Ferruccio Ceragioli *
– Magnifica humanitas (d’ora in avanti MH o con il solo numero di paragrafo tra parentesi): magnifica umanità. Sono queste le prime parole e, dunque, il tiolo della prima enciclica di papa Leone XIV. Un titolo niente affatto scontato e, per certi aspetti, sorprendente. Chi di noi, in questo momento storico, direbbe così tranquillamente che l’umanità è davvero magnifica? Le guerre che devastano molti paesi, le disuguaglianze che aumentano, le discriminazioni che non cessano, le violenze che esplodono spesso in modo immotivato, lo sfruttamento sconsiderato della creazione (e l’elenco potrebbe continuare), non incoraggiano certo a una visione positiva dell’umanità. Telmo Pievani, noto evoluzionista italiano, ha intitolato significativamente uno dei suoi libri Homo sapiens e altre catastrofi (Meltemi, 2018) e qualche volta ci è capitato di sentire qualcuno che auspicava la scomparsa della specie umana.
Eppure, nonostante tutto questo, e in modo non certo ingenuo, papa Leone inizia proprio così la sua enciclica: «La magnifica umanità creata da Dio» (1). E nel testo, a più riprese, ritorna la medesima espressione. Infatti, quasi alla sua metà: «Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono» (90). E, ancora, «per questo l’umanità – magnifica e ferita – non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende sé stessa, cioè la capacità di relazione e di amore» (126). Infine, a fare inclusione con l’inizio, si ritrova ancora la medesima espressione nell’ultimo numero dell’enciclica: «Affido questo desiderio alla Madre di Cristo, alla donna del Magnificat, perché accompagni i nostri passi nel presente che cambia e custodisca in ciascuno di noi la fiducia nel Vangelo, così che possiamo testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio» (245).
Si tratta dunque di un’affermazione di fede, a nostro avviso assolutamente centrale per interpretare il testo. Perché questa umanità è magnifica? Prima di tutto perché è stata creata da Dio e Dio, facendo l’uomo a sua immagine e somiglianza, non poteva che fare qualcosa di molto bello e molto buono (cf. Gen 1,31). Ma, ancora di più, l’umanità non può che essere magnifica perché è quella stessa umanità che è stata assunta dal Figlio di Dio nella sua incarnazione: «Per questo, come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA» (233). Ed è proprio l’umanità del Figlio che apre a tutti impensabili orizzonti di vita: «Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la via, la verità e la vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza» (1). E, con parole simili al celebre testo di Gaudium et spes 10 (La Chiesa «crede anche di trovare nel suo signore e maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana»), papa Leone afferma: «Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. È il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (cf. Ef 1,10). In questo disegno, nulla di ciò che è autenticamente umano andrà perduto, ma tutto verrà purificato e riunito in colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarle al nulla e consegnarle, redente, al Padre» (233).
Se Dio stesso ha voluto essere uomo e unire per sempre a sé la nostra umanità, questo significa che, al di là di tutto, essere uomini può e deve essere bello, anzi magnifico. E può e deve esserlo anche nel tempo dell’intelligenza artificiale.
Al tema della magnifica umanità si collegano nel testo di papa Leone, intrecciandosi con i temi classici della dottrina sociale della Chiesa, altri temi antropologici di fondamentale importanza: quelli della dignità e del limite, della fragilità e della cura, della libertà e della responsabilità, del potere e della verità.
- La dignità infinita dell’uomo
Ne prendiamo in considerazione alcuni, a partire da quello della dignità. Papa Leone riconosce (cf. M 52) che esistono diverse dimensioni della dignità umana: da quella morale (che dipende dalle scelte e dall’agire dell’uomo) alla dignità sociale (legata alle condizioni di vita della persona e al suo riconoscimento nella società) fino alla dignità esistenziale (radicata nel modo in cui la persona percepisce il proprio valore). Ma subito sottolinea che: «oltre a questi significati, però, vi è un livello più profondo, il più importante, che consiste nella dignità ontologica. È la dignità che appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio: nessun peccato, nessun fallimento, nessuna umiliazione, nessuna esclusione può intaccare il valore profondo di una vita umana che Lui ha voluto e chiamato all’essere» (52).
Nel tempo del dominino del paradigma tecnocratico e del potere digitale, con le possibili derive del transumanesimo e del postumanesimo, si impongono come valori, quasi assoluti, quelli dell’efficienza e della prestazione che riducono la persona umana «a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile» (M 51), come se ognuno dovesse guadagnare da sé il proprio valore o giustificarlo davanti agli altri sulla base delle proprie capacità, realizzazioni, ricchezze, ruoli sociali, performance. Ma questa mentalità, che viene ampiamente diffusa e incrementata dalla competizione per il primato tecnologico, militare e politico, è esattamente il contrario dello spirito evangelico, e proprio per questo è particolarmente insidiosa. A questa deriva il papa oppone la convinzione certa della fede cristiana che «la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata. […] Questa dignità di ogni essere umano può essere detta infinita, come ha fatto san Giovanni Paolo II, per due ragioni: perché è infinito l’amore di Dio che lo chiama all’amicizia con lui, e perché è assolutamente incondizionata, nel senso che, anche cercando all’infinito, non si troverà mai nulla che possa cancellarla o smentirla» (53).
- Il limite e la fragilità
Ma come parlare della dignità infinita dell’uomo di fronte ai suoi evidenti limiti e fragilità? È questo un altro tema cardine del testo. Come bisogna intendere la finitudine creata dell’uomo inevitabilmente limitata e fragile? Una certa visione che prende spunto dalla tecnica, pur non potendo affatto identificarsi con essa (che è in sé è cosa buona perché capacità donata da Dio all’uomo), vorrebbe superare i limiti della specie umana. Ma: «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie» (117).
