La 75ª Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale del Centro di Orientamento Pastorale si è  svolta in un tempo ecclesiale che chiede ascolto, discernimento e coraggio. Il tema che ha guidato questi giorni è chiaro e impegnativo: «Dopo la cristianità: quale cristianesimo? Sulle orme di San Francesco, per un mondo di fraternità e di pace». Non è stato fatto siamo stati  semplicemente un convegno di studio, né un aggiornamento tecnico di prassi ecclesiali. Siamo stati immersi in una domanda che tocca il nervo vivo della Chiesa in questo tempo storico: «Dopo la cristianità, quale cristianesimo?». È una domanda che nasce da una trasformazione profonda che stiamo vivendo. Papa Francesco ci ha aiutato a leggere questa condizione con una parola ormai decisiva per il nostro discernimento: «Non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca». Questa affermazione non descrive solo ciò che accade fuori dalla Chiesa, ma anche ciò che avviene all’interno di essa. Cambiano il modo di credere, il linguaggio della fede, la trasmissione dell’esperienza cristiana, le forme delle comunità. E proprio in questo passaggio non siamo chiamati alla nostalgia, ma al discernimento.

La Settimana si colloca nel solco degli orientamenti del cammino sinodale delle Chiese in Italia e riprende anche le indicazioni emerse nel recente magistero ecclesiale, in particolare il discorso di Papa Leone XIV rivolto ai Vescovi italiani ad Assisi (20 novembre 2025). “Dopo la cristianità” non è una formula sociologica, ma una soglia teologica: una chiamata a interrogarsi su come il Vangelo possa abitare oggi il mondo, generando una presenza cristiana più essenziale, più fraterna, più evangelica. In questo orizzonte, la figura di san Francesco d’Assisi non è evocata come icona, ma come criterio ecclesiale. Francesco non ha “gestito” la crisi della cristianità del suo tempo; ha scelto il Vangelo. E il Vangelo, quando viene preso sul serio, genera vita: la Parola — ricorda l’Evangelii Gaudium n. 22 — ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere.

Il percorso che abbiamo vissuto in questi giorni non è stato una sequenza di interventi indipendenti, ma un cammino progressivo di discernimento ecclesiale. Tre domande ci hanno accompagnato idealmente:
• Che tempo stiamo vivendo?

  • Quale Vangelo è chiamato a emergere in questo tempo?
  • Quale forma di Chiesa può abitare questo tempo e quali scelte pastorali ne derivano?

Il COP, nella sua storia, ha sempre cercato di essere luogo di ricerca e servizio per le Chiese particolari in Italia: nato nel 1953 per intuizione di mons. Grazioso Ceriani, ha accompagnato il cammino pastorale italiano nel pre e post Concilio. Oggi continua questa missione in un contesto nuovo, segnato da trasformazioni profonde che chiedono non risposte immediate, ma processi di discernimento condiviso.

 

  1. Il cambio d’epoca

 La fine della cristianità è emersa nel cammino sinodale delle Chiese in Italia, con differenze geografiche: più al nord che al sud. La saldatura tra i principi portati avanti dalla Chiesa e quelli della società è venuta meno. Tutti gli indicatori (ricerche sociologiche) parlano di crisi della Chiesa. La pandemia, certamente, ha accelerato processi già in atto, con evidenti cali. Ma ci sono crisi più ampie, a livello planetario: crisi economiche, ambientali, demografiche, sanitarie e geopolitiche. Esistono anche crisi alimentate da strumentalizzazioni religiose, che rafforzano “ragioni”. Viviamo quindi in una realtà “inquinata”, a cui anche noi contribuiamo.

Oltre alle crisi da peccato, che vanno combattute con la conversione del cuore, occorre interrogarsi: «Se la Chiesa italiana non fosse in crisi, sarebbe davvero la Chiesa di Gesù?». Probabilmente no. Perché la Chiesa di Gesù è fatta da discepoli e discepole non chiusi in una bolla, ma aperti a cammini di incontro con persone ed eventi nelle pieghe della storia, mettendo testa, cuore e piedi. È bene ricordare l’incipit della Gaudium et Spes: la Chiesa è la gente concreta che guarda con fede a Gesù Salvatore; è un innesto vivo dei cristiani nella società.

