Pier Giuseppe Accornero *
– «Penso che le persone potranno trarre le proprie conclusioni: non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura dell’amministrazione Trump. Non sono un politico. Parlo del Vangelo e non penso che il suo messaggio debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo. Continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli Stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo, beati i costruttori di pace: troppa gente soffre nel mondo. Non guardo al mio ruolo come politico e non voglio entrare in un dibattito con lui».
Sull’aereo che in due ore lo porta da Roma ad Algeri, con tono assolutamente tranquillo, per tre volte ribadisce: «Non sono un politico». Robert Francis Prevost, primo Papa statunitense, risponde alle farneticanti e assurde affermazione di Donald John Trump, 47° presidente Usa, che dimostra molta ignoranza e supponenza parlando di religione e fede, di Chiesa cattolica e Vaticano, di Papa e della sua missione. Presidente che, con tutti guai e le guerre che ha provocato, l’America dovrebbe cacciare al più presto per il bene degli statunitensi, dell’America e del mondo. Le farneticanti dichiarazioni da oltreatlantico meritano, questa volta, una risposta puntuale per sfatare la rozzezza e l’assurdità di cui sono infarcite.
Accuse arroganti e volgari
Il 13 aprile 2026 (le 3 di notte in Italia) si scaglia duramente contro Leone, con parole di fuoco e senza precedenti con un lunghissimo messaggio sul social «Truth» da bordo dell’«Air Force One». Lo «sceriffo di Washington», a spese dei cittadini, torna dalla Florida e perde il lume della ragione: «È un debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera. Mi deve ringraziare. Dovrebbe darsi una regolata». Non si capisce cosa dovrebbe fare il vescovo di Roma «contro la criminalità»: indossare la stella da sceriffo e il cinturone con le pistole? E che «regolata» deve darsi? E quando mai Papa Prevost ha parlato «della paura nei confronti dell’amministrazione Trump»? Quanto alle «dichiarazioni del Pontefice che condannano la guerra» merita che qualche consigliere gli faccia presente che sono migliaia e migliaia le dichiarazioni, i discorsi, le omelie e gli interventi orali e scritti che i Pontefici hanno fatto e fanno, da sempre, e non solo nella «veglia di preghiera per la pace» in San Pietro l’11 aprile nelle ore in cui Stati Uniti e Iran imbastivano colloqui di pace in Pakistan, poi falliti.
Quella dell’umanità è storia di guerre, genocidi e massacri come insegnano i successori di Pietro. Soffermandosi sugli ultimi due secoli, Benedetto XV definisce «inutile strage» la Grande guerra (1914-18); Pio XII nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, proclama: «Nulla è perduto con la pace; tutto può essere perduto con la guerra»; Giovanni XXIII nell’enciclica «Pacem in terris» (1963) scrive: «Dalla pace tutti traggono vantaggi, individui, famiglie, popoli, la famiglia umana». Paolo VI si presenta sul podio delle Nazioni Unite a New York (1965) e supplica: «Jamais la guerre, jamais la guerre»; Giovanni Paolo II, nella seconda guerra del Golfo (2003), ripete: «Mai più la guerra». Francesco invoca: «Gli artigiani di pace agiscano con ingegno e audacia». Questo – aggiunge Leone XIV – è possibile se si pone «un argine al delirio di onnipotenza», se si sceglie «il regno di Dio in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. E nei discorsi di morte si trascina il nome santo del Dio della vita».
Accusa il Papa di «ritenere accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare»: e quando mai avrebbe detto tale grossolana falsità? Con sfrontatezza rincara: «Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e che stava svuotando le carceri riversando nel nostro Paese assassini, spacciatori e criminali violenti. Non voglio un Papa che critichi il presidente americano poiché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante».
«Se Leo è in Vaticano, è merito mio»
Il punto forse più assurdo è quando rivendica il merito dell’elezione di Robert Francis Prevost, nato 71 anni fa a Chicago ed eletto al soglio di Pietro il 5 maggio 2025: «Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano; si riteneva che fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano». Così, cotale Donald John Trum si sostituisce al Padre eterno. Il cardinale Marcello Semeraro, che partecipò all’ultimo Conclave, esclama: «Attribuirsi l’elezione del Papa è una visione allucinata della realtà».
L’inquilino della Casa Bianca conclude: «L’atteggiamento troppo debole sul fronte della criminalità e delle armi nucleari, non mi va affatto a genio. Né mi piace il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un fallito della sinistra». Il Papa è avvisato: l’agenda degli appuntamenti adesso non gliela redige la Prefettura della Casa pontificia ma qualche ufficetto di 1600 di Pennsylvania Avenue. «Nel suo ruolo di Papa dovrebbe usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, anziché un politico».
