Elena Marta * 

– Il conflitto è un’esperienza ineliminabile nella vita individuale e sociale. Nessuno può dire di non aver mai incontrato il conflitto: esso entra in tutti gli ambiti dell’avventura umana. Fino alla metà del secolo scorso, il conflitto veniva connotato in maniera negativa e lo sforzo profuso da numerosi studiosi e operatori era indirizzato all’eliminazione del conflitto e alla costruzione di contesti caratterizzati dalla presenza di consenso e armonia. Nell’universo armonico desiderato, i legami sociali e i luoghi in cui essi venivano costruiti, dovevano essere tessuti all’insegna dell’equilibrio e dell’accordo: il conflitto era sempre considerato come un costrutto individuale, esito di uno squilibrio, segno di un’anomalia o, peggio ancora, di una patologia e pertanto da reprimere o da allontanare. In questo modo i conflitti intrapersonali, interpersonali, inter-gruppali non venivano affrontati e gestiti, ma valutati negativamente – e così venivano valutati anche coloro che in qualche modo li sollevavano – nascosti «sotto il tappeto» come la polvere, finché non esplodevano in atti violenti o davano luogo a situazioni non più gestibili e alla rottura di relazioni difficilmente recuperabili. Dalla fine degli anni Sessanta in poi, invece, si è diffusa una rivalutazione del conflitto: pur non negando l’importanza della costruzione di consenso e armonia, le nuove teorie sul tema nate in quegli anni vedevano il problema non tanto nell’insorgenza del conflitto, quanto in un’incapacità di trattarlo. In queste riflessioni il conflitto viene considerato come un processo relazionale e motore di cambiamento personale e sociale: affrontando le tensioni interne, le persone e i gruppi crescono, maturano, hanno la possibilità di vedere il mondo e le relazioni da un altro punto di vista. Le divergenze promuovo lo sviluppo di nuove forme di pensiero e di azione, consentono di ridefinire legami e l’ampliamento della rete dei legami.

La rivalutazione del conflitto vede quest’ultimo come elemento essenziale per la composizione della trama strutturante della dinamica sociale; tale approccio, tuttavia, non nasconde gli aspetti negativi delle dinamiche conflittuali, né cela la quota di sofferenza che esso porta con sé. Un conflitto – se ben gestito – è sempre agente di mutamento, promuove le relazioni e le rinforza, ma anche in questo caso può altresì indebolirle e portare con sé sempre anche difficoltà, timore, dolore. Ci sono stati anni in cui i teorici del conflitto distinguevano tra conflitto costruttivo e conflitto distruttivo. Se è vero che un conflitto mal gestito diviene certamente distruttivo e porta con sé dolore e sofferenza, non dobbiamo dimenticare che anche il conflitto bene gestito, che aiuta a crescere e cambiare, porta con sé un’inevitabile quota di disagio e dispiacere.

Conflitto e riconoscimento

Come sostiene Moscovici,[1] il vero incontro con le altre persone presuppone l’incontro con l’Alterità, il diverso da sé, il che comporta inevitabilmente, strutturalmente e proficuamente il sorgere di conflitti. Viceversa, laddove l’incontro non avviene con l’Altro autentico ma con la sua reificazione, non si verifica alcun conflitto perché, in realtà, non avviene alcun incontro, non si verifica alcun confronto, non si costruisce alcun legame. Questo vale per le persone come per i gruppi. Dal momento in cui due persone interagiscono si presentano l’uno all’altro nelle loro differenze. Sembra poco probabile, per non dire impossibile, che i loro pensieri, desideri, gusti, interessi e progetti personali coincidano in toto. Ciascuna persona è portatrice di desideri e di sogni unici e ha in sé anche l’auspicio che i suoi desideri vengano riconosciuti e accolti dagli altri. Il conflitto comporta sempre dei rischi: se una situazione di conflitto implica sempre necessariamente un certo riconoscimento dell’altro (bisogna essere in due per confliggere) e l’accettazione di un minimo di regole comuni (conflitto civilizzato), ogni conflitto contiene e mantiene anche una parte irriducibile e radicale che tende all’annullamento o all’annientamento dell’altro (odio, desiderio di morte, egoismo).[2]

Si tratta però di riconoscere ciò che il conflitto è, ossia di accettarne l’ambivalenza: esso si configura come esperienza positiva in quanto motore di crescita e cambiamento, ma anche come esperienza negativa in quanto portatrice di dolore e di sentimenti mortiferi. I conflitti indicano che le persone sono insoddisfatte della propria vita e/o delle relazioni che vivono. A livello personale, molte persone oggi vivono il conflitto tra un’istanza narcisista e individualista e una spinta verso gli altri, per costruire relazioni significative e solidali. La cifra del vivere contemporaneo sembra essere la paura diffusa tra le persone, l’insoddisfazione permanente, la domanda di sicurezza che nasce dalla percezione di solitudine che molti sperimentano. L’alternativa a questo individualismo sembra essere la costruzione di legami sociali strumentali, all’insegna dell’interesse, dello scambio di natura mercantile che porta alla distruzione capillare e radicale del legame sociale, del vivere-con.

