sospeso, di non trovare carne; con la letteratura, invece, può parlare la lingua dell’uomo, assumere le sue ombre e illuminarle con la grazia. La missione della Chiesa, allora, non è imporre un linguaggio estraneo, ma riconoscere e valorizzare i linguaggi esistenti, discernendo in essi i segni dello Spirito. La letteratura è uno dei luoghi più fecondi per questo compito, perché rende visibile il mistero dell’uomo e apre alla speranza.

Antonio Spadaro SJ – sottosegretario del Dicastero per la cultura e l’educazione

L’intero articolo su Orientamenti Pastorali n. 10(2025). EDB. Tutti i diritti riservati