Come allora uscire dalla crisi migliorati? È necessario guardare ai gesti quotidiani, spesso nascosti, che hanno a che fare con la relazione più che con l’organizzazione di eventi. Gesti di solidarietà, frutti dello Spirito (Gal 5,22): gioia, pace, pazienza, dominio di sé. È importante osservare ciò che è buono: questo è il criterio d’incontro con i “santi della porta accanto”. Occorre andare oltre le statistiche, che descrivono bene ma non ci dicono nulla dell’opera dello Spirito; questa, infatti, va oltre le finalità descrittive.

Bisogna superare il lamento, spesso amplificato da ultrà cattolici sui social: sono più rumorosi che numerosi, e spesso cercano di riportare indietro le lancette del passato. La preghiera rimane la migliore risposta e il fondamento della comunione.

 

  1. Quali comunità cristiane per il futuro?

 Benedetto XVI vedeva le comunità del futuro (spoglie di strutture) come minoranze creative, lievito di fermento. Qualcosa di piccolo, inserito in qualcos’altro. Il Regno di Dio, come sappiamo, è simile al lievito: un seme piccolo che si radica, senza esplodere.

Tre sono i possibili movimenti, intrecciati tra loro:

  • Conversione comunitaria: la vera cultura è evangelica, profetica. Non si tratta di elaborare contenuti accademici, ma di capacità di lettura critica dell’esperienza, partendo dall’esperienza stessa, in un continuo intreccio di teoria e prassi, pensiero e realtà.
  • Conversione personale: non basta trasmettere nozioni; è necessario vivere, credere, celebrare e pregare la fede in modo integrato.
  • Conversione strutturale: si traduce in corresponsabilità, apertura ai ruoli femminili, ministeri più estroversi e missionari che scomodano alcune dimensioni, guida sinodale delle comunità (partecipazione effettiva alle responsabilità, effettiva “condecisione”).

L’immagine di Michea 7, “spigolare”, significa andare oltre il lamento (che spesso ci appartiene), e far emergere ciò che c’è. Una mentalità che va oltre la “cristianità” non si arrocca sulle norme e sulle strutture esistenti. Riconvertirci significa mettere al centro l’ascolto. Non si tratta di una pastorale della perdita, ma di cogliere le opportunità che lo Spirito ci offre. È questione di fede. La spigolatura, così, diventa un esercizio che dona gioia.

2.1. La condizione preliminare per l’annuncio oggi è l’ascolto.

L’attuale crisi della cristianità ha aperto una condizione fondamentale: l’ascolto. Ascolto dei linguaggi altrui per imparare ad annunciare anche a sé stessi e agli altri. È da qui che parte l’annuncio: intercettare “mondi”, non stando in cattedra, ma mettendosi in ascolto reciproco — come nei cantieri emersi nel cammino sinodale.

 

  1. Ridisegnare la comunità partendo dai vissuti. Ripensare la pastorale nel sociale, con audacia (Castellucci)

La questione sociale va intesa come luogo di evangelizzazione e come punto di partenza per incontrare i vissuti. È nell’incontro con l’altro, con l’alterità che si comprende l’evangelizzazione. Le ultime encicliche sono tutte sociali: il vissuto parla e le esperienze umane sono fondamentali per essere illuminati dal Vangelo. È indispensabile tornare alle origini della comunità cristiana, come in Atti 3, dove Pietro e Giovanni incontrano lo storpio alla porta del Tempio. Il segno messianico non è solo di Cristo, ma di una comunità che comprende la parola e la vive nell’alterità, scommettendo in un oltre la persona. Il tema sociale è parte integrante dell’esperienza: la Chiesa abilita a una vita sociale piena. Riammettere alla pienezza di vita è il compito della Chiesa. Quando il cristianesimo si riduce alla forma della liturgia, perde la sua essenza e la comunità cristiana si impoverisce. La centralità del povero, dai Padri fino ad oggi, è il cuore della fede cristiana. Nella Gaudium et Spes (GS 67), l’unica via di uscita è essere come il buon Samaritano: rifare la comunità attraverso l’incontro, partendo da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, per accoglierli e aiutarli a rialzarsi.

Secondo la FT 54, nessuno si salva da solo: nella pandemia, categorie che vivono il lavoro di “soccorso” con dedizione hanno fatto risuonare il Vangelo. Il problema, invece, è una società che premia “l’estetica” più che “l’etica relazionale”.

