suor Carmela Busia* – suor Francesca Tamborrino**
– C’è una realtà profetica nella periferia di Torino dove si prova a condividere la vita come Salesiani di don Bosco (SDB) e Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA): è l’oratorio Michele Rua. Nel territorio da più di un secolo sono presenti le due anime del carisma salesiano, ma solo nel 2023, anche a fronte delle richieste della gente e dei giovani, si è iniziata l’esperienza della condivisione della vita consacrata nella stessa struttura che si affaccia sullo stesso cortile. Pur mantenendo la specificità propria di ciascuna comunità, abbiamo il dono di condividere insieme i pasti, la preghiera e la missione!
Questo testo nasce dall’esperienza e dalla riflessione di due Figlie di Maria Ausiliatrice inserite nell’opera salesiana del Michele Rua, nel quartiere Barriera di Milano a Torino. È questa un’opera che vede la presenza di due comunità religiose: una maschile (i Salesiani di don Bosco) e una femminile (le Figlie di Maria Ausialitrice) e che sulla scia dei santi fondatori, don Bosco e Madre Mazzarello, condividono insieme a tanti laici la passione per i giovani. È un testo discorsivo e narrativo che riporta, oltre a riflessioni generali, anche riferimenti puntuali a fatti di vita e a testimonianze personali. Il sostegno che la vita consacrata può dare agli oratori parte dalla possibilità di annunciare con la vita quanto afferma san Giovanni nella sua lettera: «Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto».[i]
- Suora! Oltre lo stereotipo di un’accezione negativa
Partiamo così, con questa parola che risuona nel cortile e che va oltre lo «stereotipo» di un’accezione negativa per riscoprire la carica di affetto e di senso. Spesso gli adulti che sentono i ragazzi pronunciare questa parola in oratorio credono che sia un loro modo poco rispettoso di rivolgersi a una religiosa. Per chi è consacrata e vive il quotidiano gomito a gomito con loro, invece, è una parola carica di affetto. Dentro quel «suora!» c’è il grido di ragazzi e giovani che vedono in quel volto femminile una mamma, sorella, amica, compagna; e c’è uno sguardo che per tanti, restituisce alla vita, perché in quella relazione si sentono a casa, amati. I ragazzi sono carichi di domande e curiosità circa la vita di un consacrato: «Ma tu, vivi qui? Cosa fate tutto il giorno? Quanto guadagni al mese? Davvero non potete sposarvi e avere figli? Ma tu vai vestita così anche a fare la spesa? Puoi uscire? Come fai a credere in Dio? La tua vita non è inutile?». La nostra scelta di vita rimane anche oggi un forte interrogativo o, come avrebbe detto Madeleine Delbrêl, «sappiamo che per mezzo di Te noi siamo diventati la cerniera di carne, la cerniera di grazia verso il Padre di ogni vita».[ii] I ragazzi mettono a nudo, sanno cogliere, intuire la verità della tua vita e sono loro che ti ricordano chi sei e per chi sei! Come è capitato poco tempo fa con M., 17 anni, che durante una conversazione sulla ricchezza mi ha detto: «Taci tu che sei ricca solo d’amore!». O come quando i ragazzi più tamarri del cortile delle superiori, alla fine di una giornata in oratorio, ti chiedono di accompagnarli a casa «per poter stare ancora un po’ insieme». Risuonano le parole di Gesù: «per loro io consacro me stesso!» (Gv 17,19); e allora quel grido, «suora!», diventa per noi una continua chiamata alla santità, un continuo ritorno a Dio! Una suora in cortile diventa perciò un appello all’indicazione che il Signore consegna nella sua Parola: «Date loro voi stessi da mangiare!» (Mt 14,16) e rende possibile l’applicazione di uno dei criteri della pastorale giovanile, il dono di sé.
Il darsi di Dio a noi deve corrispondere al nostro pieno e totale darci a Dio e ai fratelli.
«La donazione rende conto della qualità della presenza in cortile, che non è da pensarsi nella logica dell’intrattenimento, ma di una testimonianza credibile capace di autentica perdita di sé a favore dell’altro».[iii]
- La vita consacrata sostiene gli oratori o viceversa? Sono vere entrambe le affermazioni: non l’una senza l’altra.
