Gaetano Piccolo – Professore ordinario della facoltà di filosofia della Pontificia Università Gregoriana
L’ultimo decennio ha registrato un nuovo interesse per l’omiletica, dovuto in parte al fatto che l’omelia si inserisce in un contesto comunicativo e come tale risente della rilevanza e della complessità che oggi caratterizzano le interazioni sociali, dall’altra parte perché il magistero di Papa Francesco ha riportato l’attenzione sulla predicazione anche a partire dalle lamentele e dalle richieste provenienti dal popolo di Dio. L’urgenza della cura delle omelie nasce però anche dal fatto che, nel contesto attuale, la predicazione liturgica è spesso l’unica occasione per molte persone di avvicinarsi alla Parola di Dio.
Per una riflessione sull’omiletica restano un punto di riferimento i numeri 135-159 del capitolo terzo della Evangelii gaudium e il Direttore omiletico dell’allora Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti (2015).
Una semplice analisi dei vocaboli può aiutarci a entrare nel problema: il termine omelia deriva dal verbo greco ὁμιλέω, che significa sia adunarsi che conversare. Nella tradizione latina troviamo però un verbo che non è il calco di quello greco, segno di uno sviluppo indipendente del concetto: il verbo praedicare implica due possibili significati, che rappresentano due aspetti fondamentali della predicazione, dire avanti a qualcuno, quindi parlare pubblicamente, e dire prima, cioè anticipare, perché si è visto qualcosa che altri ancora non hanno visto. Infatti, già nell’Antico testamento l’azione del profetare e quella del predicare hanno un carattere molto simile, si trattava infatti di s-privatizzare la Parola, cioè di rendere il messaggio di Dio udibile per tutti e ‘obbedibile’, cioè tale da poter essere accolto e realizzato.
In questo contributo ci occupiamo non della predicazione in generale, ma specificamente dell’omelia, cioè della predicazione nel contesto liturgico, di cui abbiamo traccia già a partire dall’Apologia di Giustino nel II sec. d.C.[1] Sarà comunque Agostino d’Ippona a dare grande impulso alla predicazione. Egli stesso sarà il primo presbitero a predicare su richiesta del vescovo Valerio, dal momento che fino ad allora la predicazione era solo prerogativa del vescovo. Sarà l’inizio di un’attività intensa che lo porterà a pronunciare una quantità enorme di discorsi (tra i 4000 e gli 8000). Inoltre, Agostino scriverà quello che possiamo considerare il primo manuale di omiletica, ovvero il De doctrina christiana. Al tempo di Agostino non erano ancora fissati i testi liturgici per le diverse ricorrenze: era il predicatore a scegliere i testi da leggere. Su quei testi Agostino meditava e poi offriva la sua predicazione.[2]
Se è vero che l’insegnamento di Agostino può aiutarci a riconoscere l’importanza della predicazione nella vita della Chiesa fin dalle sue origini, oggi ci troviamo davanti a nuove difficoltà, legate soprattutto a modalità comunicative più complesse. Occorre quindi riflettere innanzitutto sulle caratteristiche specifiche dell’omelia come evento comunicativo.
L’omelia come evento comunicativo
Alcuni aspetti rendono l’omelia un evento comunicativo complesso. Sebbene condivida diversi elementi propri di un discorso, l’omelia richiede una modalità specifica, che la differenzia da altri modi di interazione. Un primo aspetto riguarda l’uditorio, che, nel caso della celebrazione liturgica, è spesso eterogeneo, sia per età, che per interesse e condizioni sociali. Quando si pronuncia un discorso è importante partire dall’interlocutore, ma nel caso dell’omelia molto spesso non è univoco. A volte ci si può trovare davanti a un uditorio sconosciuto (soprattutto nel caso di matrimoni o funerali), in altri casi ci si trova davanti a un’assemblea fin troppo nota, perché formata da persone con cui si condividono spazi e relazioni; pertanto, è difficile fingere o proporre ciò che poi non si vive. Altra difficoltà della predicazione liturgica è il tempo: in pochi minuti occorre dire qualcosa di sensato, senza disperdersi e cercando di essere efficaci.
