Domenico Sigalini –
Due righe di ripasso
Ogni volta che si riprende a parlare di laici, sono convinto che non guasta riportarsi, con un piccolo ripasso, all’incandescenza anche di alcune osservazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II che pure hanno avuto uno sviluppo ulteriore di approfondimento e di sistematizzazione. Esiste, tra modo di pensare e di vivere la Chiesa e modo di essere dei laici in essa, una netta dipendenza. Se pensiamo la Chiesa come società, i laici sono destinatari di una azione di governo che può assumere varie forme a seconda delle tradizioni culturali, ma restano sostanzialmente funzionali al buon governo di essa, con incarichi più o meno definiti, più o meno circoscritti. L’ideale può essere l’efficienza, ma anche una corretta proposta di vita cristiana, ma tutto dentro una distribuzione di incarichi e un affidamento alle proprie capacità organizzative.
Se pensiamo la Chiesa come comunione, come sacramento dell’unione con Dio e della solidarietà tra fratelli, quindi nella sua dimensione sacramentale, di non riferimento a sé, ma a Dio, a Cristo e al mondo, nella sua dimensione di popolo, allora i laici sono una totalità organica nella diversità delle funzioni e nell’unità nella comunione, un popolo sacerdotale, profetico e regale, con spazi necessari di esperienze di corresponsabilità, dove nessuno è unicamente passivo e nessuno è unicamente attivo. Non c’è competitività, ma complementarità e corresponsabilità. Non è solo espressione di vertice, ma di tutto il popolo di Dio e deve essere tradotta con livelli diversi di corresponsabilità in strutture adeguate.
Se, infine, pensiamo la Chiesa come missione, si passa dalla contemplazione di un principio vitale quale l’accoglienza di un dono sempre più grande di ogni nostra realizzazione di esso, quale è la comunione, a incarnare la partecipazione al servizio che Gesù Cristo ha vissuto per il mondo. Comunione e missione sono una cosa sola, ma purtroppo talora la Chiesa non percepisce nella comunione la spinta dello Spirito. Infatti, lo Spirito, mentre ci fa una cosa sola con Gesù, ci aiuta a vivere come lui i rapporti con il mondo. Si è in comunione con Cristo, quando si diventa partecipi del servizio che Cristo rende al mondo per ricondurre il mondo nel progetto del Padre. Tutta l’attività missionaria quindi non è proselitismo, ma solo vivere come Gesù i rapporti con il mondo; è vivere la comunione ancora più in profondità, togliendole qualsiasi significato intimista, o introverso. Del resto, ci si fa missionari del dono della comunione e si vive la comunione come prima necessaria forma di missione. Vi riconosceranno che siete miei discepoli se vi amerete a vicenda.
Laici: non sacerdoti per modo di dire
Sulla linea di questo semplice “ripasso” occorre cambiare la mentalità accomodante in cui spesso ancora ci troviamo: in termini un po’ ecclesialesi si dice: esiste un sacerdozio ministeriale che è quello che vale, quello sostanziale, quello su cui poggia tutta la vita della chiesa e il futuro della proposta del vangelo nel mondo e un sacerdozio comune, che è quello metaforico, tanto per fare un paragone, di supporto necessario al primo per organizzare le attività di una comunità. Non si tratta solo di manovalanza, ma anche di posizione di grande rilievo sociale e culturale, ma sempre di supporto, quando non ad nutum del presbitero. Non si è ancora convinti di dover fare una conversione: il vero sacerdozio è quello comune, è il più importante, è posseduto da tutti. Lo scopo del sacrificio di Cristo è stato quello di ‘inventare’, dare vita, origine al sacerdozio comune.
Laici, testimoni di speranza
Essere testimoni di speranza è il compito che viene richiesto oggi con decisione. Gli apostoli dopo lo sbandamento del calvario si mettono di nuovo in cammino, accolgono il Risorto che prepotentemente entra nella loro vita, spariglia i loro piccoli o grandi calcoli e li lancia sulle strade del mondo. Gesù voleva che andassero a mostrare nelle loro nuove vite che significa credere in un crocifisso risorto. Questo è l’annuncio, non consolatorio, impegnativo, profondo, capace di cambiare il modo di pensare e di essere. Questa è la testimonianza necessaria nel mondo di oggi che si interroga con più forza sulla dimensione religiosa della vita.
