Mariateresa Zattoni – 

Il tema della santità della coppia è assai difficile da esplorare, in questa nostra cultura in cui si omogeneizza tutto, in cui ciò che è diverso fa paura, in cui ciò che conta è «star bene con sé stessi», accedere al proprio privato godimento (fosse anche la beatitudine del proprio sentirsi santi!). Proviamo allora a sgombrare il campo da tre equivoci culturali e teologici sulla santità della coppia. Ci serviamo di un fatto realmente accaduto, raccontato da una sposa con voce e sguardo sereni, persino gioiosi: «Eravamo finalmente usciti assieme, quella sera –– ed io mi ero sfogata: “Tu non ci sei mai, mi lasci sola, so bene che la tua carica alla Provincia non ti permette di esserci più come prima, di conoscere di prima mano le provocazioni della nostra prima figlia adolescente…”. Ma lui mi ha interrotto bruscamente: “Non era quello che avevamo deciso?! E adesso non vorrai mica che io cambi la mia vita per te o per i nostri figli…”. Allora io l’ho guardato e… in quel momento ho deciso di amarlo più di me stessa».

Questa «narrazione breve» può essere vista con tre lenti deformanti.

La lente deformante della rassegnazione

La prima lente: lei è una rassegnata! Mette davanti le ragioni di lui alle proprie! Vi sono molti mariti che vorrebbero una moglie così, una moglie che non li scomodi, che prenda per sacre le loro esigenze e… li lascino praticare da single, almeno per quanto riguarda il mondo al di fuori della famiglia. Ma vi sono anche molte mogli che – con questa stessa lente – non esiterebbero a giudicare una simile donna come rassegnata (anzi masochista) e come spuntata fuori dalla sottomissione secolare al maschio. Qui la santità è vista come «un cedere» un non saper avanzare legittimi diritti, un tirarsi indietro; andrebbe benissimo a braccetto con tanta teologia (individualista) che puntava tutto sugli sforzi individuali. Questa lente ci mostra la santità come rassegnazione meritoria, ma terribilmente triste.

La lente deformante della coppia «unita»

La seconda lente: questa non è una coppia! Ben che vada, marito e moglie sono una sorta di «associazione» con rigide divisioni di compiti: a lei la casa e la crescita dei figli, a lui l’impegno, il successo, caso mai, la politica. No, così non va! I due devono muoversi insieme, essere ugualmente corresponsabili per l’educazione dei figli e per le scelte familiari. Nei termini del nostro tema: se la santità ha da essere santità di coppia, i due devono stare allo stesso passo: pregare insieme, avere la stessa visione della vita così che, tanto per essere concreti, se uno pensa di dover mettere l’orario di rientro al figlio, anche l’altro lo deve volere; se uno pensa che la nonna (materna o paterna) non debba metter più piede in casa, anche l’altro deve essere solidale ecc… Soprattutto devono provare le stesse emozioni, gli stessi sentimenti, gli stessi interessi; in questo senso, una coppia «unita» sembra quanto di meglio ci possa essere sul mercato della propaganda (per continuare l’iperbole ironica che stiamo sviluppando) clericale pro matrimonio.

La lente che ci ha condotto fin qui è la lente del «in coppia si diventa santi» come di due forzati a camminare allo stesso passo, in barba alla diversità della prestanza fisica di ciascuno.

