Domenico Sigalini *

– Il COP è da sempre attento allo svilupparsi della vita di una comunità cristiana, alla sua capacità di vivere il Vangelo e di comunicarlo a tutti. In essa tutti sono soggetti di conversione, di comunione e di missione, ciascuno con una sua chiamata personale, che diventa compito, incarico, ruolo, ministero. Una figura che abbiamo spesso studiato a fondo è quella del diacono. Purtroppo, al sostantivo «diacono» occorre aggiungere l’articolo «permanente», perché nella prassi della Chiesa esiste un diaconato nel quale si resta poco tempo, in attesa di essere ordinati presbiteri, una specie di gradino verso una sorta di completezza, che non aiuta a definire la figura del diacono così come è stato ripristinato nella vita della Chiesa a partire dal Concilio ecumenico Vaticano II. Nella grande attenzione alla vita delle comunità cristiane più concrete, come sono le parrocchie, che qualifica questo tempo della Chiesa italiana, è importante allora porre l’attenzione sull’esperienza del diaconato, per poter superare alcune difficoltà (anche per certi pastoralisti) e anche qualche situazione di stallo, se non altro per cambiare le domande sul diaconato. Non si ragiona per vedere se è utile, ma per coglierlo come un dono di Dio e come rispondervi con il massimo di obbedienza allo Spirito e alla progettualità della Chiesa, concretizzata in non pochi interventi magisteriali sull’argomento.

Proprio per andare oltre le impressioni, il sentito dire, la stanchezza di alcune esperienze, è obbligatorio fare un’indagine socio-pastorale (assolutamente a volo d’uccello),[1] con una sua scientificità, ma da leggere in chiave pastorale, per andare oltre i luoghi comuni, enucleare i nodi problematici, le domande e orientare l’impegno della Chiesa nella direzione giusta.

I nodi principali potrebbero essere:

  • la necessità di un approfondimento della teologia del diaconato, per poterlo definire meglio in sé stesso, nella sua sacramentalità e ministerialità, differenziata dalla teologia del presbiterato, e nella sua correlazione con il sacramento del matrimonio.
  • Urgenza di riqualificare la formazione, sia quella della preparazione, sia quella permanente, attraverso opportuni percorsi spirituali, teologici e culturali, declericalizzati, capaci di collocarsi dentro la cultura odierna, per la vocazione specifica non di prete a metà, ma di animatore del servizio di comunione e di carità nella comunità cristiana e nel mondo.
  • Rinnovamento del clima di relazioni fraterne ed ecclesiali all’interno della Chiesa, con i laici e i presbiteri, e superamento di ruoli sostitutivi o concorrenziali.
  • Sbilanciamento del servizio pastorale dalla vita parrocchiale, intesa ancora troppo come cura delle anime e non come missione, alle relazioni con il territorio.
  • L’urgenza di esprimere il servizio diaconale come ponte tra la comunità cristiana e il mondo, mentre la maggior parte del tempo e delle energie il diacono medio italiano lo spende per le assemblee liturgiche e per attività strettamente interne alla vita dell’organizzazione pastorale.
  • Non secondario è il rapporto del diacono con la moglie e tutto il tessuto famigliare
  • Da questa ricerca non emerge una smobilitazione della Chiesa nei confronti del laicato, anzi già da alcuni anni è in atto una presa di coscienza sempre più diffusa in tutte le diocesi della realtà diaconale e una presa in carico da parte dei vescovi e delle conferenze episcopali regionali di un minimo di coordinamento.

Il problema più vero è sempre la definizione di diacono che nella teologia deve essere più chiara e accessibile. Ad essa si arriva con un’attenta lettura della Parola di Dio, della prassi delle Chiese primitive e dei documenti che, dal Concilio ecumenico Vaticano II in poi, si sono prodotti su questo tema.

Senza avere la pretesa di dire cose nuove, mi pare utile sottolineare alcuni elementi dell’identità del diacono.