L’attenzione ai poveri deve essere strutturata anche “politicamente”: questa è una priorità della Chiesa, oltre l’assistenzialismo. Sociale e politico sono il cuore del cristianesimo odierno.

La Dottrina sociale della Chiesa ci invita ad essere come genitori generativi nelle crisi. Non abbiamo ricette pronte, ma possiamo trovarle dialogando con gli altri.

La questione del lavoro è centrale, in un contesto di tecnologie (IA, robotica): il rischio è una “macchinizzazione” dell’umano, un controllo che lo svaluta. Dietro la tecnologia, spesso si nasconde una massa di lavoratori a basso costo, sfruttati e invisibili. È necessario promuovere trasparenza e contrastare l’opacità.

Anche l’abitabilità è un problema radicale nel nostro Paese: rimanere in un luogo riconosce il valore del proprio lavoro. Abitare significa esprimere esperienze di comunità, senza scindere la comunità da tutto il resto.

Il tema della pace, infine, evidenzia una questione sociale: occorre abitare i conflitti, per evitare che si cronicizzino. Il sociale, come presenza dello Spirito, è anche un luogo per interpellare la vocazione di ciascuno, con ricadute nel vissuto personale e sociale.

 

  1. Lo stile evangelico: s. Francesco come modello di cristianesimo essenziale (Piloni)

Frate Masseo chiede a Francesco: «Perché a te tutto il mondo viene dietro? Tu non sei bello, non sei di grande scienza, non sei nobile» (FF 1838)». Nonostante le sfide, quest’uomo rimane provocazione (a favore della tua vocazione): restare umani. Francesco era libero dall’esito dei risultati. Questo tempo riflette l’uomo d’oggi, meravigliosamente imperfetto, un tempo nel quale riversare tutto l’amore che abbiamo. Leone XIV sulla complessità invita: «a passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Non negarla, ma abitarla come una benedizione». Vivere, posizionarsi da persone benedette in questo tempo.

Francesco rappresenta una forza umile di contraddizione alla mentalità del mondo, all’agitazione inoperosa e alla stanca inquietudine. L’inquietudine è nostalgia di Dio. Francesco propone di vivere secondo la forma del Vangelo: questa sarebbe oggi la sua sfida. Vivere il Vangelo, sine glossa.

Guardando oltre le strumentalizzazioni operate nel tempo su Francesco, egli si presenta come “figura di frontiera”: un ponte tra medioevo e modernità, tra Chiesa e mondo, tra istituzione e l’inedito della profezia, una cerniera — “il conciatore” — che cuce insieme. Le figure di profezia non si lasciano mai possedere; Francesco è un grande disturbatore della quiete pubblica.

Ubertino da Casale, frate del XII secolo, ci dà un’immagine di Francesco non inquinata dai nostri riduzionismi, due obiettivi pastorali del Santo:

  1. Rinnovare in sé e negli altri le orme di Cristo, spesso coperte e dimenticate;
  2. Donare alla Chiesa la vita di Gesù sotto forma comunitaria.

Rinnovare è una parola chiave del Vaticano II. L’apertura richiesta è in funzione del radicamento nell’essenziale. Rinnovamento e fedeltà vanno di pari passo. Per Francesco, l’essenziale è desiderare lo Spirito Santo e la santa operazione dello Spirito: l’agire è il luogo dello Spirito; si trova facendo, non solo pensando. È la prassi che modifica pensiero e azione. Oggi siamo in un tempo di esploratori (Libro dei Numeri). Il nuovo è ancora da scoprire. Per Francesco, l’essenziale è piacere al Signore e seguire le sue orme: questo è il discepolato ordinario, non straordinario. Piacere al Signore, al di là di ogni risultato. Rendere la propria vita una dimora di Dio.

Riparare la casa, e prima di tutto la propria coscienza (Lc 11,24-26). Un rinnovamento si realizza partendo dal “piacere a Dio”. Vigilare sul cuore, perché da esso sgorga la vita. Le riforme di struttura non sono il movimento primario: il vero cambiamento è interiore. È come scolpire Dio nel cuore e negli altri; Dio è già nel cuore, ma occorre tirarlo fuori dal blocco di marmo.