La difficoltà più grande per l’omileta però è forse quella di chiarire a se stesso quale sia lo scopo dell’omelia. Si tratta di uno dei punti su cui è più urgente fermarsi. L’obiettivo della predicazione dovrebbe essere la salvezza dell’ascoltatore, cioè la sua conversione.[3] Il predicatore dovrebbe quindi spingere l’ascoltatore all’azione, consegnandogli un messaggio di speranza. Si racconta che un giorno il padre J.-B. H. Lacordaire, grande predicatore di Notre Dame a Parigi, abbia fatto visita al curato d’Ars, avendo sentito della sua fama. Quando Giovanni Maria Vianney vide arrivare il famoso oratore, gli si avvicinò imbarazzato, dicendogli: «so che quando Lei predica, le persone, per ascoltarla, salgono perfino sui confessionali». Il p. Lacordaire, avendo compreso la grandezza dell’uomo che aveva davanti, rispose dicendo: «sì, ma quando predica Lei, le persone nei confessionali ci entrano!». Al p. Lacordaire era chiaro lo scopo della predicazione.
Affinché l’omelia possa raggiungere il suo scopo, è necessario talvolta chiarire le grandi parole della fede che non risultano più comprensibili: «Naturalmente parole grandi della tradizione – come sacrificio di espiazione, redenzione del sacrificio del Cristo, peccato originale – sono oggi come tali incomprensibili. Non possiamo semplicemente lavorare con formule grandi, vere, ma non più contestualizzate nel mondo di oggi. Dobbiamo, tramite lo studio e quanto ci dicono i maestri della teologia e la nostra esperienza personale con Dio, concretizzare, tradurre queste grandi parole, così che devono entrare nell’annuncio di Dio all’uomo nell’oggi».[4]
Relazione tra l’omileta e la Parola
Chi predica è coinvolto con la sua vita. Si trova esposto. Si deve compromettere. A differenza di qualunque altra modalità di discorso, nel caso dell’omelia al predicatore viene chiesto di essere coerente con la parola che pronuncia. D’altra parte, se l’omileta si sottrae, la capacità comunicativa ne risente. Sebbene la parola di Dio possa raggiungere comunque il suo scopo, Dio si serve ordinariamente di mediazioni. Il predicatore è chiamato a fare la sua parte, quanto meno a non creare un ostacolo tra il messaggio di Dio e l’assemblea. A volte, infatti, proprio a causa del modo in cui predichiamo, possiamo dare un’idea distorta della Parola, presentandola come noiosa o lontana dalla vita. Per questi motivi è necessario che la Parola di Dio risuoni innanzitutto nel cuore del pastore, il quale è il primo che deve lasciarsi ferire da essa.[5] La premessa per costruire un’omelia è lo studio. Prima di pregare sui testi, occorre studiarli, per quanto possibile, cercando di comprenderne il significato più autentico. Dopo di che il predicatore deve lasciare che quella parola legga la sua vita. È innanzitutto l’omileta colui che si chiede a quale conversione è chiamato, cercando di capire quale aspetto della sua vita viene messo in questione dalla Parola: «“Signore, che cosa dice a me questo testo? Che cosa vuoi cambiare della mia vita con questo messaggio? Che cosa mi dà fastidio in questo testo? Perché questo non mi interessa?”, oppure: “Che cosa mi piace, che cosa mi stimola in questa Parola? Che cosa mi attrae? Perché mi attrae?”».[6]
Papa Francesco ha richiamato con forza l’omileta alle sue responsabilità, affermando che un predicatore che non si prepara è disonesto e irresponsabile, un falso profeta, un truffatore e un ciarlatano![7]
Senza un coinvolgimento personale, l’omelia diventa espressione semplicemente di un approccio cerebrale: l’intellettualismo non è una forma nobile di predicazione, ma un meccanismo di difesa per evitare di compromettersi. Il rischio, soprattutto per i giovani preti, è quello di provare a ripetere quanto più o meno è stato appreso nel corso degli studi teologici, proponendo prediche che al più possono destare qualche interesse, ma che sono aride e lontane dal cuore della gente.