Chi entra in oratorio cerca qualcuno da cui essere visto. Certo, cerca prima di tutto un pallone, una racchetta da ping-pong, ma niente può sostituire la forza di uno sguardo. «Chi sono se nessuno mi guarda?». Per un po’ di tempo, in una delle strade di Torino, è rimasta questa scritta prima di essere coperta a causa di lavori stradali. È una domanda che sfida potentemente tutta la società, la Chiesa e quanti con passione hanno a cuore il bene e l’educazione dei giovani. L’esperienza fondamentale della vita consacrata è quella di uno sguardo ricevuto senza meriti ed è per questo motivo che può essere la risposta vera alla domanda presente nel cuore di ogni ragazzo che entra nel cortile dell’oratorio. Significativa è l’esperienza di don Claudio Burgio che sintetizza il suo libro «Non esistono ragazzi cattivi» in questa affermazione: «I ragazzi – da sempre, ma oggi in modo particolare – hanno bisogno di essere visti. Molte delle loro condotte a rischio o devianti non sono altro che richieste di aiuto. A volte il male che fanno è un modo per farsi notare». Ecco allora che la presenza della vita consacrata negli oratori offre ai ragazzi ciò di cui ha fatto esperienza: la gratuità di un amore ricevuto che diventa perciò un amore donato, «sprecato». «La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento»[iv], scrisse papa Francesco. Lo specifico della vita consacrata infatti è il perdere la propria vita. La nostra presenza in oratorio sconvolge proprio perché «siamo nel mondo, ma non del mondo» (Gv 17,11-16) perché la nostra vita dice radicalità con un pizzico di follia, la follia dell’amore. Il nostro esserci dice ai giovani, agli adulti, ai bambini che la loro vita è degna di essere vissuta fino all’ultimo respiro, fino al punto che qualcuno decide di donare la propria vita per loro, perché il Signore ha promesso «Vita in abbondanza» (Gv 10,10). In quanto educatori siamo chiamati, come ci insegnava don Bosco, ad accogliere ogni ragazzo sapendo che ha un punto accessibile al bene,[v] per accompagnarlo a crescere integralmente. Non possiamo quindi accontentarci solo di educare il fisico con il gioco, o la mente con il doposcuola, o l’anima con la preghiera, ma tutte queste dimensioni devono essere vissute e curate perché il giovane cresca armonicamente. Quindi, come il Signore ha donato la sua vita per ciascuno di noi, così un consacrato richiama con la propria scelta questa promessa di bene e la meta verso cui siamo chiamati: il Paradiso.
Se è vero tutto quello che abbiamo scritto, è da richiamare l’esperienza del Signore Gesù che ha potuto darsi, perdersi, consumarsi solo nell’amore del Padre, nel suo completo abbandono. Come diceva Chiara Corbella, la cosa più importante nella vita è «amare e lasciarsi amare».[vi] L’oratorio per la vita consacrata diventa esperienza del lasciarsi amare.
È il caso di R. che, per la sua storia familiare, non aspetteresti mai che ti dica: «Suora, ti vorrò per sempre bene!». Oppure di M., un diciottenne tamarro, carrozziere, tatuato, che ti chiede di non andartene mai dall’oratorio «perché in fondo tu sei l’unica con cui parlo davvero»! O ancora, quando vedi vite ripartire, ragazzi tornare a sorridere, sognare, desiderare, senza aver paura di sporcarsi le mani per raggiungere i loro obiettivi. In queste occasioni, si tocca con mano la Grazia, la Provvidenza di Dio che accompagna nel cammino; si sperimenta il profumo del Paradiso. Anche le sfide educative e gli insuccessi possono sostenere la vita consacrata se si imparano a viverli con il Signore. È il caso di alcuni ragazzi del cortile poco rispettosi degli adulti, prepotenti con i più piccoli; ragazzi buoni, ma capricciosi, con poche risorse emotive e cognitive. Rimanere in relazione con loro è stato sfidante: siamo arrivati a convocare le famiglie e a stipulare un patto educativo per la preoccupazione che nutrivamo per loro. A distanza di un anno possiamo dire che ciò che abbiamo vissuto insieme forse non ha portato i frutti che speravamo, o solo in minima parte. Anche questo ci ricorda che solo il Signore ha la chiave dei nostri cuori, ma non forza mai la nostra libertà; ci insegna ad amare come Gesù, senza fare affidamento sulle nostre forze d’amore perché siamo poveri e solo l’amore di Cristo può portare ad amare i nemici, cioè le persone con cui facciamo più fatica.