La forma comunitaria è riprendere il Vangelo in modo comunitario, con cinque verbi suggeriti da papa Francesco:

  • prendere l’iniziativa
  • coinvolgere
  • accompagnare
  • fruttificare
  • festeggiare

Il debito della Chiesa nei confronti del mondo è l’evangelizzazione: è il tempo di osare, di ricominciare a credere nella risurrezione di Cristo, di prendere l’iniziativa. C’è il rischio di fare le cose di Dio senza Dio. È importante partire dal mistero pasquale e la parola annuncia ciò che il sacramento realizza. Pochi, poveri e insignificanti: andando oltre l’ottica della minoranza, nella logica del Vangelo, siamo perfetti se ci vestiamo di coraggio. Occorre andare oltre il miracolismo e la mediocrità.

Coinvolgersi: mostrare la vita di Dio in noi. Francesco invia i frati tra gli “infedeli” con la raccomandazione di essere segno di relazioni gioiose. La vocazione della Chiesa è epifanica, oltre l’amministrazione e l’organizzazione. Non si tratta di ripetere, ma di mostrare la vita di Dio in noi: un coinvolgimento che si sporca le mani di umanità.

Accompagnare: come Filippo con l’eunuco (At 8,26-39). Filippo segue lo Spirito e, a chi passa, salta sul carro, ponendo le domande giuste. La domanda va evangelizzata.

Fruttificare: lasciar perdere l’ansia dei risultati. La Chiesa oggi deve seminare tra la gente, perché sotto le ferite e le stratificazioni c’è un cuore pronto. Ricordiamoci: avete un Padre, una casa, c’è cibo in abbondanza. Siamo chiamati a essere generativi, in risposta all’invito di Genesi: “Siate fecondi, moltiplicate e crescete”.

Festeggiare: La mistica del vivere insieme (EG 87). La gioia del Vangelo è per te e per il mondo che cerca, anche se non sempre sa dove andare.

 

  1. Una chiesa che si ripensa tra mondo fisico e digitale (Ammendolia)

Occorre partire dal cambiamento d’epoca già evidenziato da papa Francesco nel discorso alla Curia romana del 2019, quando affermava che «siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, relazionarsi, comunicare, elaborare il pensiero, rapportarsi tra generazioni e comprendere e vivere fede e scienza».

Oggi viviamo in una situazione ibrida, tra mondo fisico e digitale, definita “onlife”, e in essa le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC), forze ambientali più che strumenti. impattano su quattro fronti:

  • la nostra «concezione del sé» (chi siamo),
  • le nostre «interazioni reciproche» (come socializziamo),
  • la nostra «concezione della realtà» (la nostra metafisica),
  • la nostra «interazione con la realtà» (agency: il nostro scegliere e agire).

Nel 2020, Francesco affermava: «Potremmo dire che la “galassia digitale”, e in particolare l’intelligenza artificiale, si trova al cuore del cambiamento d’epoca che stiamo attraversando. L’innovazione digitale coinvolge tutti gli aspetti della vita, personali e sociali, incidendo sul nostro modo di comprendere il mondo e noi stessi. Essa è presente nelle decisioni umane — anche le più importanti — che sono frutto di volontà umana e di contributi algoritmici. L’atto personale si trova al crocevia tra apporto umano e calcolo automatico, rendendo difficile comprenderne l’oggetto, prevederne gli effetti, determinarne le responsabilità».

Il magistero di Leone XIV, con Magnifica Humanitas, va proprio in questa direzione. Egli ci invita a non fuggire dalla complessità: «L’atteggiamento sano è quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con virtù di discernimento, parresia e hypomoné. Il cambiamento, in questo caso, assumerebbe un altro aspetto: da elemento di contorno, da paesaggio esterno, diventerebbe più umano e più cristiano».

Da questo si ricava che la pastorale digitale è quell’insieme di processi che fanno interagire in modo adeguato la pastorale e le tecnologie digitali, affinché si realizzi un’uscita, un annunciare, un abitare e un educare nella prospettiva “onlife”. Celebrazione, catechesi e carità devono considerare cultura e comunicazione digitale. La pastorale digitale non è una pastorale “d’élite”, ma una sua naturale declinazione, parte integrante della presenza e dell’impegno ecclesiale. Si colloca trasversalmente, interrogandosi sul rapporto tra pastorale e tecnologia, e sui diversi livelli del sapere umano: teologico, filosofico, sociale e scientifico.