La lente deformante della santità come ascesi

La terza lente è ancora più subdola e omnipervasiva: lei è una santa! Due sposi santi sono coloro che non alzano mai la voce uno contro l’altro, che non litigano mai, che seguono fedelmente norme e valori, che si sforzano di essere sempre buoni e accoglienti, reciprocamente e verso i figli. Se uno involontariamente fa soffrire l’altro, l’altro gli dà il perdono persino in anticipo! Vien da dire: una coppia da mulino bianco, con l’aggravante che il mulino è pianificato, costruito, mantenuto in vita dai loro continui sforzi di seguire la Legge; per dirla grossa, è la santità che sboccia dalla preghiera del fariseo. E con tale santità si ingannano le nuove generazioni. Un esempio: al figlio ventenne in ospedale per un incidente stradale, il padre scrive un biglietto «santo» di questo tenore: «Fatti coraggio, figlio, tutto ciò che manda il buon Dio è per il nostro bene e dobbiamo accettarlo con gioia». Il figlio, però, «bestemmia»: «Ma che prediche mi vieni a fare? La stessa cosa vale anche per te, con tua moglie!» E quando il padre, allibito, parla di mancanza di rispetto ed esalta la sua fedeltà al suo matrimonio, il figlio alza il tono: «Del vostro Dio non me ne faccio niente!». Forse sarebbe stato il caso di chiedersi che cosa vedeva il figlio, sotto la coperta troppo corta dell’irreprensibilità esteriore. Questa è la lente della santità come sforzo morale e perfezionismo.

Guardiamo allora in alto

Ma, allora, dove possiamo trovare le orme della santità della coppia? Nella santità di Dio: «Siate santi perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo» (Lv 19,2). E questo «siate santi» vale, ovviamente, anche per i due che hanno accolto il loro reciproco amore nel Signore. Ma quando la liturgia proclama «Santo, Santo, Santo, il Signore degli eserciti. Il cielo e la terra sono pieni della sua gloria», dice qualcosa di Dio che è molto difficile da intendere oggi, per le nostre orecchie: Santo significa non afferrabile, non manipolabile, non a misura d’uomo. Celebrare la santità di Dio significa proclamare il suo essere altro, il suo essere terribile. Tant’è vero che tutte le volte che nelle Scritture c’è una teofania, c’è anche l’invito a «non temere» e quando Mosè fa esperienza del Nome misterioso e santo di Dio, deve togliersi i calzari perché perfino la terra dove si manifesta il Dio Santo è santa. Un’orma di questo esperire la santità nella coppia ci viene avanti in un’immagine un po’ strana alle nostre orecchie da parte di quella misteriosa e seducente esplorazione dell’amore che è il Cantico dei cantici. Al capitolo 6,10 si legge: «chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?». È proprio l’immagine di una lei (ma la cosa potrebbe riferirsi semplicemente al coniuge!) «terribile come schiere», a mostrarci un’orma della santità di Dio. Nel cuore del Cantico questa orma è posta non come un vezzo poetico, ma come l’emergere di un’alterità che incute timore. Infatti, non è riconducibile alle mie, sia pur innamorate, conoscenze di colei che il Cantico ha già celebrato nella bellezza spirituale e corporea, con immagini esplorative folgoranti («Tu sei bella, amica mia… le curve dei tuoi fianchi sono come monili… il tuo ombelico una coppa rotonda… i tuoi seni come due cerbiatti…»). Men che meno è riconducibile alla lei fin troppo «conosciuta» dalla povertà della nostra fantasia post-moderna ammalata di sesso, scisso dall’amore.

