Alberto Pellone *
– Il documento “Venite ad me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca”, pubblicato dal Dicastero per la Dottrina della Fede il 22 ottobre 2026, affronta una domanda decisiva per la Chiesa di oggi: come favorire l’incontro con Gesù Cristo e accompagnare una fede capace di trasformare la vita? L’invito «Venite a me», da cui prende avvio la riflessione, indica già la direzione del percorso, perché la fede nasce dall’accoglienza del Risorto, che rivela l’amore del Padre e dona ristoro, libertà e speranza. Senza presentarsi come una Nota dottrinale né pretendere di esaurire la questione, il testo intende stimolare il discernimento ecclesiale e suggerire percorsi concreti, mantenendo l’annuncio in rapporto con le persone e con la vita delle comunità.
La riflessione invita anzitutto a superare una pastorale che presuppone la fede come un’eredità acquisita, in un contesto nel quale il legame tra famiglia, cultura e comunità cristiana non ne garantisce più una trasmissione quasi automatica. Pur nella varietà delle situazioni, si delinea così la scelta indicata al n. 42 e ripresa al n. 101: allargare lo sguardo oltre la catechesi dei bambini e degli adolescenti, investendo nell’evangelizzazione degli adulti e offrendo anche ai genitori la possibilità di riscoprire personalmente il Vangelo. Un accompagnamento attento alle loro domande, che non dia per scontata la familiarità con il linguaggio ecclesiale, diventa quindi parte essenziale della trasmissione della fede alle nuove generazioni.
La famiglia conserva, in questo orizzonte, un ruolo essenziale, perché è nel linguaggio quotidiano dell’amore che la fede trova le sue prime espressioni: la preghiera condivisa, la lettura del Vangelo, la Messa domenicale, l’attenzione ai poveri e i gesti della pietà domestica, richiamati nei nn. 31-38, la rendono riconoscibile attraverso volti e relazioni, prima ancora che mediante spiegazioni. Trasmetterla «in dialetto» significa affidarla alla concretezza della vita familiare, che la pastorale è chiamata a sostenere anche quando la testimonianza appare fragile. Come osserva il n. 78, chiedere il Battesimo o accompagnare un figlio alla catechesi può infatti esprimere una disponibilità reale, da accogliere come possibile inizio di un cammino di riscoperta per bambini e adulti insieme.
A unificare questi percorsi è la centralità del kerygma, l’annuncio di Gesù Cristo che ama ogni persona, che ha dato la vita per salvarla ed è vivo al suo fianco, sul quale insistono i nn. 75-86. Più che una formula iniziale da superare, esso costituisce il centro permanente della formazione e orienta il movimento descritto al n. 76, dall’annuncio del Risorto all’esperienza della sua presenza, fino all’avvio di un cammino di conoscenza e di amore. La catechesi è perciò chiamata a interrogarsi non soltanto sui contenuti che trasmette, ma sull’incontro che essa rende possibile, esprimendo l’amore salvifico prima dell’obbligazione morale e facendo appello alla libertà con un linguaggio gioioso, capace di ricondurre ogni tema al fondamento della fede.
La questione del linguaggio assume qui un’importanza decisiva, poiché una comunicazione vicina, narrativa ed esistenziale, come quella richiesta nei nn. 80-82 e 86, permette di raggiungere desideri, ferite e speranze senza limitarsi a rendere più attraente un discorso. È dall’ascolto che la parola può nascere come testimonianza e trovare una via al cuore delle persone, aprendo domande e accompagnando la libertà senza rinunciare alla chiarezza. E anche l’omelia, richiamata al n. 114, partecipa di questa possibilità quando rilegge la Scrittura alla luce della vita concreta del popolo e, sull’esempio delle immagini e delle parabole di Gesù, si sottrae alla ripetizione di formule e al tono moralistico per favorire un incontro vivo con il Vangelo.
Un annuncio così inteso trova il suo ambiente naturale in comunità nelle quali il Vangelo sia riconoscibile nella qualità delle relazioni, nell’ospitalità e nella gioia di una vita fraterna, come mostrano i nn. 87-89. La proposta di gruppi stabili di ascolto, meditazione e preghiera della Parola, anche mediante la lectio divina, offre una forma concreta a questa esperienza, mentre l’amicizia rimane un canale privilegiato attraverso cui la fede si comunica e matura. Su questo sfondo si comprende anche la prudenza dei nn. 63-64: conversioni e ritorni alla Chiesa sono segni di speranza da accogliere con gratitudine, ma chiedono un sostegno che continui nel tempo, perché l’iniziazione sacramentale possa inserirsi in un cammino di appartenenza e non resti un evento isolato.
Nella vita della comunità la liturgia occupa un posto centrale, come sottolineano i nn. 90-94, perché è il luogo in cui il mistero di Cristo viene celebrato e comunicato sacramentalmente, ben oltre la funzione di semplice cornice dell’attività pastorale. Attraverso parole, gesti, silenzi, simboli e musica, la persona è coinvolta e introdotta nel “noi” della Chiesa, in un’esperienza che richiede cura delle celebrazioni, educazione al loro linguaggio e accompagnamento mistagogico, soprattutto per le nuove generazioni. Questa attenzione si estende alle diverse fasi della vita e, secondo l’indicazione del n. 100, invita a riconoscere nei battesimi, nei matrimoni e nei funerali occasioni preziose di annuncio anche per chi frequenta raramente la comunità, scegliendo parole capaci di incontrare le situazioni reali e di dare profondità a questi momenti.
La credibilità dell’annuncio si alimenta inoltre della santità quotidiana, della prossimità e dell’opzione preferenziale per i poveri, le tre dimensioni della testimonianza indicate nei nn. 95-97, che prendono forma nell’ascolto, nella gentilezza, nell’ospitalità e nella cura della sofferenza. I poveri entrano così nella vita ecclesiale come membri della stessa famiglia, e non soltanto come destinatari di un servizio, mentre l’attenzione alle preoccupazioni per la salute, i figli e i legami familiari, richiamata al n. 69, rende la proposta cristiana vicina ai bisogni concreti delle persone. Anche l’arte e la musica, la pietà popolare, i pellegrinaggi e il volontariato possono aprire vie d’incontro, come lasciano intravedere le testimonianze del capitolo VIII, nelle quali una relazione accogliente, la preghiera o la bellezza diventano occasioni di riscoperta della fede, senza che sia possibile ridurre questi percorsi a uno schema prestabilito.
Lo sguardo pastorale si allarga infine all’inculturazione, alla presenza nelle scuole e nelle università cattoliche, all’apporto delle donne nei processi decisionali e all’impegno ecumenico, nella consapevolezza che il Vangelo è chiamato a raggiungere anche migranti, periferie e piccoli paesi, senza rivolgersi soltanto ai gruppi maggioritari. In questo orizzonte trovano posto gli ambienti digitali, con le loro possibilità di annuncio, che chiedono discernimento e non possono sostituire relazioni incarnate.
L’immagine conclusiva del cero pasquale raccoglie il senso dell’intero percorso: la luce di Cristo si comunica da persona a persona e genera una comunione missionaria, affidando alla pastorale il compito di custodire l’incontro con Lui e di creare le condizioni perché altri possano viverlo, nella preghiera e nella fiducia nell’azione dello Spirito Santo.
* Redazione di Orientamenti Pastorali