  • Di fronte ai doni di Dio non ci dobbiamo mai fare la domanda: a che cosa serve? quasi potessimo selezionare i doni più utili, ma dobbiamo accoglierli tutti, nella convinzione che il Signore sa quali siano più efficaci alla vita della Chiesa e del mondo, anche se a volte non appaiono i più efficienti. Il diaconato evidenzia la fisionomia di Cristo servo, accogliendo, incarnando e testimoniando a tutti che la forza e lo stile del servizio autentico vengono da Cristo. Il diacono non tanto o soprattutto per ciò che può fare, ma per ciò che è, rappresenta il richiamo alla centralità e alle modalità del servizio nella vita umana e cristiana. È il segno che la carità non avrà mai fine e che è la sostanza della vita. Quindi i diaconi sono questo segno per i vescovi, per i preti, per tutti i battezzati, per tutti gli uomini e lo fanno dall’interno del sacramento dell’ordine.
  • La formulazione che dice che il diacono è ordinato «per il ministero del vescovo», suggerisce l’immagine che il diacono è una delle due braccia dell’episcopato, accanto all’altra che è il presbitero, non in concorrenza o in sovrapposizione, ma dentro lo stesso sacramento dell’ordine. Il linguaggio dei gradi non deve scivolare nell’immagine dei gradini. L’idea che il diaconato è il terzo grado dell’ordine significa solo che, dal punto di vista dei poteri o compiti derivanti dall’ordine, il diacono ne assume alcuni che vengono poi eventualmente inglobati nel presbiterato e quelli del presbitero nell’episcopato. Sono tre cerchi concentrici dei quali il diaconato è il più stretto e l’episcopato il più largo. Il codice di diritto canonico pone il diaconato sullo stesso piano del presbiterato e dell’episcopato. Sono tre gradi che riposano ciascuno per la sua parte, su un’ordinazione, che è una consacrazione, e su una missione, per rappresentare sacramentalmente il Cristo. È per aiutare ciascun fedele a vivere il proprio sacerdozio comune che Cristo ha «inventato» anche i diaconi, oltre che i preti e i vescovi. Il compito del diacono è soprattutto riferito al servizio della carità. Con questo servizio dà il suo originale contributo alla vita dei credenti. E la Gaudium et spes diventa il documento più significativo per approfondire la vita e il ministero dei diaconi.
  • Va inoltre evitata l’idea che il diacono e il vescovo si relazionino attraverso il presbitero; il diacono, anche quando svolge il suo ministero in una comunità territoriale presieduta dal presbitero, è lì come inviato direttamente dal vescovo; è segno originale della premura del vescovo verso chi ha più bisogno.
  • Il servizio che svolge il diacono si delinea come un ministero della soglia, uno stimolo, una sveglia perché la Chiesa passi decisamente dalla pastorale della conservazione alla pastorale della missione. È un compito di snodo. È solo la carità che fa da ponte per traghettare le comunità cristiane dalla pastorale del restauro a quella dell’annuncio, proprio perché la carità è provocatoria e scomoda, ma imprescindibile se vogliamo seguire Cristo servo.

Si è quindi tutti d’accordo che occorre uscire da una sorta di declassamento del diacono quando è visto solo come un gradino di passaggio, un breve periodo di esperienza per poi diventare preti. Non esistono indicazioni di teologia sacramentaria che obbligano a ordinare prima diaconi coloro che saranno entro breve tempo ordinati presbiteri. È una tradizione che ha una sua buona esperienza pedagogica alle spalle, che è servita ad aiutare i futuri preti ad acquisire lo stile del servizio per il futuro compito presbiterale, ma oggi che esistono diaconi che vivranno questo ministero per tutta la vita, sembra molto utile puntare tutto solo su questo diaconato per farne emergere il valore teologico e pastorale in sé stesso, per definirne meglio i compiti e la collocazione nella vita della Chiesa, per esaltarne la tensione missionaria, per aiutarlo a uscire anche da alcune ingessature ecclesiastiche.

