Pier Giuseppe Accornero *

– Il 4 ottobre 2026 sarà l’800° del «transito» di Francesco d’Assisi, il santo forse più grande e il più amato degli italiani. Coinciderà con la XXVII domenica del tempo ordinario. Persino Benito Mussolini cercò di accreditarsi come erede di Francesco, sfruttando il 1926, settimo centenario della morte, per costruire un’analogia tra sé e il Poverello. L’opuscolo «San Francesco e Mussolini» – commissionato dal mantovano Franco Paladino, che amava definirsi «l’editore di Mussolini», a don Paolo Ardali – illustrava lo spirito francescano nel «grande uomo». Nel 1926 si tennero grandi celebrazioni: «il mascellone» era al potere da quattro anni. Nel messaggio per le celebrazioni francescane esprime la sua ammirazione per il «sublime suscitatore», annettendolo «alle glorie della nuova Italia». Nella prefazione del fascicoletto, nella collana «Mussolinia. Biblioteca di cultura fascista», l’editore parla del «messaggio francescano del primo ministro». Don Ardali cerca di illustrare «lo spirito francescano del grande uomo», convinto dell’analogia tra i due come figure che rappresentavano un’italianità spirituale e un esempio per la nuova nazione.

Lo storico Alessandro Barbero, nel pregevole «San Francesco» (Laterza, 2025) dedica l’introduzione proprio a «San Francesco e Mussolini» e dice: «Una citazione dei “Fioretti” illustra chiaramente in cosa don Ardali scorga l’analogia: “Dixe frate Masseo: Dico, perchè a te tutto il mondo viene dietro, e ogni persona pare che disideri di vederti, et d’udirti et d’ubbidirti?. Il duce assomigliava a San Francesco perché trascinava le folle, e le riduceva all’obbedienza». Barbero porta altri esempi: «Quando vennero costruite le mura di Assisi a difesa delle libertà comunali, Francesco “allora diciassettenne, era forse tra i più volonterosi dei più ardenti lavoratori” (dove quel forse significa che la notizia è inventata di sana pianta, ma non importa); Mussolini “giovanissimo, conobbe, in Svizzera, le fatiche del lavoro manuale, portò sulle spalle i mattoni”, proprio come Francesco aveva riparato con le sue mani la chiesetta di San Damiano. Francesco combatté in guerra come Mussolini, il quale “soldato fra i soldati, semplice e umile visse in mezzo a loro, come San Francesco di cui racconta Bonaventura: “Per grande carità ch’avea, a tutta gente si rendeva servente et benigno”. Come Mussolini, il santo era convinto “che un grande avvenire mi aspetta e che un giorno il mondo s’inchinerà dinnanzi a me e mi adorerà”. Mussolini ha peregrinato per il mondo, “ha sofferto la fame, francescanamente”, ha conosciuto “uno scarso cibo di penitente” dopo una giornata di duro lavoro, e oggi incarna “la perfetta letizia”. Mussolini ama la musica e suona il violino; “anche San Francesco era amantissimo della musica”. Mussolini riporterà “nell’Africa nostalgica di Roma il nome di Roma” proprio come “sette secoli addietro il Santo d’Assisi veleggiò verso il Marocco con l’anima piena della fede e della religione di Roma”». Barbero conclude: «È fin troppo facile sorridere, o scandalizzarsi, degli sforzi di don Ardali, ma è evidente che erano fatti in buona fede, cioè credendoci. Davvero, per lui, Mussolini assomigliava a San Francesco: o, per dir meglio, San Francesco assomigliava a Mussolini. Aveva lavorato duro, aveva fatto la guerra, era certo di aver avuto in sorte un altissimo destino e aspettava con fede incrollabile che il mondo intero si inchinasse davanti a lui. Quello di don Ardali è un caso estremo di uso politico dell’immagine di San Francesco, in un’Italia che dal fascismo si attendeva anche quella riconciliazione con la Chiesa realizzata tre anni dopo con i Patti Lateranensi. San Francesco non era così». E com’era, allora? Il prof. torinese Barbero, specializzato in storia medievale e storia militare, impiega le oltre 400 pagine del volume per spiegare chi era San Francesco.

Francesco nel 1226 si trovava alle sorgenti del Topino presso Nocera Umbra, chiese che lo portassero nel suo «luogo santo», la Porziuncola di Assisi. Si fa spogliare della ruvida veste di sacco e «deporre nudo sulla nuda terra», volendo essere conforme in tutto a Cristo crocifisso che, povero e sofferente, era rimasto appeso nudo alla croce. Dice ai fratelli: «Io ho fatto il mio dovere, Cristo vi insegni a fare il vostro». La morte lo coglie la sera del 3 ottobre 1226. È festeggiato il 4 perché, secondo il tempo medievale, mezz’ora dopo il tramonto iniziava il giorno successivo. È canonizzato il 16 luglio 1228 da Papa Gregorio IX, appena due anni dopo la morte, uno dei processi più rapidi nella storia della Chiesa. «Il più italiano dei santi, il più santo degli italiani» lo definisce Pio XII quando, il 18 giugno 1939, lo proclama, insieme a Santa Caterina da Siena, Patrono d’Italia.

Il 4 ottobre da quest’anno torna festa nazionale. Soddisfatto è il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale: «La decisione è occasione per riscoprire la figura del patrono d’Italia, che ha profondamente segnato il carattere del nostro Paese. Lo è ancora di più in questo tempo, lacerato da divisioni, tensioni internazionali crescenti e da violenza globale. Francesco, che ebbe tra i suoi principali obiettivi un annuncio di pace, ricorda che è possibile un mondo fraterno, disarmato, dove ciascuno ha il suo spazio». Non solo, ma la vita e l’operato «possono ispirare l’amore politico e quello per il Creato, perché il bene comune prevalga sulle logiche speculative e del più forte, sugli interessi di parte e sulle polarizzazioni. In forza della sua fede, dette avvio a un’esperienza religiosa che, attraverso la sua discendenza, otto volte centenaria, tanto ha contribuito a rendere migliore la storia degli uomini di questa nostra Italia e del mondo. Francesco ci incoraggia a essere autentici cristiani sulle strade del mondo».

* sacerdote, giornalista, scrittore