La tensione lacerante che deriva dal vivere in una cultura individualista e dalla necessità di stringere e vivere relazioni significative, le uniche in grado di dare un senso del vivere, generano un conflitto interiore nelle persone ma anche un conflitto tra le persone. Questo a sua volta genera una drastica riduzione dello spazio dell’incontro con l’altro, che viene spesso percepito come una minaccia da cui difendersi – e quindi da espellere rapidamente dal proprio spazio di vita – o qualcuno di cui appropriarsi e omologare a sé per evitare di divenire, a propria volta, oggetto di una strategia fagica e fagocitante. Questa situazione ha risvolti sia sul piano personale sia sul piano sociale. Dal punto di vista personale, la centratura su di sé, sui propri bisogni e la necessità di esser iper-performante rendono difficile accettare le sfide del vivere e soprattutto i propri limiti, perché questo significherebbe accettare la propria fragilità in una società in cui ammettere la propria vulnerabilità non è possibile e genera un senso di vergogna insopportabile. Dal punto di vista sociale gli esiti sono due: una difficoltà a valorizzare e accettare il conflitto come agente di cambiamento in nome dell’armonia – come succede nelle famiglie con adolescenti e giovani adulti – oppure una esasperazione degli elementi divergenti che si trasformano in aggressività fisica e/o verbale.

In riferimento al primo caso, è orami noto che nelle famiglie italiane con adolescenti e giovani adulti il conflitto sia quasi del tutto scomparso: le relazioni familiari in questa fase della vita, un tempo contrassegnata da un inevitabile conflitto determinato dal desiderio dei figli di individuarsi e differenziarsi e dalla necessità per i genitori di regolare le distanze intergenerazionali e far rispettare le regole, si sviluppano ora all’insegna del supporto e della comunicazione. Sicuramente la presenza di supporto e comunicazione nelle famiglie è molto importante e necessaria; il problema cui oggi assistiamo è lo sbilanciamento sul registro affettivo a discapito di quello etico. Non va dimenticato che la relazione genitori/figli è di tipo gerarchico: tocca alle generazioni precedenti rispondere, assumendosi i relativi rischi, delle condizioni materiali, morali e psichiche in cui sono messe le successive, almeno finché le successive saranno in grado di rispondere di sé. Oggi è invece molto diffusa la figura del genitore-amico, contento di avere una buona relazione con il proprio figlio, per mantenere la quale è disposto a rinunciare ad assumersi la responsabilità di educare e quindi di offrire un orientamento etico.[3] Ne è prova l’incertezza dei genitori ma anche degli educatori in genere quando si tratta di stabilire un confine tra bene e male, quando si tratta di prendere decisioni sul dare limiti e regole. Ciò che è in gioco, al di là della comprensibile difficoltà dei genitori di trovare, in un modo così confuso, soluzioni e comportamenti appropriati per ogni singolo figlio, è l’idea stessa di una direzione della crescita. In assenza di un orientamento etico, di un modello con cui fare i conti non esistono motivi per confliggere. Non potendo sperimentare la possibilità di un conflitto – sia perché non se ne riscontrano le ragioni sia perché le generazioni adulte ne sono spaventate – adolescenti e giovani crescono senza aver sviluppato la capacità di confliggere in termini di valorizzazione delle differenze, confronto che decentra dal Sé per cogliere la prospettiva di un Altro. Così succede che dinnanzi a una situazione potenzialmente conflittuale adolescenti e giovani o se ne ritraggono, o si spaventano perché temono di esserne annientati, o reagiscono in maniera aggressiva e violenta.

D’altro canto, anche nella relazione di coppia oggi la diversità dell’altro è sottovalutata, all’altro vengono attribuite enfaticamente caratteristiche tutte positive. La fase di innamoramento, a volte molto passionale e erotica, introduce all’incontro. Essa, nella dinamica del legame, è destinata però ad affrontare il fenomeno della delusione, cioè della caduta degli aspetti illusori attribuiti all’altro. La delusione è particolarmente acuta oggi perché, nella nostra cultura, il rapporto di coppia viene investito di alte quanto irrealistiche aspettative: dall’altro ci si aspetta comprensione e sintonia su tutti gli aspetti della vita. La caduta degli aspetti illusori è un grande momento di verità della relazione: apre alla possibilità che nasca il legame in senso pieno e maturo, come cioè ciò che lega, tiene insieme differenze oltre che somiglianze.