Santità dell’altro come irriducibilità al noto

Il Cantico introduce allora possibilità che la santità di lei alluda alla non riduzione al noto, il quale sarebbe noto da portarci ad intonare la canzone depressiva: tanto non cambierà mai… La santità dell’altro nella coppia è il miglior antidoto al nostro depressivo e scostante deja vu. «Io dormo, ma il mio cuore veglia» (Ct 5,2) sembra quasi lo statuto dell’amore terreno che, da una parte, è raggiungimento di pienezza e sazietà e, dall’altra, è deprivazione che ci rende svegli, in attesa. Insomma, la coppia fa la stupefacente scoperta che viene chiesto a ciascun coniuge di lasciar cadere il sogno, il «chi eri per me», il mio progetto. È un tempo di maturità dell’amore quando ciò accade; appartiene al procedere della storia della coppia, della loro storia reale. Quando ci si accorge della «caduta del sogno» è un momento sacro, prezioso. Ne va della vita di coppia! Lasciar cadere il sogno e accingersi a riconoscere la verità dell’altro, anche quando è un duro colpo alla mia immagine, è dunque un processo a cui l’amore chiama ogni coniuge, se non vuole rimanere sul piano delle telenovele e delle bugie con le quali immagino di «provare se con un altro funzionerà». Occorre uscire e fare la fatica sempre nuova di ri‑conoscere l’altro come unico per me. Forse, è questo riconoscimento che ha bisogno della sapienza e della pazienza della vita, cioè della santità che andiamo cercando. «Proprio te volevo sotto la coltre dei miei sogni!» è un inno celebrato solo al finire dell’esistenza, quando i due – magari avviandosi alle nozze d’oro – sanno ancora prendersi per mano e riconoscono che hanno attraversato il deserto (grazie alla guida dei Mosè che hanno incontrato) e che hanno tenuto fede non solo all’esistenza della Terra Promessa, ma anche al fatto che Dio stesso vuole condurveli. In una parola, la coppia riconosce di essere ospitata nell’abbraccio dell’Amore.

È il legame ad essere sacro

Abbiamo dunque toccato con mano che santità non è sforzo morale, tentativo di non macchiare la propria immagine, buonismo più o meno coatto che mette su una bella facciata (che poi i nostri figli con dolore e con disperazione tenteranno di abbattere). È piuttosto contemplare (e la contemplazione dà gioia!) la non riducibilità dell’altro ai miei bisogni e ai miei progetti. Ma c’è di più. La santità della coppia, che ha a che fare con la santità di Dio, non è semplicemente «non consumare» l’altro ma fare esperienza del tremendum della coppia, cioè della santità dell’amore. Ambedue i coniugi sono chiamati a levarsi i calzari di fronte alla santità della loro coppia: e ciò suonerebbe blasfemo se avessimo ridotto la santità a perfezionismo morale. Dio ha consacrato nel sacramento l’amore dei coniugi e dunque essi non possiedono il loro amore come possiedono il comune conto in banca. Parlando delle esigenze di Dio in Gesù, Klaus Berger afferma: «Gesù dice: la vita può essere tanto dura. Preparatevi al fatto che non è un gioco da ragazzi quando è in gioco la vostra anima».[1] Parafrasiamo: «il matrimonio può essere tanto duro. Preparatevi al fatto che non è un gioco da ragazzi quando è in gioco l’anima del vostro matrimonio». Ma chi lo dice mai ai fidanzati, oggi? Non siamo forse noi formatori e operatori pastorali che tentiamo di edulcorare la vicenda sponsale, incentivando magari l’idea di una santità del singolo? Ma se è il nostro legame ad essere sacro, allora «sempre più in là di un passo è il nostro amore»:[2] non solo non è consumabile a misura di ciascuno, ma nemmeno in forza dell’accordo privato, privatissimo di «noi due»; in altre parole, è la santità che ci supera e che ci fa sentire il nostro legame come terribile e benedetto. L’inaccessibile Santo che è Amore ci chiede non semplicemente di essere dei bravi cristiani, ma di essere dei temerari che desiderano incontrare il totalmente Altro, che  desidera­no – costi quel che costi – stimare il loro piccolo, e spesso incongruente amore, come segno dell’Amore: per sé, per i figli, per la comunità di fede, per il mondo.