Il predicatore, quindi deve compromettersi. Per usare un’immagine, cara ad Agostino, nella quale il vescovo d’Ippona riprende un passo celebre del Cantico dei Cantici, egli dice che il predicatore deve essere disposto a sporcarsi i piedi, perché predicare è in qualche modo attraversare le strade polverose della città. È una grazia, dice ancora Agostino, sporcarsi i piedi, perché in questo modo, il Signore tornerà a lavarceli, come nell’ultima cena: «Ma ecco, mi alzo e apro. O Cristo, lavami i piedi. […] Quando ti ascoltiamo, esultano con te in cielo le ossa umiliate. Ma quando ti predichiamo, camminiamo con i piedi in terra per venire ad aprirti la porta. E perciò, se ci rimproverano ci turbiamo, se ci lodano ci gonfiamo d’orgoglio. Lava i nostri piedi che prima erano puliti, ma che si sono sporcati camminando sulla terra per venire ad aprirti».[8]
Relazione con l’assemblea
Il predicatore deve essere prima di tutto un contemplativo, sia della Parola sia del popolo, deve avere cioè uno sguardo che metta insieme l’amore per il Vangelo e quello per la gente a cui è chiamato a parlare.[9]
Proprio perché si trova esposto davanti all’assemblea, il predicatore può essere tentato di coprirsi o di travestirsi, indossando maschere che rappresentano in realtà dei meccanismi di difesa. Alcuni, per esempio, indossano la maschera del piccolo professore, si tratta del predicatore che si presenta all’assemblea come quello che insegna, indottrina e pretende di salvare dall’ignoranza! Altri invece indossano la maschera del giudice impietoso, come i predicatori moralizzatori che danno l’impressione di essere santi davanti a una massa di peccatori. Ancora ci sono i predicatori showman, coloro che si illudono di nascondere il loro vuoto di contenuti dietro scoppiettanti effetti speciali. Ci sono anche coloro che cercano semplicemente di compiacere l’assemblea, preferendo essere applauditi più che disturbare la quiete delle coscienze. Tutto questo ovviamente va a discapito della verità della Parola da annunciare.
Costruire un’omelia
L’omelia è certamente una forma di discorso e come tale deve rispondere alle regole della retorica, intesa non come forma di abbellimento, ma come arte dell’argomentazione. Sebbene sia un discorso, occorre però precisare che l’omelia non è una lectio biblica (lo studio dei testi deve essere previo alla predicazione, ma occorre concentrarsi poi sul messaggio che la Parola di Dio può portare nella vita delle persone in quel momento), non è una lezione di teologia né un discorso moralistico. Non è uno spettacolo di intrattenimento, né un tempo da riempire solo perché è previsto.
Come già suggeriva Platone nel Fedro, ogni discorso è come un corpo; quindi, le parti devono essere armoniche tra loro. Possiamo quindi partire dall’idea di immaginare un inizio efficace e una conclusione chiara, così come è importante che l’inizio e la fine siano legati in maniera coerente e logica, senza essere troppo distanti.