In questo passaggio dall’innamoramento all’amore la coppia sperimenta colpa e aggressività verso l’altro che non è all’altezza delle proprie immaginate aspettative. La coppia, a questo punto, è a un bivio: deve scegliere il legame a un altro livello, oppure può non riconoscerlo e abbandonarlo.

Per ri-scegliere effettivamente e non formalmente il legame occorre avere il coraggio di percorrere un lungo viaggio di conoscenza e di comprensione di sé e dell’altro, di tanti aspetti sconosciuti (nostri e altrui) che possono sorprenderci e sconcertarci. Occorre avere il coraggio di avventurarsi in processi di perdono di sé e dell’altro e potersi così riconciliare.[4] È importante che entrambi i coniugi o almeno uno dei due sia disponibile a quel lavoro psichico di comprensione che riesce a far emergere gli aspetti costruttivi e positivi della relazione, pur entro la consapevolezza realistica delle proprie e altrui debolezze, mancanze ed errori. Si può riuscire in questo se si dà valore al legame, se si riconosce che il legame merita impegno, dedizione, cura e persino sacrificio. In questi casi gli errori e i difetti altrui non vengono amplificati, si riesce a riflettere sui propri comportamenti e si tenta di modificarli.

C’è possibilità di riconciliazione e di perdono solo attraverso un effettivo riconoscimento, sia dal punto di vista cognitivo, ossia scoprendo nuovi aspetti dell’altro, sia dal punto di vista affettivo, impegnandosi in un processo di apertura verso l’altro che può dar luogo alla gratitudine, alla sorpresa, alla riconoscenza. Conoscere di nuovo l’altro significa vederlo nella sua unicità, con i suoi limiti e i suoi pregi, implica rivisitare e comprendere la sua storia come non estranea come anche rivisitare la propria e farne una nuova e più matura conoscenza.

Conflitto, fiducia e impegno etico

Gli aspetti positivi del conflitto non possono farci dimenticare che la sua insorgenza è legata al venire meno della fiducia, il collante delle nostre società. Denise Rousseau e i suoi collaboratori hanno definito la fiducia come «uno stato psicologico caratterizzato da aspettative positive nei confronti delle intenzioni e dei comportamenti di un altro, e in virtù di esse include la propria intenzione di accettare di essere vulnerabile».[5] Quest’ultima caratteristica di apertura rischiosa è inerente alla condizione di incertezza e di scommessa nei confronti dell’altro, delle sue intenzioni (benevole o meno) nei miei confronti, ed è tanto più rilevante quanto più si è in situazioni di interdipendenza. Come far fronte alle situazioni conflittuali? I conflitti non si risolvono con l’evitamento della situazione o con la fuga. Gestire i conflitti significa porre in atto un investimento, anche di natura etica, nelle relazioni; sviluppare atteggiamenti e comportamenti cooperativi volti a mettere in salvo in legame che sta per essere messo alla prova da tensioni e criticità. Affrontare il conflitto significa riconoscere il valore della differenza, intesa come capacità di considerare gli altri, noti o estranei – persone, gruppi, organizzazioni – come risorsa umana e relazionale.

* professore ordinario di psicologa sociale e di comunità presso la Facoltà di psicologia – Università Cattolica del Sacro Cuore, e membro dell’Osservatorio giovani – Istituto Toniolo

[1] Cf. S. Moscovici, Psychologie des minorités actives, PUF, Paris 1979.

[2] Cf. J.N.G. de Arújo – T.C. Carreitero, «Il conflitto», in J. Barus-Michel – E. Enriquez, – A. Levy (a cura di), Dizionario di psicosociologia, Cortina, Milano 2002.

[3] Cf. E. Marta, Le sfide della famiglia nella società contemporanea. Relazione all’istituto Piamarta, Milano 2002.

[4] Cf. E. Scabini, Incrementare «il famigliare»: il compito perenne della famiglia in un mondo che cambia. Relazione tenuta al Convegno del Forum delle famiglie italiane, 2001.

[5] D.M. Rousseau – S.B. Sitkin – R.S. Burt – C. Camerer, Not so different after all: a cross-discipline view of trust, Academy of Management Review, 23(1998)3, 393-404.