Cataldo Zuccaro – ordinario di teologia morale fondamentale nella Facoltà di teologia della Pontificia Università Urbaniana di Roma

Raccolgo la mia riflessione in tre momenti: nel primo presenterò i rischi a cui è sottoposta la coscienza nel nostro tempo; si tratta di interpretazioni personali, anche se, spero, non per questo arbitrarie. Il secondo momento è dedicato alla presentazione di possibili itinerari di formazione della coscienza; infine, nella conclusione, proverò a focalizzare le caratteristiche di una coscienza matura.

I rischi

Il primo rischio è la concezione di una coscienza vuota: uno spazio di libertà piuttosto che ricerca della verità. È la concezione che porta la persona a concepire sé stessa non tanto specchiandosi nella verità, quanto, piuttosto, prendendo la propria coscienza come uno specchio dei suoi desideri e delle sue velleità. Il tema della coscienza come specchio non è nuovo nella storia della chiesa; era molto presente nel corso del Medio evo, ma con un significato molto diverso rispetto all’oggi: allora la coscienza era lo specchio in cui si rifletteva la verità a cui adeguarsi, mentre, nel nostro contesto, essa non è altro che il riflesso del desiderio individualistico di ciò la persona desidera essere. Pertanto – mettendo sulla bilancia la verità e la libertà – la concezione di coscienza, più diffusa, è quella che sottolinea maggiormente la libertà a discapito della verità. Legato a questo modo di concepire la coscienza c’è un altro tipo di coscienza che oserei definire una coscienza autistica: l’atteggiamento di chi – chiuso su sé stesso e, quindi non permeabile dall’esterno, da parte degli altri – rifiuta di assumere un atteggiamento di dialogo nella presunzione di possedere già dentro di sé tutto ciò che serve per. capire e discernere il vero dal falso: è la chiusura nella presunzione. Manifestazione di tale presunzione è la coscienza individualistica a cui, più volte, ha fatto riferimento il magistero.  Non è da sottovalutare – a nostro avviso – l’emergere all’interno delle comunità cristiane del pericolo opposto: la coscienza delegante. È l’atteggiamento della persona che, per non rischiare decisioni, affida la propria coscienza ad un altro che gli dà sicurezza. Quando la ricerca di sicurezza incontra la presunzione da parte di un altro che gli offre una sicurezza sostituendosi al discernimento personale, si va incontro al fenomeno della manipolazione della coscienza. Oggi si fa un grande parlare di abuso della coscienza. È la conseguenza a cui si va incontro quando – di fronte alla difficoltà di assumersi la responsabilità personale della decisione – si concepisce la coscienza come una delega che si fa agli altri e all’altro. Nemmeno Dio si sostituisce alla nostra coscienza! Anche dietro ad alcuni atteggiamenti apparentemente obbedienti nei confronti di Dio, si può nascondere un supremo atto di disobbedienza: chiedendo a Dio di decidere al posto nostro, disubbidiamo a Dio che ci ha creati liberi, consapevoli e responsabili.

Un altro modello di coscienza – forse oggi di nicchia – ma presente soprattutto nelle passate generazioni, è il modello applicativo, che, in qualche modo, enfatizza l’importanza della norma nei confronti della coscienza. La coscienza, infatti, in questo caso viene vista come serva della norma, serve ad applicare la norma universale – oggettiva e assoluta – ai casi particolari. È il modello applicativo. Per esemplificare: pensiamo a ciò che è accaduto al tempo del Covid. Erano proibite le visite e non si poteva incontrare il medico e tutto si svolgeva per telefono, al contrario di ciò che invece accade nei tempi normali, quando c’è il tocco della carne, un dialogo corale tra medico e paziente. In questo caso, la coscienza è simile alla spedizione di una ricetta in farmacia. Si riceve la prescrizione del medico a distanza e poi si va dal farmacista. La coscienza – per restare nell’esemplificazione – non è il farmacista che dispensa le norme. In questo modello siamo di fronte all’eccessiva enfatizzazione delle norme rispetto alla coscienza. Infine, concezione errata della coscienza è il modello algoritmico. La coscienza non ha una soluzione uguale per tutti, allo stesso modo infallibile, per cui, mettendo l’algoritmo, è possibile giungere ad una stessa soluzione. Insomma, non è una distributrice di norme, perché nessuna norma può dispensare la persona dalla fatica di interpretare il senso della norma nel contesto della vita in cui vive. Già da tempo è stata dimostrata la fallacia, l’impossibilità di conseguire un’etica more geometrico demonstrata (geometricamente dimostrata)

Itinerari di formazione della coscienza

Vorrei, ora, proporre tre possibili itinerari di formazione della coscienza in relazione, ovviamente, a delle coordinate.