Per dimostrare che la pastorale digitale è questione più ampia della semplice comunicazione mediata, occorre considerare il cambiamento d’epoca nel suo insieme: i processi di discernimento devono andare oltre e abbracciare il mutamento totale.

Si tratta di attivare prossimità “onlife”: la periferia digitale rappresenta spesso una manifestazione, più o meno evidente, di una periferia esistenziale nel continente digitale. Può manifestarsi anche in esperienze di uso scorretto della rete, che finiscono per sconvolgere la vita di qualcuno.

Papa Francesco, nel messaggio della XLVIII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, scriveva che: «la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali. Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada e una Chiesa autoreferenziale, preferisco la prima. Le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove si può essere effettivamente raggiunti e incontrati. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità spesso ferita: uomini e donne che cercano salvezza e speranza».

In questo orizzonte si inserisce la figura del “missionario digitale”, che non si limita a produrre contenuti o metacontenuti, ma si impegna a “samaritanizzare”, ovvero a farsi prossimo, accorgendosi del dolore e prendendosi cura, come il Buon Samaritano della parabola evangelica. «L’attenzione al dolore dell’altro è il punto chiave della missione, perché rende presente la misericordia di Dio».

 

  1. Riconoscerne la presenza già operante nella vita del giovane. Dai giovani non strategie, ma conversione di sguardo (Pincerato)

Dedicando l’intervento al rapporto tra Chiesa e nuove generazioni, don Riccardo Pincerato ha proposto una riflessione sul necessario “ripensamento” dell’azione ecclesiale a partire dall’incontro con i giovani. Non una Chiesa che opera semplicemente per i giovani, ma una Chiesa che si rilegge con loro, prendendo atto del cambiamento culturale in cui l’esperienza cristiana non è più garantita dal contesto sociale. I giovani non devono essere considerati soltanto come destinatari delle iniziative pastorali o come categoria problematica, ma come interlocutori che contribuiscono a mettere in discussione e rinnovare le forme della presenza ecclesiale. In questo senso, essi rappresentano il presente della Chiesa e non soltanto il suo futuro.

Un primo passaggio riguarda il superamento dell’approccio che chiede “cosa fare per i giovani”. Tale impostazione rischia di collocare adulti e giovani su piani distinti e ridurre i giovani a oggetto di intervento pastorale. La proposta, invece, è quella di interrogarsi su “cosa diventare con loro”, riconoscendo che la relazione educativa e pastorale implica un mutuo cambiamento.

La seconda sottolineatura riguarda il passaggio dall’appartenenza alla testimonianza. In un contesto in cui la fede non viene più trasmessa automaticamente, molti giovani si allontanano senza conflitti espliciti, perché non accompagnati verso una maturazione dell’esperienza cristiana. Ne deriva l’esigenza di una Chiesa meno centrata sui numeri e più capace di rendere visibile l’incontro con Cristo attraverso la testimonianza.

La terza sottolineatura riguarda la presenza di Dio nella vita dei giovani. La ricerca di senso, le relazioni e le esperienze di profondità indicano una domanda spirituale reale, anche se espressa con linguaggi diversi. Il compito ecclesiale non è quindi quello di “portare Dio”, ma di riconoscerne la presenza già operante nella vita delle persone.

Riguardo poi la loro corresponsabilità ecclesiale, i giovani, in virtù del battesimo, sono già soggetti attivi della vita della Chiesa e non semplici destinatari di spazi loro concessi. La corresponsabilità non può essere intesa come concessione, ma come dimensione strutturale della Chiesa.

È utile un richiamo a san Francesco d’Assisi e san Carlo Acutis, figure che, in epoche diverse, hanno invitato la Chiesa a un ritorno all’essenziale della fede e alla sua capacità di incarnarsi nel proprio tempo. In questa prospettiva, una Chiesa che si ripensa con i giovani non si limita a definire nuove strategie pastorali, ma si lascia interpellare dalle nuove generazioni nel suo stesso modo di comprendere e vivere la missione.

 

  1. Quali sfide per la comunità cristiana che annuncia il vangelo oggi (Tonello)

Il dibattito sulla presenza della chiesa si sta spostando da una posizione difensiva e rassegnata, a una “presenza critica” in una società che non è più cristiana, ma che cerca un senso. Davanti alle molteplici sfide di una società profondamente cambiata, che non si riconosce più nella tradizione cristiana, si chiede alla parrocchia di avviare un profondo rinnovamento.

