Domenico Sigalini – 

Questa è la domanda che ci possiamo fare all’inizio dell’Avvento. Non stiamo facendo finta di non sapere che è nato Gesù. Nemmeno siamo solo impegnati tutti gli anni ad allestire il presepio o la sacra rappresentazione in parrocchia. Chi farà quest’anno la Madonna? Chi farà s. Giuseppe? C’è sempre un posto vacante per il bue e l’asinello. Dove distribuiamo i presepi quest’anno? Staremo ancora a litigare nelle scuole, noi adulti evidentemente, non certo i ragazzi, se nel fare o non fare il presepio: siamo neutrali e insipidi o oppressori e illiberali? La posta in gioco è molto più alta; si tratta di deciderci in questo tempo se ci sentiamo come pacchi postali dimenticati nel deposito, anche se hanno già scritta la destinazione, senza più libertà di decidere di noi, non calcolati da nessuno, vittime di un destino più potente di noi, o se siamo invece persone che sanno aspettarsi dalla vita una sorpresa, un dono d’amore, una gioia nuova. Insomma, l’Avvento è una domanda alla nostra coscienza per vedere se è sveglia o no, se è capace di aprirsi all’inedito di Dio o se si adatta a sotterrare ogni speranza.

Vegliate è il verbo ricorrente. È un verbo che nasce sicuramente dalla nostra condizione spesso fuori dalle righe. La descrizione di Isaia è fin troppo precisa. Sembra la nostra fotografia, l’istantanea di questo inizio dicembre nella natura e nelle nostre vite.

Vaghiamo lontano dalle vie del Signore, siamo divenuti tutti come cosa impura, avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. E la certezza che ci permette di rimetterci in cammino di tendere ancora l’orecchio e la vita nella attesa, nel vegliare è ancora la consolante verità: ma tu Signore, tu sei nostro Padre.

Vegliate significa anche essere attivo, aspettarsi sempre un futuro dalla vita. Ero solito dire ai giovani che una parolaccia che non devono mai dire, tra le tante che coronano le loro paranoie, è la parolaccia ormai. Se in Avvento imparassimo a non dire più questa parolaccia sarebbe la miglior preparazione a rivivere il Natale. Non la dobbiamo dire sui nostri rapporti familiari, sull’amore tra il papà e la mamma. Sul futuro dei figli, sulla vita piena di promesse e di delusioni di due innamorati, sui progetti di futuro che spesso non decollano e che bisogna attendere troppo perché si realizzino, sulla possibilità di farcela a cambiare stile di vita in una società che si impoverisce. Abbiamo forse per troppo tempo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, e possiamo tornare a vivere più sobriamente e sicuramente più felici.

Non dobbiamo permettere a nessun ammalato di adattarsi a ripetersela per i suoi mali, né la dobbiamo dire neanche sul nostro invecchiamento se sapremo far nascere speranza nelle nuove generazioni. Insomma, l’Avvento è qualcosa di più che una operazione commerciale, è una iniezione di speranza nella vita dell’uomo, è attesa certa di un salvatore, di un senso. Tempo fa mi scriveva un giovane: ti assicuro che sono veramente poche le persone felici. Alcuni dicono che è cominciata l’ora della fine, altri dicono che è così che va, altri dicono pensa ai fatti tuoi e io che dico, a pelle, che è un disastro… Ultimamente mi assilla sempre di più la domanda: Dio c’è? Certo, credo che ci sia, ma non so più se crederci ancora: la mia fede è un po’ il mio specchio; ora presa da momenti di vera follia, ora da momenti morti, passivi… inutili.

L’Avvento è tutt’altra cosa: è fare come gli indiani che posano l’orecchio sulla terra per sentire l’arrivo dei cavalli. Noi mettiamo l’orecchio sul ventre della terra, sul ventre della vita. Nostro padre ha fatto così, quando l’ha posato sul ventre della mamma, per sentire che già c’eravamo, che stavamo arrivando ed era impaziente di vederci il volto. Noi vogliamo sentire che sta nascendo ancora una volta per noi Dio e si presenterà ancora come Gesù, la pienezza della vita.

Domenico Sigalini – presidente del COP