3. Parole incomprensibili: castità, povertà, obbedienza. L’attualità di queste parole nella vita del cortile
- Castità: non sei mio. Un amore che non lega
- Povertà: c’è spazio per te. Ti do quello che sono
- Obbedienza: sono qui per te. Accogliere la realtà com’è
Possiamo immaginare il nostro mondo come il grande deserto del Sahara. La vita consacrata è come le oasi, dà la possibilità di guardare da un’altra prospettiva e di avere così sete di vita vera. Il documento Vita Consacrata, al numero 87, definisce i consigli evangelici come una «terapia spirituale» per l’umanità, perché rendono in qualche modo visibile il Dio vivente.
La castità conosciuta e abbracciata come la potenza dell’amore di Dio nella nostra vita, di fronte alla cultura edonistica imperante, che riduce l’amore all’istinto, al possesso, all’assenza di legami, può ricordare la forza e la verità dell’amore. «Il voto di castità della vita consacrata testimonia come in Cristo sia possibile amare Dio con tutto il cuore, ponendolo al di sopra di ogni altro amore, e amare così, con la libertà di Dio, ogni creatura».[vii] I ragazzi che vediamo in cortile pensano all’amore nella logica «usa e getta»: le ragazze fanno le sfilate nel campo da calcio per farsi notare e i maschi le attirano illudendole. Talvolta assistiamo a litigi che non hanno una profonda motivazione, ma che sono sufficienti per far terminare amicizie anche di lunga data. La vita consacrata, invece, prova a scardinare questo modo di intendere l’amore facendo sempre il primo passo per conoscere tutti i ragazzi che arrivano; essere mediatori di pace, riconciliazione, bontà durante i litigi; provare a non reagire come alcuni adulti con poche risorse educative, anche davanti ai loro sbagli.
L’obbedienza accolta come la certezza di avere un Padre che si prende cura dei propri figli contrasta l’uso distorto della propria libertà intesa come l’essere liberi da tutto. L’obbedienza invece può ricordare la forza e la verità della libertà facendo esperienza della pienezza della vita solamente nel servizio, nel prendersi cura dell’altro proprio come Gesù ha fatto. È facile incontrare in cortile ragazzi che «bastano a sé stessi», che, in modo sfidante, si presentano come in grado di cavarsela da soli, molto spesso perché delusi da figure educative familiari a volte assenti. La vita consacrata può perciò raccontare nel concreto cosa voglia dire non tanto essere liberi di far tutto ciò che si vuole, ma di essere liberi per far tutto ciò che l’amore e il bene degli altri richiede. È camminare con i ragazzi per tornare a essere figli!
E infine la povertà, intesa come possibilità di testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano di fronte a un materialismo avido di possesso, disattento verso le esigenze e le sofferenze dei più deboli. La povertà può aiutare a riflettere sulla forza e la verità della propria debolezza. La fatica più grande dei giovani che si incrociano in oratorio è quella di accogliere la propria storia con le possibili ferite e di mostrarsi perciò agli altri senza maschere.