La comunione dei santi come primo fondamento

Infatti, dove starebbe scritto che la via stretta nel matrimonio ha a che fare con il «mandar giù», il digerire l’elefante della propria delusione, addebitandola magari a Dio? Sentito con le nostre orecchie: «Che marito difficile Dio mi ha dato!» e giù rospi a non finire, scambiando la via stretta per rassegnazione morbosa. E invece: la via stretta non è per la via stretta, così come la croce non è per la croce, ma per la risurrezione: è soltanto la via che conduce all’oltre e alla lode anche se tutto non va come secondo noi dovrebbe andare. Sulla via stretta c’è una prima strettoia, ed è la «comunione dei santi», parola quasi indicibile oggi: nel Corpo di cui lo Sposo è il primogenito dei molti fratelli, la comunione dei santi non è un astratto, una sorta di benefit di cui abbiamo la tesserina, ma non sappiamo mai se toccherà a noi la vincita. La comunione dei santi riguarda proprio i due «santi» che sono i coniugi e perciò vale, anche per loro, il principio del provvisorio disequilibrio, della ineguale distribuzione dei talenti. La comunione dei santi spalanca orizzonti totalmente nuovi: né siamo chiamati a omogeneizzare le nostre vocazioni, né a tenere lo stesso passo. Ci mancherebbe! Il matrimonio sarebbe il luogo del tarpare le ali o del livellamento violento. La comunione dei santi mi fa scoprire che posso contare sulla preghiera, sulla capacità di perdono, sulla pazienza, sulla gioia dell’altro: e non perché l’altro è la mia stampella terapeutica o la botte da cui traggo vino a buon mercato, ma perché la vita procede in avanti, non teme le differenze, non teme che uno possa «lavorare» anche per l’altro. In altre parole, la comunione dei santi coniugale è la fortuna di uno a favore dell’altro: a turno, si intende, altrimenti dovremmo pensare che è sempre e solo uno a fare il samaritano e l’altro il ferito di professione. Mettiamola sul banale: sullo stesso comune conto in banca ciascuno ci mette ciò che guadagna e magari uno dieci e l’altro cento; ma se ambedue usano a favore della famiglia la provvidenza di quel conto senza rinfacciarsi chi ha dato di più, allora tutta la famiglia ne gode. Per poi scoprire, magari nella logica dei tempi ultimi (ma questa è una matematica che non vale per i conti in banca!) che il dieci che sembrava «poco» era necessario alla gioia della festa, proprio come le due monetine nel tesoro del tempio (Mc 12,38-43); e cioè che il poco è solo nel nostro sguardo da «scriba dalle lunghe vesti», nel nostro sguardo che misura e che calcola. La comunione dei santi tra coniugi è il Tesoro cui per primi attingono loro due, l’uno per l’altro e poi altre coppie, in cordata: quelli che li hanno preceduti e che con la loro fedeltà hanno reso possibile la loro stessa comunione e quelli che seguiranno, che avranno «visto» la loro fede nell’amore; tutti insieme hanno conosciuto, conoscono e conosceranno le esigenze estreme dell’amore che è la luce del mondo.

La decisione di amare l’altro più di se stessi come secondo fondamento

Dopo aver deposto le lenti delle nostre misure e delle nostre paure: non può sfuggirci che la voce di lei mentre narra questa in-comprensibile decisione è serena e perfino gioiosa. Che cosa può essere successo? Perché proprio mentre lui non «la capisce» (esigenza che, nell’orizzonte mondano della coppia, non può non essere esigita come criterio della credibilità del rapporto!), proprio mentre lui la interrompe richiamandola a un patto preconcordato, lei «lo guarda» in modo nuovo? Sì, lei fa esperienza che «più in là di un passo è il nostro amore» e non si tratta di ridurre uno a misura dell’altro, si tratta di decidersi per l’amore, cioè per la santità della coppia. Con un’espressione fulminante lei dice: «ho deciso di amarlo più di me stessa», ma questa non è una sua santità privata e rinunciataria, è un temerario camminare avanti, dove il bene di uno (e non importa se dieci o se cento) è a favore di tutti e due. Forse questa «strana» Lei si è levata i calzari e forse se li è levati anche lui (anche se lei non l’ha calcolato): c’è un’alleanza tra loro, per cui ciò che fa uno lo fa a nome di tutti e due.

Mariateresa Zattoni – pedagogista e consulente per la famiglia