La prima coordinata, il primo criterio che ritengo importante è in relazione alla verità morale. Cosa significa formare la coscienza in relazione alla verità morale? Innanzitutto, la consapevolezza che noi siamo pellegrini della verità, o – come diciamo sempre con uno slogan – noi non possediamo la verità, è la verità che ci possiede. E quindi penso ad una coscienza pellegrina, in qualche modo inquieta, alla consapevolezza della «natura asintotica della verità morale» e al cammino verso la verità che non è uguale per tutti. Scrive Newman: «La norma di Condotta per una persona non sempre è la stessa per un’altra persona, sebbene la norma in astratto, nei suoi principi e nei suoi scopi sia sempre la stessa e unica. Per discernere quale sia il proprio dovere nel caso specifico che lo riguarda, ciascuno deve riferirsi alla propria norma».[1] È necessario entrare nella verità della norma e riuscire a capire come, al di là della norma proposizionale, essa è necessariamente legata ad una interpretazione personale, che non può essere delegata, in nessun modo, a nessun altro. Quando noi pensiamo alla verità morale, non possiamo ritenerla come un magazzino nel quale, nei diversi cassetti, si trovano le diverse verità morali. Dobbiamo fare una differenza tra le verità che riguardano il campo della morale e la verità morale in quanto tale. Poiché la verità morale è determinata dalla decisione della coscienza. Pertanto, è la coscienza che rende la qualità morale di una verità. Certo che la giustizia, essere giusti è una verità del campo della morale, ma questa verità nel campo della morale diventa una verità morale nel momento in cui io mi confronto con l’esigenza di giustizia e l’accetto oppure la rifiuto. La verità morale, infatti, non è semplicemente soltanto l’accettazione, ma anche il rifiuto di ciò che io percepisco come obbligo morale. Il compito della coscienza va molto al di là del compito di un magazziniere che cerca in un magazzino le verità che riguardano la morale e quale sia la verità morale. La verità morale non è una verità semplicemente intellettuale. La verità morale è conosciuta più da chi ama che da chi è intelligente, perché una delle caratteristiche della verità morale è la pratica: più si pratica e più è conosciuta. Per capire quello che è più giusto non ci vuole solo l’intelligenza ma soprattutto l’amore del bene. Per cui formare la coscienza è mettersi in cammino verso la bontà e approfondire la virtù. Questo è un altro dato sensibile per me. La coscienza pellegrina di verità morale significa che noi dobbiamo formarci e aiutare le persone a formarsi più alla ricerca della verità piuttosto che alla ricerca della certezza.  Non che la coscienza non serva ad essere certi, perché alla fine non possiamo eludere la domanda: ma che devo fare? Però, talvolta, si tratta di prospettive. E, a mio parere, la prospettiva della ricerca della verità – approcciata in modo asintotico – è più grande e importante della prospettiva della certezza, o, perlomeno, non vale meno della ricerca della verità. Per cui formare la coscienza è cercare la verità morale – nel senso sopra indicato – più che la sicurezza dell’ethos e della legge, cioè delle norme morali e delle consuetudini morali. Altro grave errore, infatti, è desumere la verità morale dall’ethos (inteso come l’insieme dei costumi morali di una cultura): i costumi morali, le consuetudini morali possono essere sbagliate, errate. Non dobbiamo mai dimenticare che solo Gesù Cristo possiede la verità in modo ipostatizzato: Lui è la verità. Val la pena ricordare che noi – compreso il magistero – possediamo la verità morale sempre in modo storicamente interpretato. Questo è bellissimo; penso alle beatitudini che vengono spesso definite la magna carta della morale cristiana. Il senso delle beatitudini è quello di non porre il limite, ma di mostrare un superamento iperbolico del male e un modo iperbolico di compiere il bene, come a dire che c’è sempre un’alternativa ulteriore da parte dei cristiani di cercare il bene anche all’interno di un contesto culturale – come il nostro – altamente complesso. Allora formare la coscienza è educare a discernere la verità morale formulata nelle norme proposizionali. Si tratta, quindi, di non enfatizzare la norma – certamente necessaria per conoscere la verità morale – ma, in modo provocatorio, direi: è la norma che rende morale la coscienza o la coscienza che rende morale la norma?

