«In generale si deve, con rammarico, constatare che nel percorso formativo di chi è avviato al ministero ordinato, l’attenzione alla letteratura non trova al momento un’adeguata collocazione. Quest’ultima è spesso considerata, infatti, come una forma di intrattenimento (…) che non apparterrebbe al cammino di preparazione e dunque all’esperienza pastorale concreta dei futuri sacerdoti»[1] (n. 4). In realtà, già a livello semplicemente umano, vediamo che oggi «il nostro sguardo ordinario sul mondo è come “ridotto” e limitato a causa della pressione che gli scopi operativi e immediati del nostro agire esercitano su di noi». E anche per il cristiano, in particolare per il presbitero, «il servizio – cultuale, pastorale, caritativo – può diventare un imperativo che indirizza le nostre forze e la nostra attenzione solo sugli obiettivi da raggiungere» (n. 31). È spesso questa carenza di spessore e di ricchezza del terreno umano a impedire alla fede del credente, e in particolare del presbitero, di mettere radici profonde, compromettendo anche la creatività e l’incisività della sua azione pastorale. La letteratura può essere una via privilegiata per imparare quella «distanza, lentezza, libertà» nell’«approccio al reale» necessarie a «lasciar emergere l’eccedenza infinita dell’essere». «La letteratura diventa allora una palestra dove allenare lo sguardo a cercare ed esplorare la verità delle persone e delle situazioni come mistero, come cariche di un eccesso di senso» (n. 32).
In particolare, in una fede che deve incontrare Dio nell’umanità di Gesù, non si può entrare veramente in rapporto con il primo senza avere occhi e cuore per la seconda. «Dobbiamo stare tutti attenti a non perdere mai di vista la “carne” di Gesù Cristo: quella carne fatta di passioni, emozioni, sentimenti, racconti concreti» (n. 14) Spesso «nella noia delle vacanze, nel caldo e nella solitudine di alcuni quartieri deserti», o, «nei momenti di stanchezza, di rabbia, di delusione, di fallimento», «un buon libro ci apre nuovi spazi interiori che ci aiutano ad evitare una chiusura in quelle poche idee ossessive che ci intrappolano in maniera inesorabile» (n. 2).
Questo consente già verso sé stessi uno sguardo nuovo. Leggere può costituire «come un atto di “discernimento”, grazie al quale il lettore è implicato in prima persona come “soggetto” di lettura e, nello stesso tempo, come “oggetto” di ciò che legge. Leggendo un romanzo o un’opera poetica, in realtà il lettore vive l’esperienza di “venire letto” dalle parole che legge» (n. 29.). Ritorno a sé stessi che non ha nulla di narcisistico e di autoreferenziale. Questo ci dà «un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità» e ci dà quella «capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia» (n. 34). Immergendoci nella complessità e problematicità dell’esperienza umana, «la letteratura (…) non neutralizza il giudizio morale ma impedisce ad esso di diventare cieco o superficialmente condannatorio. “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?” – ci chiede Gesù (Mt 7, 3)» (n.38).
«Lo sguardo della letteratura forma il lettore al decentramento, al senso del limite, alla rinuncia al dominio, cognitivo e critico, sull’esperienza, insegnandogli una povertà che è fonte di straordinaria ricchezza» (n.40). «Inoltre, per un credente che vuole sinceramente entrare in dialogo con la cultura del suo tempo, o semplicemente con la vita delle persone concrete, la letteratura diventa indispensabile» (n.8). «Come possiamo raggiungere il centro delle antiche e nuove culture se ignoriamo, scartiamo e/o mettiamo a tacere i loro simboli, i messaggi, le creazioni e le narrazioni con cui hanno catturato e voluto svelare ed evocare le loro imprese e gli ideali più belli, così come le loro violenze, paure e passioni più profonde? Come possiamo parlare al cuore degli uomini se ignoriamo, releghiamo o non valorizziamo “quelle parole” con cui hanno voluto manifestare e, perché no, rivelare il dramma del loro vivere e del loro sentire attraverso romanzi e poesie?» (n. 9) «La missione ecclesiale ha saputo dispiegare tutta la sua bellezza, freschezza e novità nell’incontro con le diverse culture – tante volte grazie alla letteratura- in cui si è radicata» (n. 10).
«Oggi il problema della fede non è innanzitutto quello di credere di più o di credere di meno nelle proposizioni dottrinali. È piuttosto quello legato all’incapacità di tanti di emozionarsi davanti a Dio, davanti alla sua creazione, davanti agli altri esseri umani» (n.22). In quanto «ci rende sensibili al mistero degli altri, la letteratura ci fa imparare a toccare il loro cuore. Ecco il punto: compito dei credenti, e dei sacerdoti in particolare, è proprio “toccare” il cuore dell’essere umano contemporaneo affinché si commuova e si apra dinanzi all’annuncio del Signore Gesù ed in questo loro impegno l’apporto che la letteratura e la poesia possono offrire è di ineguagliabile valore» (n.21). «Per i cristiani la Parola è Dio e tutte le parole umane recano traccia di una intrinseca nostalgia di Dio, tendendo verso quella Parola. Si può dire che la parola veramente poetica partecipa analogicamente della Parola di Dio, come ce la presenta in maniera dirompente la Lettera agli Ebrei (cfr. Eb 4, 12-13)» (n.24). «In questo senso la letteratura aiuta il lettore ad infrangere gli idoli dei linguaggi autoreferenziali, falsamente autosufficienti, staticamente convenzionali, che a volte rischiano di inquinare anche il nostro discorso ecclesiale, imprigionando la libertà della Parola. Quella letteraria è una parola che mette in moto il linguaggio, lo libera e lo purifica: lo apre, infine, alle proprie ulteriori possibilità espressive ed esplorative, lo rende ospitale per la Parola che prende casa nella parola umana, non quando essa si auto comprende come sapere già pieno, definitivo e compiuto, ma quando essa si fa vigilia di ascolto e attesa di Colui che viene per fare nuove tutte le cose (cfr. Ap 21,5)» (n.42).
In questo numero contributi di Giuseppe Savagnone, Antonio Spadaro, Luigi Maria Epicoco, Ignazio Sanna, Elena Massimi, Paolo Alliata, Johnny Dotti
[1] Papa Francesco, Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, n. 4 (d’ora in avanti con il solo numero del paragrafo tra parentesi),