Il fenomeno urbano ha avviato un processo di frammentazione nel rapporto delle persone con i propri luoghi d’origine, nei criteri di appartenenza e di identità che prima sostenevano la “civiltà parrocchiale” quando il villaggio coincideva con il campanile. Il connubio delle due realtà, villaggio e campanile, aveva dato origine a un’identità collettiva capace di sostenere fortemente il tessuto di quel mondo e dei suoi abitanti, dove tutti si riconoscevano cristiani.

La perdita di rilevanza della parrocchia e la sua crisi nella società moderna vanno ricercati attorno ad alcuni nuclei, passando dal concetto di crisi a quello di sfida:

  1. a) sfida di significato;
  2. b) sfida d’identità;
  3. c) sfida di autorevolezza;
  4. d) sfida missionaria;
  5. e) sfida generativa.

 

  • Sfida di significato. Ha ancora senso parlare di parrocchia? Esisterà ancora la parrocchia?

Perché continuare a designare con il termine ‘parrocchia’ (para-oikia) una istituzione che si sta trasformando nel suo funzionamento, nella sua struttura istituzionale, nel modo di immaginare la sua presenza dentro la società?

 

  • Sfida di identità.

Cosa è oggi la parrocchia? Chi è oggi la parrocchia? Sia di fronte alle trasformazioni che alla missione/ruolo… Si tratta di ritrovare l’identità sia strutturale che di missio per affrontare la sfida sul significato del proprio esistere, sul senso del proprio esistere.

 

  • Sfida di autorevolezza.

La Chiesa attraverso le parrocchie (dal Concilio di Trento) aveva un controllo attivo sul territorio e sulle persone (pastorale di “inquadramento”). Questo pilastro del cattolicesimo è venuto meno sia per la pluralità di soggetti influenti sia per la minor presenza del prete. C’è una perdita del valore e del ruolo simbolico della chiesa sul territorio. L’accorpamento di più parrocchie non garantisce la persistenza del ruolo della Chiesa in quel territorio. Rischia di essere entità tra le altre, specialmente nei centri urbani, dove sparisce anche visivamente. Tra le attività che maggiormente richiedono una dose di autorevolezza troviamo i percorsi di iniziazione cristiana. La domanda è: quanto incidono? Iniziano alla vita di fede? I sacramenti sono punti di partenza o di arrivo?

 

  • Sfida missionaria.

Non si è mai pensata come missionaria, non è mai stata missionaria in senso proprio. Solo dal Vaticano II l’annuncio del Vangelo non è solo compito dei missionari o degli istituti religiosi, ma responsabilità di tutti i battezzati. Le modifiche, i cambiamenti strutturali e organizzativi sono finalizzati all’annuncio del Vangelo: non sono solo strumentali ma rivelativi delle Parole del vangelo, del volto di Chiesa. Un ambito rilevante è quello dei “cristiani della soglia”: il credere non si misura solo sulla partecipazione alla Messa domenicale. Ci sono soglie diverse di credenza. Obiettivo: È necessario far crescere la “corresponsabilità” ecclesiale di tutti (empowerment) valorizzando doni e carismi. È necessario sviluppare la ministerialità dei battezzati prendendo sul serio i nuovi ministeri non solo per la comunità ma per la società.

 

  • Sfida generativa.

L’emergenza oggi è conservare l’esistente, salvare quello che è rimasto, rifugiandosi in prassi consolidate e stili tradizionali. Il Regno è già presente, è già all’opera nelle pieghe della storia umana. Va valorizzato il bene che c’è, comunità rabdomanti (Theobald), ricercatrici del bene, ponendo attenzione ai luoghi ecclesiali tradizionali, integrandoli con altri luoghi simbolici (eteropici), come “luogo altro” del Regno. Le strutture ecclesiali non sono mai state pensate solamente come “spazi” funzionali ma come “luoghi” che ispirano, che si configurano come spazio di ospitalità evangelica per “chiunque”. Obiettivo: mantenere la presenza di un cattolicesimo popolare: «per tutti» anche se non «di tutti». Mantenere l’autorevolezza dentro la cultura italiana per contrastare l’esculturazione.