  • Oggi sembra che i motivi sacramentali ed ecclesiologici possano prevalere su quelli psicologici e pedagogici. Per arrivare a far risplendere di luce propria il diaconato e non di luce riflessa del presbitero occorre ben altro, ma questo aiuterebbe la comunità cristiana a focalizzare e a proporre con più decisione e larghezza la stessa vocazione diaconale. Ciò toglierebbe anche quel timore che il diaconato diventi una sorta di Cavallo di Troia per introdurre nel sacerdozio ministeriale esperienze su cui la Chiesa si è già pronunciata con chiarezza. Si tratterà di una gradualità ben studiata e progettata, maturata nei livelli di responsabilità competenti, entro una comunione ecclesiale veramente cattolica.
  • Un’altra scelta è di non irrigidire la figura del diacono entro schemi troppo stretti, perché proprio il servizio della carità ha bisogno di farsi interprete di tante nuove povertà e di delinearsi in modi diversificati sotto la guida dello Spirito, prima che di un codice. È ancora troppo giovane il diaconato ripristinato per potersi dire conclusa la ricerca, ed è ancora troppo liquida la società perché si possa codificare una risposta generosa a una vocazione che fa del servizio il suo punto qualificante. Ciò non significa che stiamo navigando a vista, ma che siamo coscienti che esistono veri nuovi percorsi che lo Spirito sta offrendo alla Chiesa del terzo millennio per inserivi figure che hanno come scopo del loro servizio ecclesiale la dimensione della carità verso gli ultimi.
  • Il diacono che si rifugia nel liturgismo è un tradimento di queste prospettive. Anche per lui l’eucaristia è culmen et fons, ma il diacono si deve preoccupare perché ci sia un cammino di avvicinamento al culmen e di partenza dalla fonte. È lo specialista dei due cammini, non della statica celebrativa. Proprio perché ha compiti nella celebrazione ha la capacità di portare il mondo alla Chiesa e la Chiesa al mondo. Quando i diaconi sono tentati di rifugiarsi nella liturgia debbono avere a mente che la loro specificità la trovano nella Guadium et spes.
  • Puntare su un servizio diaconale più estroverso. Lo vogliono i diaconi, ma spesso si entra nei ranghi troppo stretti di servizi di conservazione, soprattutto quando il diacono è chiamato a riempire la mancanza del prete e non viene collocato entro una progettualità più ampia. Da alcune esperienze ascoltate si coglie che il diacono può per natura sua essere più disponibile al territorio, anche se mantiene un contatto di appartenenza a una comunità cristiana concreta. Proprio la forma laicale di vita che conduce e l’appartenenza alla concretezza di una vita di coppia e di famiglia in cui vive gli può permettere di fare da ponte, di trascinare tutta la comunità verso la gente, i problemi veri, le domande inespresse e inscrivere nella vita l’esperienza credente.
  • La formazione. Siamo tutti convinti che la formazione dei diaconi non si identifica con la formazione dei presbiteri, ed è rivolta a soggetti che hanno storie di vita diverse da quelle dei seminaristi. La maggioranza di essi è sposata, vive di un suo lavoro e di una professionalità già avviata e da continuare e migliorare. La metodologia deve essere per lo meno diversa, più legata alla vita, più interagente, più distribuita su tirocini seguiti da tutor. Un certo coinvolgimento delle famiglie è necessario. Soprattutto però oltre al metodo occorre prevedere anche la preparazione a una sorta di professionalità diversa, che giustamente si chiama ministero diaconale. Il diacono non è un operatore in proprio della carità, ma uno che offre una figura spirituale di servitore e di imitatore di Cristo servo. Per questo la dimensione spirituale della sua preparazione è sempre da approfondire. È colui che stana dalla comunità tutte le energie possibili da orientare al servizio e le mette in condizione di convertirsi alla carità di Cristo e di mettersi al servizio degli ultimi. Ricostruisce il tessuto della comunità, fa dialogare, sta sulla soglia, apre la Chiesa al territorio; non risolve i problemi, ma aiuta le persone a risolverli con la propria creatività. Molte diocesi non possono essere autosufficienti per la formazione dei diaconi ed è necessario mettersi assieme, scambiare esperienze, togliere il diaconato dal genericismo di interventi occasionali.
  • La famiglia. È chiamata ad essere testimone di vita cristiana insieme con il marito e padre diacono e non a prescindere dal suo ministero. Essa va coinvolta ancora al momento della preparazione e in seguito del servizio. Anche per una corretta vita coniugale, è necessario stabilire convenzioni tra parrocchia e diaconi per un minimo di compenso, che fa giustizia e offre dignità del lavoro svolto. Nessuno è una pedina da spostare per l’efficienza dell’organizzazione, tanto meno quando gli spostamenti coinvolgono oltre che la persona la famiglia.
  • Le unità pastorali. Da quasi trent’anni il COP ha dato inizio alla sua riflessione sulle unità pastorali. Ne abbiamo cominciato a valutare l’esperienza, a trovare criteri pastorali per definirla meglio e per orientarla. Abbiamo fin da subito capito che avrebbero avuto futuro positivo nella vita della Chiesa se non si fossero ridotte a essere una concentrazione di servizi ecclesiastici, ma lo spazio per ridefinire la ricchezza di tutti i soggetti della Chiesa. Abbiamo riflettuto sui presbiteri, sui laici, sui religiosi e le religiose, sulle aggregazioni ecclesiali, sulla figura del vescovo e il suo modo di governare la Chiesa.

E abbiamo anche riflettuto sui diaconi, che, come fu all’inizio per i preti, rischiano nelle unità pastorali di fare da tappabuchi, di essere usati solo per l’efficienza, di essere piegati a un’organizzazione e non a una comunione per la missione. Per questo ne va prima valorizzato il dono che essi sono per la Chiesa, prima del ruolo possono assumere. Non sono pochi i diaconi che oggi sono impegnati nelle unità pastorali, ma è importante che in esse non siano visti come preti a metà, o come un buon sostituto, ma come coloro che, proprio perché sbilanciati verso il territorio, animano l’unità pastorale per far riscoprire a tutti il loro posto, esprimono il loro ministero di frontiera che porta la Parola di Dio e la carità là dove la gente vive, per aiutare a dare un senso alla vita, far arrivare la carità di Cristo ai più deboli. È il diacono che s’impegna a fare esperienza di preghiera e a introdurre alla celebrazione dell’eucaristia. Non sarà un assistente sociale, ma colui che non può non chinarsi a servire tutto l’uomo senza separazioni artificiali.

* presidente del COP

 * Tratto da Orientamenti Pastorali 6(2026). EDB. Tutti i diritti riservati

[1] L’identikit che emerge è che il diaconato italiano ha una età media di 59 anni, è per metà fatto da pensionati, è sposato, con una media di due figli. È costituito per lo più da diplomati e laureati, impiegati, insegnanti, professionisti. Provengono in genere dalla vita parrocchiale o di associazione e movimento