Proprio perché si tratta di un discorso, per quanto sui generis, l’omelia deve comunque rispettare le massime fondamentali della comunicazione[10], previste da P. Grice e ispirate al pensiero di Kant, e che possiamo adattare al nostro contesto. La massima della quantità si traduce per noi in questi termini: «tieni conto, realisticamente, del limite temporale di sopportazione di chi ti ascolta!»; la massima della qualità diventa: «più ti lasci toccare tu stesso dalla Parola, più la tua comunicazione sarà efficace!»; la massima della relazione corrisponde a: «tieni conto del contesto, ovvero dei testi della liturgia, rimanendo fedele a quanto viene proposto, e all’assemblea, tenendo conto di quello che sta vivendo e della situazione in cui si trova!»; infine la massima della modalità sarebbe: «ricordati di essere chiaro, evitando quello che tu stesso non capisci!».
Possiamo a questo punto confrontarci con alcuni modelli, non assoluti o imprescindibili, da assumere come eventuale riferimento nella costruzione di un’omelia. Il primo è quello suggerito da Radcliffe[11], il secondo è la proposta che ho elaborato a partire dalla mia esperienza.
Il modello suggerito da Radcliffe presenta una struttura ternaria: un primo silenzio – la parola – un secondo silenzio. Il primo silenzio è quello nel quale ci lasciamo sorprendere dalla parola di Dio, lasciando emergere i nostri dubbi e le nostre domande. In questa prima fase ci poniamo come mendicanti della Parola. Radcliffe nota come all’inizio di ognuno dei quattro Vangeli ci sia in qualche modo un silenzio: il silenzio della notte di Giuseppe in Matteo, il silenzio del deserto di Giovanni battista in Marco, il silenzio di Zaccaria, diventato muto, in Luca, il silenzio dell’origine da cui viene la Parola in Giovanni.
La seconda fase è quella della parola o meglio quella in cui cerchiamo le parole che possono esprimere quello che vogliamo comunicare all’assemblea. Il modo in cui predichiamo rivela la relazione tra predicatore ed assemblea, mostra il legame, ma anche le difficoltà e gli attriti.
Nella terza fase ritorna il silenzio. Ci rendiamo conto, infatti, che le parole che possiamo trovare non sono mai sufficienti e adeguate per esprimere quello che vogliamo comunicare. La Parola di Dio è infinitamente più grande delle nostre parole. Dobbiamo in qualche modo accettare una inevitabile frustrazione, che però ci apre a una nuova contemplazione. Il predicatore deve accettare di poter dire solo qualcosa, non possiamo mai dire tutto, né c’è un modo perfetto e definitivo di predicare.
Vorrei infine indicare un altro modello possibile, che è frutto, come ho detto, della mia elaborazione personale. Attraverso questa struttura, sintetizziamo anche quanto detto in questo contributo.
- Mi chiedo prima di tutto quale aspetto della vita dell’assemblea potrebbe essere illuminato dai testi della liturgia. Prima però mi pongo la stessa domanda in riferimento a me stesso. Questo mi permette di sentirmi parte del popolo di Dio, mi aiuta a condividere le fatiche e le attese. Soprattutto mi permette di avvicinare il testo alla vita concreta delle persone.
- Cerco di individuare in sintesi quale messaggio vorrei trasmettere come risposta a quanto ho individuato nel primo punto. Avere davanti questa idea centrale mi permette di mantenere il filo del discorso e di costruire una struttura coerente. Potrei per esempio segnarmi questa idea al centro di un foglio, intorno a cui costruisco tutto il resto.