- Alle 17.30 tutto si ferma
Nella tradizione degli oratori salesiani c’è un momento nel pomeriggio in cui tutto si ferma: è la preghiera delle 17.30. È sicuramente una sfida di oggi fermare un numero imprecisato di ragazzi di diversa provenienza geografica e diversa religione, per poter ascoltare insieme una buona parola e affidare tutto nella preghiera. A seconda delle usanze dell’oratorio si alternano le voci degli educatori insieme a quelle dei religiosi. Si può partire da un fatto concreto di cronaca, da una festa liturgica o legata alla famiglia religiosa o da una festa laica, da un’esperienza personale, dal richiamare alcune buone prassi del posto o dal Vangelo stesso. Il tempo della preghiera è l’occasione per guardarsi in faccia, per riconoscersi figli e fratelli, per sapersi parte di una comunità che fa spazio a tutti! Nel nostro contesto di periferia a prevalenza musulmana e ortodossa, perché pregare il Dio di Gesù Cristo? Per ricordare a noi adulti il senso del tempo condiviso con i ragazzi che non può fermarsi alla dimensione orizzontale della vita; per insegnare ai ragazzi – come già accennato precedentemente –, che la persona, qualunque sia il credo che professi, non è solo corpo o mente, ma anche cuore, anima; per poterli raggiungere con un saluto e una buona parola; perché abbiano la possibilità di conoscere il Salvatore.
- L’ eredità di don Bosco: una passione per le anime, la sua passione, la sua creatività, il metodo, lo stile
«Dammi le anime e toglimi tutto il resto»[viii]. Questa l’insegna che don Bosco aveva in camera e che attirò l’attenzione di Domenico Savio. Il giovane intuì che in oratorio si faceva «commercio di anime», ma non di certo per una scritta appesa a un muro. Era la persona stessa di don Bosco a dire con la sua vita che sarebbe stato disposto a tutto, «persino a strisciare la lingua fino a Superga», pur di salvare un’anima. Il Santo dei giovani sapeva attirarli guardando ai loro bisogni primari: una casa in cui sentirsi accolti, un cortile in cui giocare con gli amici, una scuola per imparare a vivere o un lavoro per potersi mantenere, e una Chiesa per conoscere il Dio della vita. Sicuramente il buon Dio ha donato a don Bosco un cuore grande come le arene del mare e doni soprannaturali. Era consapevole che nessuno amava i ragazzi come lui, con la sua dolcezza e fermezza. Ogni fibra del suo essere era per loro, al punto che tutti i ragazzi si sentivano i suoi preferiti! «Non ebbe a cuore altro che le anime»[ix]: chi l’ha visto sul letto di morte testimonia di un uomo consumato per amore. Tra i tanti segreti educativi, nell’eredità che raccogliamo di questo Padre dei giovani, ricordiamo in particolare la parola all’orecchio. Una parola, cioè, detta al momento giusto, nel modo giusto, meglio se personalmente, a bassa voce, nell’informalità del cortile. Questa parola all’orecchio è capace di grandi trasformazioni: «Come stai? E di anima, come stai?»; «Pensa a Dio e sarai più buono e contento». Chi tra noi adulti ha sperimentato nella sua vita di ragazzo questa parola all’orecchio, conosce veramente la potenza affettiva di una parola trasformante. Era il 2017, in missione in Romania. Ero fidanzata, ma vivevo una forte inquietudine interiore stando con i ragazzi, soprattutto i più poveri. Avevo grandi domande, anche su Dio. Il giorno prima di tornare a casa, in cappellina, raccolta in preghiera, il salesiano che ci accompagnava mi disse «Per stare in piedi davanti al mondo bisogna stare in ginocchio davanti a Dio». Solo dopo tempo scoprii che era una frase di don Oreste Benzi, un altro santo, dedito ai più poveri della strada!
Anche a distanza di dieci anni quelle parole non mi hanno mai lasciata in pace: sono diventate costante strumento di verifica e, soprattutto negli anni, nelle diverse situazioni incontrate, hanno assunto una verità tutta speciale!