Secondo itinerario di formazione della coscienza è in relazione alla dimensione ecclesiale. È necessario, innanzitutto, tener conto del contesto in cui siamo situati: un contesto cristiano ed ecclesiale. Di qui deriva la necessità di formare la coscienza al dialogo per condurre ad una fedeltà che è attiva e propositiva e a una obbedienza che va oltre il consenso. In modo icastico, si dice che le posizioni del laico all’interno della Chiesa siano tre: seduti per ascoltare la predica; in ginocchio per pregare e, soprattutto, con le mani in tasca per dare l’offerta al momento della questua. Occorre ricordare che il battesimo ricevuto non solo ci «pone dentro» la Chiesa, ma ci pone nella condizione di essere attivi cooperatori per «porre» la Chiesa, per costruire la Chiesa. Non siamo soltanto passivi fruitori di una tradizione a noi consegnata; il dono dello Spirito di Gesù chiede di essere alimentato con la nostra collaborazione personale. Per questo, formare la coscienza significa radicarla sempre più dentro la vivente tradizione della memoria di Gesù e sentire la responsabilità della ricerca e della custodia della verità morale in prima persona. L’obiettivo è quello di mirare ad una docilità che si configuri col doppio registro del cristiano, cioè quello dell’accoglienza grata della tradizione e quello della responsabilità nel continuarne e approfondirne l’inesauribile ricchezza.

Il rapporto tra accoglienza della tradizione e responsabilità personale fa emergere il tema dell’obbedienza come condizione indispensabile per un serio itinerario di educazione cristiana della coscienza. Nasce qui un’altra sfida di cui tener conto soprattutto nel processo educativo. Non credo che ogni forma di consenso sia realmente un atto di obbedienza alla Chiesa, come al contrario, non ogni forma di dissenso può essere catalogata come semplice disobbedienza. E, per questo, credo che formare la coscienza non è eliminare ad ogni costo la possibilità del dissenso per renderlo consenziente. Il dissenso deve esserci, perché assicura quel dialogo necessario per incontrare la verità, che ha tante dimensioni. Per cui formare la coscienza non significa eliminare ad ogni costo la possibilità del dissenso. D’altra parte – e questo è l’altro errore – formare la coscienza non è nemmeno enfatizzare la possibilità del dissenso quasi che più uno non è d’accordo con il magistero e più la sua coscienza è autonoma ed è responsabile. Sono due atteggiamenti da eliminare. Invece, l’atteggiamento positivo è quello del dialogo: dobbiamo trovare degli spazi, non solo canonici, del diritto canonico, ma anche pastorali all’interno dei quali, non in forma cronachistica o rivendicativa, ma rispettosa, possiamo avere la reale possibilità di esprimere le nostre opinioni. Sappiamo che il sensus fidelium non coincide necessariamente con l’opinione pubblica o con l’opinione della maggioranza all’interno della Chiesa. Ma Come si fa a raggiungere il sensus fidelium se non c’è la possibilità di manifestare le proprie opinioni soggettive e le proprie convinzioni? Di qui la necessità di trovare spazi e tempi che ci abilitino a questo. Nessuna intenzione di enfatizzare il dissenso, ma uno sguardo alla storia può aiutarci in questo aspetto. Origene – personaggio molto controverso e per niente pacifista – diceva una cosa interessante che fa pensare: «Se uno esce dalla verità esce dal timore di Dio, dalla fede, dalla carità […] costui esce dalla chiesa anche se non è per nulla espulso dalla voce del vescovo. Come a volte avviene il contrario, e cioè che uno venga cacciato e messo fuori da coloro che presiedono alla chiesa con un giudizio non retto; ma se questi non ha commesso nulla per cui meriti di uscire, non è danneggiato in nulla per il fatto che apparentemente è stato espulso dagli uomini con giudizio non retto. E così avviene che a volte chi è messo fuori è dentro, e chi sembra essere dentro è fuori».[2]

Terzo parametro è in relazione al carattere creaturale della coscienza. Credo sia necessario, soprattutto oggi, fare riferimento ad un impianto antropologico che si configura come l’antropologia dell’indigenza, che plasticamente si esprime in tutto l’arco della vita, dal pianto del neonato fino al rantolo del morente. La cifra del bisogno è scritta dentro l’essere dell’uomo, che pertanto non basta a sé stesso. Da qui la consapevolezza che la dimensione relazionale è costitutiva dell’uomo, aperto, quasi in stato di stand by, pronto ad accogliere ciò di cui ha bisogno per essere. Sant’Agostino affermava che l’uomo è capax Dei perché e indigens Deo; di qui la necessità di pensare alla coscienza come coscienza indigente: creata, povera e bisognosa, incapace di possedere in sé tutto ciò che serve per comprendere la verità.