- Provo a individuare un’immagine che mi potrebbe aiutare a veicolare questo messaggio. Potrò usare questa immagine sia nell’incipit dell’omelia sia un altro momento. L’uso dell’immaginazione è fondamentale nella costruzione dell’omelia, innanzitutto perché ci aiuta a sfuggire all’idolatria. L’immagine è evocativa e aiuta a non restare intrappolati dentro una definizione o un’idea. L’immagine stimola a cercare qualcosa in più e coinvolge l’interlocutore, perché a partire da quell’immagine, chi ascolta è indotto ad attivarsi, immaginando a sua volta. L’immagine è importante perché molte volte l’immateriale può essere intravisto solo partendo da immagini legate alla realtà. Gesù stesso usa molte immagini tratte dalla vita ordinaria. Ogni immagine dice molto di più di ciò a cui si riferisce: il seme, il lievito, la rete… L’uso delle immagini nella predicazione è stato presente fin dai primi secoli nell’annuncio cristiano, basti pensare per esempio ai mosaici delle basiliche paleocristiana. A volte è possibile utilizzare anche immagini tratte dall’arte: i dipinti di Caravaggio, per esempio, mostrano che il pittore pur partendo dai testi evangelici, li ha interpretati a partire dal suo vissuto: ne Le opera di misericordia, per intenderci, Caravaggio inserisce anche la sepoltura dei morti che non è presente nel testo evangelico, ma era un’opera indispensabile nella Napoli del Seicento dove aveva dipinto il quadro. L’immagine ha un carattere universale che permette però a ciascuno di rivedersi a suo modo.
- A questo punto occorre riprendere quei passaggi dei testi della liturgia che aiutano a sostenere e spiegare il messaggio centrale. Questo ci fa capire che non occorre spiegare tutti i testi, proprio perché non si tratta di una lectio biblica, ma faremo riferimento solo agli aspetti dei testi che sono funzionali al messaggio che vogliamo trasmettere. Come siamo partiti dai testi, per far emergere la domanda a cui rispondere, così adesso ritorniamo ai testi. Bisogna accontentarsi di non dire tutto e accettare questa frustrazione.
- Infine, ci chiediamo quali domande possiamo lasciare all’assemblea, affinché le persone possano continuare a meditare. Concludere un’omelia, infatti, non è semplice. Rischiamo di girarci intorno senza arrivare mai alla fine. D’altra parte, quello che diciamo nella conclusione è di solito quello che resta maggiormente impresso nell’uditorio. Per questo motivo può essere utile concludere formulando alcune domande, che aiutano le persone a sentirsi coinvolte: ciò che consegniamo non è un pacchetto preconfezionato, ma un’indicazione da seguire personalmente e attivamente, ciascuno nella propria libertà e nella propria condizione.
Al di là dei modelli che possiamo utilizzare, ciascun omileta è invitato a trovare il proprio stile. Spesso si impara, soprattutto quando si è giovani sacerdoti, ascoltando umilmente altri. È utile, soprattutto all’inizio, confrontarsi anche con i laici più vicini o che hanno una maggiore capacità critica, chiedendo dei riscontri, senza offendersi né inorgoglirsi. Anche questo, infatti, dovrebbe essere il ruolo dei laici, quello di aiutare con carità i propri pastori a correggere gli errori o rimandando ciò che è positivo. In una Chiesa sinodale questo potrebbe essere un compito importante da sviluppare.
Tratto da Orientamenti Pastorali n. 7/8 (2025), EDB. Tutti i diritti riservati.
[1] Giustino, Apologia prima, LXVII, 3-4.
[2] Per approfondire la prassi omiletica di Agostino, rimando a un mio recente articolo: «La prassi omiletica di Agostino d’Ippona: un esempio per il predicatore di oggi?», Apulia Theologica (2023)2,301-318.
[3] Uno dei sermoni di J.H. Newman si intitolava proprio La salvezza dell’uditore è la motivazione del predicatore.
[4] Benedetto XVI, Discorso al clero di Roma del 27 febbraio 2009.
[5] Cf Francesco, Evangelii gaudium, n.149 e 150.
[6] Francesco, Evangelii gaudium, n.153.
[7] Cf Francesco, Evangelii gaudium, n. 145 e 151.
[8] Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 57.
[9] Cf Direttorio omiletico, n.33.
[10] C. Bianchi – N. Vassallo (edd), Filosofia della comunicazione, Laterza, Roma-Bari 2005, 55.
[11] T. Radcliffe, «The Sacramentality of the Word», in K. Pecklers (ed), Liturgy in a Postmodern World, Continuum, London-New York 2003, 133-147.