Parliamo di santità, cuore di una vocazione universale secondo la Lumen gentium, rilanciata da papa Francesco in Gaudete et exultate per risvegliare la coscienza che questa chiamata è per tutti. Se usiamo una categoria tradizionale della teologia spirituale possiamo definire la santità come “la perfezione come pienezza”.  È una pienezza che si costruisce, che deve crescere fino al compimento. Così la santità non è solo l’adesso o il dopo, ma una pienezza che si realizza nell’amore di Dio e nella relazione con Lui. In questo modo si supera la dicotomia tra ora e futuro, evidente nel Vangelo di Giovanni, dove la vita è vita redenta oggi che prosegue nell’eternità. La santità non è un premio postumo, una ricompensa di domani per la bontà di oggi, ma è la pienezza della relazione con Dio: Dio sarà tutto in tutti, e dunque il tutto di Dio si incardina nel tutto di me. Per spiegare ciò, occorre partire dall’origine umana: l’amore e l’essere amati. La santità, quindi, è pienezza dell’umano in Cristo, modello supremo; eppure, l’umanità redenta resta in divenire, un “non ancora” capace di abbracciare tutto.

La santità è vivere l’ordinario in modo straordinario, cioè nella gioia e nell’amore. La gioia e l’amore, come frutti dello Spirito, rendono saporita questa vita in tutte le sue espressioni, anche nelle sue realtà non facili e a volte dolorose. L’ordinario, la vita semplice e quotidiana vista come spazio che Dio offre per rendere visibile lo straordinario, cioè, l’amore di Dio concreto e storico, che va incontro alla persona per dare un senso a tutto quello che, senza di lui, non ha senso. L’immagine del santo rischia di racchiudere in una maschera quella che è poi la vera santità, di gente che è stata fragile, che ha avuto i nostri stessi limiti, che ha commesso i suoi errori. È importante invece, perché sia manifesta la sublimità dell’amore di Dio, che venga sottolineato l’eroismo del quotidiano, del feriale.

In sintesi, la santità è pienezza di relazione con Dio, pienezza della nostra umanità, e la canonizzazione è una precisa via ecclesiale, non una promozione, che rende essa vivente e condivisa nel corpo della Chiesa e nella liturgia dei santi. L’educazione alla santità è pienezza della propria relazione con Dio: è indispensabile allora rivalutare questa verità nei nostri catechismi, nella predicazione, nella formazione, perché l’idea della santità come il premio dopo la morte è un concetto ancora molto diffuso. Essere santi non è il premio per la bravura, il premio che verrà domani per la bontà. Il rapporto, poi, tra santità e pietà popolare comporta spesso visioni distorte del concetto stesso di culto, precetto, tradizione. La pietà popolare va educata, e la liturgia le viene in aiuto. La disciplina delle cause dei santi nasce per educare la pietà popolare. La canonizzazione aiuta a chiarire cosa significa riconoscere ufficialmente qualcuno come santo: non nasce dal canonizzante, ma dal popolo di Dio che riconosce, richiede e propugna una santità già esistente. Angelo Rocca nel 1601 definì tre fasi: approvazione, iscrizione nel catalogo dei santi, culto precettivo: il Papa dispone che i fedeli venerino quel santo, non come opzione ma come norma. Esistono tre vie per la santità canonizzata: martirio, virtù eroiche praticate in modo straordinario ma spontaneo, con letizia, offerta della vita, che comporta morte eroica. Il giudizio finale resta al Papa, affidato a una concatenazione di prove, documenti e testimonianze. La liturgia è la vetta: i santi entrano nella celebrazione liturgica come fonte e culmine della vita della Chiesa.

Occorre fare chiarezza su un dono che la tradizione della Chiesa ci ha dato fin dal suo nascere, ma di cui troppo spesso si fa un uso inappropriato o viene erroneamente interpretato, quello delle reliquie: l’importanza di possederle, toccarle, baciarle…

Il rapporto tra santità e digitale considera la formazione che passa attraverso il digitale. Si tratta di uno stile di vite coerente con il messaggio del vangelo, nella prospettiva onlife. Nell’era della iperconnessione e dell’iperstoria, si raccolgono storie di percorsi digitali, profili con tecnologie che hanno accesso ai dati nella loro integrità

 In questo numero contributi di Paolo Ravaglia, Mary Melone, Vito Piccinonna, Nataša Govekar, Francesco Savino, Giuseppe Savagnone, Fortunato Ammendolia