È dall’antropologia dell’indigenza che necessariamente scaturisce, come seconda coordinata, il bisogno dell’altro: la dipendenza da Dio determina anche l’interdipendenza con gli altri. L’uomo è sempre – anzi egli è – relazione. La stessa radice semantica latina cumscire ricorda che la coscienza è sempre relazione. L’uomo è costituito dalla relazione. Colpisce riflessione di Lévinas che sostiene l’essere umano ontologicamente relazionale in cui la relazionalità esiste prima dell’incontro con Dio o con un tu. Dal punto di vista formativo educare la coscienza cristiana è educare alla differenza contro ogni forma di indifferenza. Sono, infatti, convinto che l’intolleranza è figlia dell’indifferenza e non della differenza: questa si confronta con l’altro rifiutando ogni forma di pregiudizio e di intolleranza. È l’indifferenza che crea l’intolleranza perché rifiuta la diversità. Formare la coscienza partendo dalla visione di una coscienza indigente è formare alla differenza, nell’ascolto di Dio, della sua parola, della preghiera e soprattutto nella consapevolezza che dalla dipendenza di Dio si deve necessariamente passare all’interdipendenza. Tutto questo per cercare di arrivare ad una coscienza più matura. Per chiarire questo concetto ricorro a due esempi. Il primo: immaginiamo di essere in ascolto dell’Inno alla gioia, corale della nona sinfonia di Beethoven, eseguito da due diversi direttori d’orchestra. Immediatamente siamo portati a pensare che la stessa orchestra che esegue la medesima sinfonia sotto la direzione di due diversi direttori di orchestra, suoni la stessa musica… ma non è così!  La musica cambia, nel senso che le emozioni prodotte dall’interpretazione dello spartito di Beethoven mutano a seconda della sensibilità di chi dirige. Naturalmente, va da sé che questi grandi direttori e maestri di orchestra certamente non sbaglieranno nell’eseguire le note che Beethoven ha scritto sul pentagramma… eppure la musica cambia senza cambiare. Questo in qualche modo è l’idea che io avrei di maturità di coscienza, che non è una coscienza contrapposta, non è una coscienza arbitraria, ma è una coscienza che interpreta in modo personale – sulla base oggettiva della propria storia, del reale, delle circostanze, della dimensione della legge, delle norme, quindi non in modo arbitrario, ma in modo oggettivo – la verità morale nel senso ricordato, cioè la verità da farsi.

Il secondo esempio, apparentemente banale, è il vestito. Ognuno ha una taglia del vestito, ma se il vestito viene cucito su misura dall’artigiano, dal sarto, calza meglio rispetto al vestito su misura, perché le nostre proporzioni, anche se regolari, non sono proprio perfette. La stessa attenzione che pone il sarto nel confezionare un vestito su misura è richiesta alla coscienza: essa è l’artigiana nella vita morale; un compito in cui non è da sola, come il direttore di orchestra non può dirigere senza la presenza degli strumenti e degli orchestrali.

Conclusione

Un’ultima considerazione circa la insostituibilità della coscienza personale. In alcune azioni materiali (es. il mangiare) sperimentiamo la nostra insostituibilità, ma, questa emerge in maniera particolare, nelle azioni specificamente umane come l’amare e il morire. Nessuno, infatti, può dire: «amo Maria al suo posto Antonietta solo perché è più bella»; così come non posso sostituirmi alla morte di un’altra persona: posso dare la vita per l’altro, ma non potrò mai sostituirmi alla sua morte: quando questa giungerà sarà la sua morte. I due esempi per dirci che la coscienza morale ci rende insostituibili allo stesso modo. C’è un pericolo da evitare ed è quello dell’individualismo. Se è vero che solo la coscienza può operare il discernimento, è altrettanto vero che non è mai una coscienza isolata. Una cosa, infatti, è l’isolamento della coscienza altra cosa è la solitudine della coscienza. Se è vero che nell’atto della decisione la coscienza è sola, è altrettanto vero che tale decisione è il frutto di un processo di formazione e di informazione. Non è, pertanto, completamente vera l’affermazione posta sulle labbra di coloro che rivendicano il proprio diritto: «ma io davanti alla mia coscienza non ho nulla da rimproverarmi». Il giudizio morale della coscienza cristiana, per essere oggettivo e non rischiare l’arbitrarietà, deve essere necessariamente «intersoggettivo», cioè, includere il confronto con gli altri. La «solitudine» della coscienza all’atto della decisione va intesa nel senso dell’impossibilità di scaricare altrove la responsabilità propria. Non va intesa, invece, come la presunzione di potersi chiudere su di sé nella sicurezza di possedere una verità che non si offre alla prova del confronto con gli altri; non è la solitudine dei numeri primi! Penso, invece, ad “una solitudine affollata” ad una autonomia relazionale. La coscienza non può essere mai sola a determinare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma dovrà decidere all’interno delle situazioni spesso aggrovigliate quale sia per essa l’azione che meglio esprime la fedeltà all’intenzionalità di Gesù e alla propria storia.

[1] J. H. Newman, An Essay in Aid of a Grammar of Assent, Clarendon, Oxford 1985, 356.

[2] Origene, Omelie sul Levitico, 14, 3.