Il laico è un contemplativo
È la prima condizione necessaria. Il risorto ti deve cambiare gli occhi, la bocca, il cuore da tanto tempo passi a contemplarlo, a pregarlo, ad ascoltare le sue parole. Nel suo volto di crocifisso occorre leggere l’amore fino all’ultima goccia che lo ha travolto, nelle sue piaghe occorre entrare per capire l’abisso dei nostri peccati, il male che ammorba il mondo. Nella sua luce radiosa di nuovo vivente, di figlio abbandonato nelle braccia del Padre, occorre trovare le ragioni della sua tenacia, il segreto della sua vita. Laici che contemplano il Volto di Gesù dicono prima di tutto a se stessi che il centro dell’essere credenti è Lui: la sua persona, la sua vita. Entro questa contemplazione si costruisce tutto il bagaglio di conoscenze fondamentali del credere cristiano. Non saranno verità astratte, ma saranno esperienze di dialogo con Gesù.
Il laico è un collaboratore della presenza interiore dello Spirito
Nella vita di ogni uomo e donna si sviluppano domande, ricerche, aspirazioni, cambiamenti. In ognuno di essi abita lo Spirito Santo. Lo Spirito attende nella vita delle persone che si aprano all’annuncio di gioia della risurrezione.
Non abbiamo bisogno di talebani, ma di autentici laici credenti
Questo nuovo mondo non ha bisogno di talebani, ma di laici, di credenti che assumono la secolarità come valore e scrivono nella vita quotidiana personale e sociale la forza di una fede, l’intelligenza di essa e la novità di una applicazione onesta intellettualmente e sensata umanamente. Un laicato che si impegna politicamente a costruire ponti di pace nel mondo di oggi deve avere una conoscenza della religione che va oltre gli studi comparativi e che si radica dentro una appartenenza intelligente e matura. I laici cristiani devono poter offrire a questo riguardo riflessioni più vere e profonde anche negli spazi della politica e della diplomazia, nelle sedi dei trattati di pace o anche solo di cessate il fuoco.
Laicità: puntare con tutte le forze alla santità
Lo spazio della vita di un fedele laico non è accanto al mondo, ma nel mondo. I laici diventano santi nelle realtà concrete della vita quotidiana, nell’amore alla famiglia, nella vita matrimoniale, negli impegni di lavoro e di studio, come i preti lo diventano celebrando l’Eucarestia e offrendo i sacramenti. C’è stata a mio avviso una eccessiva concentrazione nella vita interna della Chiesa in questo tempo, perdendo di vista la vocazione battesimale come pienezza di vita cristiana orientata alla santità. In molte nostre riflessioni si è scambiata la scelta religiosa per scelta pastorale, dove pastorale, significa ecclesiastico. Un laico non si santifica se dice bene le lodi e i vespri, ma se questa preghiera lo abilita a essere attivo e responsabile nel costruire luoghi umani e umanizzanti nel continuo suo abitare “non luoghi” nello studio, nel lavoro, nel tempo libero, nei tempo dello svago e dell’amicizia; a essere capace di tessere modalità nuove di relazione vincendo la comoda fuga nel virtuale; a saper vincere la prigionia nel presente, ridefinire la propria identità nel recupero della memoria e delle radici, ma anche camminare verso il futuro; a fare della propria vita una storia e non una accozzaglia di episodi; ad assumere piccole o grandi responsabilità personali e collettive; ad acquisire una capacità di discernimento mentre non fugge dalle informazioni e dall’esposizione ai mass-media.
Cittadini di due città
Lo scritto A Diogneto descrive la condizione dei cristiani nel mondo, con una immagine che sembra adattarsi particolarmente bene alla condizione dei laici: “I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio né per lingua o abiti. Essi non abitano in città proprie né parlano un linguaggio inusitato; la vita che conducono non ha nulla di strano… Abitano nelle città greche o barbare, come a ciascuno è toccato, e uniformandosi alle usanze locali per quanto concerne l’abbigliamento, il vitto e il resto della vita quotidiana, mostrano il carattere mirabile e straordinario, a detta di tutti, del loro sistema di vita… Abitano nella propria patria, ma come stranieri… Ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è terra straniera… Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi…”. I cristiani sono dunque cittadini di due città: quella del cielo, che li rende testimoni di valori diversi da quelli professati nel mondo, e al tempo stesso cittadini della città degli uomini, con i quali condividono cultura, condizioni concrete, responsabilità, attese e speranze. Dunque, il laico cristiano ama il mondo condividendo dall’interno la comune vicenda di ogni uomo, imitando, del mistero del Signore, soprattutto il suo immergersi nella vita ordinaria e semplice della gente del suo tempo.
Domenico Sigalini – presidente del COP