Come se da ragazzo avesse giocato a biglie con il Pontefice, lo chiama «Leo»: «Mi piace molto di più suo fratello Louis, perché Louis è totalmente Maga. Louis capisce, Leo no» anche se «dovrebbe essermi riconoscente».
Discorsi e appelli contro tutte le guerre
In passato non sono mancati dissapori tra gli inquilini della Casa Bianca e i pontefici: George W. Bush non gradì le critiche di Giovanni Paolo II la Guerra del Golfo (1990-91), nata dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, e la Guerra in Iraq (2003-2011), lanciata con l’accusa, poi rivelatasi infondata, di armi di distruzione di massa. Trump, nel primo mandato (2017-21), non gradì le frasi di papa Francesco che definì «non cristiano» chi costruisce muri per fermare i migranti, come tra Stati Uniti e Messico. Ma, notano gli osservatori, «non è mai successo che un Presidente in carica attacchi il Papa con linguaggio così frontale e virulento». Il Papa ha criticato in modo sempre più esplicito la guerra in Iran e in Libano scatenata dagli Stati Uniti e da Israele, proprio come le critiche al genocidio che Israele compie nella Striscia di Gaza contro i palestinesi, proprio come le critiche e gli appelli contro tutte le guerre. Ha definito «inaccettabili» le minacce di Trump di distruggere l’Iran: «Cancelleremo un’intera civiltà», e ha sconfessato quanti, anche tra i collaboratori del presidente, giustificano l’iniziativa militare con un linguaggio religioso: «La preghiera è argine al delirio di onnipotenza che si fa sempre più imprevedibile e aggressivo». E il 9 gennaio, al corpo diplomatico, ha stigmatizzato che «la guerra è tornata di moda» e ha denunciato la violazione del diritto internazionale e l’allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Cristophe Pierre, fu convocato dal Pentagono – rinominato ministero della Guerra e non ministero della Difesa – per una lavata di capo da parte di un invasato Pete Egseth, ministro della Guerra e non più ministro della Difesa, che mira a fare delle Forze Armate «un corpo religioso, politicizzato e combattente, dedito solo a Trump». Nel suo mirino sono finiti i generali che obiettano al bellicismo trumpiano, i cappellani militari e gli alti ufficiali donne.
L’obiettivo è il Vangelo della pace e della giustizia
La prima reazione arriva dai vescovi statunitensi. «Sono profondamente addolorato che il Presidente abbia scritto parole così denigratorie» – dice l’arcivescovo di Oklahoma City mons. Paul Stagg Coakley, presidente della Conferenza episcopale – «Papa Leone non è un suo rivale, né è un politico, è il vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime».
L’influente gesuita statunitense James Martin dubita che «il Papa perderà il sonno. Trump è sconnesso, poco caritatevole e anticristiano. Non c’è limite a questo squallore morale». Secondo il gesuita italiano Antonio Spadaro il Papa «è chiamato in causa, nominato, combattuto, segno che la sua parola incide. Qui emerge la forza morale della Chiesa, non come contro-potere, ma come spazio in cui il potere viene giudicato da un criterio che non controlla. Leone non risponde sul terreno della polemica. È libero e quella libertà, disarmata e disarmante, è forse ciò che più inquieta e ciò che più conta».
La presidenza della Conferenza episcopale italiana esprime «rammarico» e ricorda che «il Papa non è una controparte politica, ma il successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace. In un tempo di conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità».
Il cardinale arcivescovo di Torino Roberto Repole esprime «dolore e amarezza, ma anche sostegno e affetto a Leone XIV dopo le inimmaginabili offese»: Trump «colpisce il Papa con arroganza e volgarità senza precedenti per aver denunciato l’ingiustizia e la violenza delle guerre che devastano il mondo. Inquietante il linguaggio intimidatorio. Gli attacchi al Vescovo di Roma, ripresi anche dopo la scomparsa di papa Francesco, mostrano con chiarezza che il bersaglio non sono i papi, ma il Vangelo della pace e della giustizia».
Trump non solo non si scusa ma si abbandona anche alla blasfemia, forse per dare ragione a Paula White, responsabile dell’Ufficio per la fede della Casa Bianca, che paragona il presidente a Gesù «tradito e falsamente accusato» (posta una foto, poi rimossa, che lo raffigura, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come Gesù che guarisce un ammalato).
* sacerdote, giornalista, scrittore
Tratto da Orientamenti Pastorali n. 4(2026), EDB. Tutti i diritti riservati.