- Vita consacrata maschile e femminile insieme
La vita consacrata femminile, all’interno del carisma salesiano, è chiamata a manifestare l’amore materno e la sollecitudine di Maria. Don Bosco ha iniziato a interrogarsi sulla vita religiosa femminile al momento della morte di sua mamma, Margherita, che lo aiutava nelle faccende di casa e nella cura dei ragazzi. Il femminile in oratorio, soprattutto in un quartiere sfidante come quello di Barriera di Milano, chiede continuamente di custodire, di portare dentro le vite che ci vengono consegnate. Siamo chiamate a far fiorire la nostra consacrazione come madri e ad essere, anche per la comunità salesiana, delle sorelle. La nostra presenza di Figlie di Maria Ausiliatrice all’interno dell’opera ha la possibilità di raggiungere più facilmente la sensibilità delle ragazze e di accorgerci, come ha fatto Maria, quando manca il «vino buono». II nostro essere pensate da don Bosco fin dall’inizio come «monumento vivo di gratitudine a Maria Ausiliatrice» ci chiama ad essere presenza di pace per camminare insieme e per aiutarci a riconoscere la voce e il volto del Signore della vita. I salesiani, invece, sono chiamati a essere il volto di don Bosco che condivide il quotidiano e accompagna con forza e dolcezza verso Dio. Loro sono gli argini, il limite, il confine necessari per dare forma alla bellezza. Anche per la vita consacrata femminile sono mediazione di don Bosco e chiamati a custodire la nostra vocazione. Scegliere pastoralmente di vivere e lavorare insieme significa garantire ai ragazzi, alle famiglie, agli anziani, il calore di una casa in cui il maschile e il femminile sono tutelati. Anche per la vocazione di consacrati questo tipo di condivisione è profetico in quanto custodisce reciprocamente l’unicità della propria chiamata.
- Diverse vocazioni per il bene dei giovani
«Lo sguardo attento di chi è stato chiamato a essere padre, pastore e guida dei giovani consiste nell’individuare la piccola fiamma che continua ad ardere, la canna che sembra spezzarsi ma non si è ancora rotta. È questa la capacità di individuare percorsi dove altri vedono solo muri, è il saper riconoscere possibilità dove altri vedono solo pericoli. Così è lo sguardo di Dio Padre, capace di valorizzare e alimentare i germi di bene seminati nel cuore dei giovani. Il cuore di ogni giovane deve pertanto essere considerato “terra sacra”, portatore di semi di vita divina e davanti al quale dobbiamo “toglierci i sandali” per poterci avvicinare e approfondire il mistero.[x] Come direbbe don Bosco, è necessario coltivare «i naturali», cioè quelle propensioni della persona attraverso cui è possibile ascoltare la chiamata di Dio e attraverso cui la sua voce si fa più chiara anche per altri. Ecco perché quando si educa è importante non essere soli. I nostri ragazzi, la società, il mondo ci chiede comunione, unità, umanità! Ecco perché negli ultimi tempi del magistero di papa Francesco la parola sinodalità riecheggiava in modo speciale, persino insistente. Siamo tutti chiamati ad una conversione per tornare a essere chi siamo in quanto trinitari, cioè relazione. Quindi, è bene che a prendersi cura di un giovane che cresce ci sia tutta una comunità, nella varietà dei suoi carismi: consacrati, famiglie, giovani, adulti, laici nonni, uomini e donne in cammino e in ricerca, che si pongono accanto al ragazzo, e non davanti! Questa in fondo è l’esperienza che, in quanto esseri umani, viviamo fin dalla nascita: una mamma e un papà che si prendono cura del figlio, ben consapevoli che senza i nonni, gli zii, gli amici non resisterebbero! Così è anche la Chiesa!
* direttrice della comunità FMA del Michele Rua e coordinatrice della pastorale giovanile diocesi di Torino
** juniores fma
Tratto da Orientamenti Pastorali 9(2026). EDB. Tutti i diritti riservati
[i] Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 1.
[ii] M. Delbrêl, Il piccolo monaco, Gribaudi, Torino 1990, cit. da Liturgia laica.
[iii] S. Rossano, Evangelizzazione e educazione dei giovani, p. 202
[iv] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 223.
[v] G. Bosco, Memorie Biografiche di san Giovanni Bosco, Vol. V, p. 367.
[vi] C. Corbella Petrillo, Lettera al figlio Francesco.
[vii] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita consecrata (25 marzo 1996), n. 88.
[viii] G. Lemoyne, Memorie biografiche di don Giovanni Bosco, vol. V, p. 478.
[ix] Ivi, vol. XI, p. 45.
[x] Francesco, Esortazione apostolica Christus vivit (25 marzo 2019), n. 67.