In concezioni di questo genere il limite costitutivo dell’umano è considerato come qualcosa di negativo che si vorrebbe e dovrebbe eliminare. «Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (118). Quest’ultima affermazione appare fondamentale nel contesto dell’enciclica, ma anche decisiva per una corretta e fedele lettura dell’essere umano. Il limite definisce l’uomo e, pertanto, non bisogna né rimuoverlo né sopprimerlo, anzi, al contrario, riconoscere in esso il luogo che apre le porte a ciò che vi è di più autentico nella nostra umanità: la compassione, la solidarietà, la generosità, la cura, il rispetto, la fraternità. Ma in esso si radica anche la nostra relazione con Dio: non siamo all’origine di noi stessi e, nonostante i progressi tecnologici, non siamo in grado di «aggiungere un’ora sola alla nostra vita» (Mt 6,27). Non siamo autosufficienti, ma, soprattutto, non siamo capaci di rispondere a quella sete di vita e di gioia, di giustizia e di pace, in ultima analisi d’amore infinito che ci abita.
Non bisogna ovviamente confondere il limite con la sofferenza: e se certamente bisogna prendersi cura della sofferenza in tutte le sue forme, bisogna imparare ad accogliere il limite come realtà naturale e positiva: essere illimitati snaturerebbe il nostro essere umani e la sua bellezza. «Rinunciare a questa avventura, insieme drammatica e splendida, in nome di un presunto superamento di ogni limite potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani» (M 120). D’altra parte, l’assunzione del limite umano è stata la via scelta dallo stesso Figlio di Dio come afferma papa Leone nello splendido numero 232: «Il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza. Non c’è un momento o una condizione dell’umano che non sia degno di Dio. […]. Ciò che salva l’uomo è l’amore divino che scende fino al punto più fragile della sua storia e la rigenera dal profondo» (232).
Al limite si connette immediatamente il discorso sulla fragilità. Anche questa parola e l’aggettivo corrispondente ritornano molte volte nel testo dell’enciclica. Non siamo solo limitati, ma anche fragili e nessun progresso tecnologico, intelligenza artificiale compresa, potrà sottrarci a questa condizione. Anzi, sarebbe cedere alla tentazione ritenere «giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa» (112). La nostra fragilità ci ricorda che non possiamo salvarci da soli e che la salvezza è sempre e solo dono di Dio: «Ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma» (128).
L’autentico «più che umano» «non deriva da una divinizzazione tecnologica, ma da quella operata dalla grazia di Dio ricevuta in Cristo» (126). E, al riguardo, papa Leone cita il n. 8 di Evangelii gaudium di papa Francesco: «Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero» (128).
- La necessità della cura
La fragilità dell’umano è una fragilità che ha bisogno della cura. E la cura diventa il criterio di misura della qualità di una civiltà, perché tale qualità «si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione. La capacità di saperci prendere cura gli uni degli altri è una dimensione importante del nostro essere umani» (114). E sono molto semplici e belli gli esempi che papa Leone ci offre: «leggere le fiabe a un bambino, fare compagnia a una persona anziana, rendere accogliente uno spazio» (114), ma anche «la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri» (239). Senza questi gesti di cura, nessuna civiltà tecnologica potrà mai essere la «civiltà dell’amore» auspicata da Paolo VI e ripresa con vigore da Leone XIV. Da qui l’accorato appello del papa: «Curiamo le relazioni! In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità» (239).
- La libertà: nessuno è senza responsabilità
Ma se la cura è decisiva per «custodire l’umano» (112) e per «restare profondamente umani» (15), tutto questo è affidato alla libertà e alla responsabilità dell’uomo, di ogni uomo. Perché «nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (212). Certo il papa è consapevole che le possibilità di incidere sulla realtà per trasformarla nella direzione del bene non sono uguali per tutti, ma questo non deve comportare una rinuncia al proprio compito, per quanto piccolo possa essere: infatti, «la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (213).
Il papa propone diverse piste d’azione che offre in primo luogo ai potenti della terra, ma che, in qualche modo, possono riguardare tutti, anche i più piccoli tra noi: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo, la diplomazia e il multilateralismo, pregare e sperare (cf. 214-228). E, nello stesso tempo, richiama la decisività di «ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano» (105).
- Il potere e la verità
L’uomo non è solo limite e fragilità, libertà e responsabilità, l’uomo è anche potere. Un potere che gli è stato affidato da Dio stesso: il potere di «dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile» (1). La concretezza della storia di ogni uomo e di tutta l’umanità è il luogo «in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana» (2), nella certezza che, grazie all’azione dello Spirito Santo, «ogni autentico sforzo umano di cooperare con lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza» (2).
E, tuttavia, «su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto» (1). Rischio che la nostra epoca manifesta in modo evidente, favorendo, a tutti i livelli, una pericolosissima semplificazione delle relazioni: «semplificazione in schemi – “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi” –» che minano la possibilità della comunione e della pace. Anzi, a livello dei rapporti tra le nazioni, «la forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più forte”, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza» (202).
Ma un’altra insidia di un potere che vuole diventare dominio caratterizza la nostra epoca tecnocratica. Le risorse tecniche ed economiche del digitale e, in particolare, dell’intelligenza artificiale, possono infatti condurre a un «puro potere privo di verità, che impone sottilmente o apertamente ciò che vuole che gli altri considerino vero» (133). Il potere per il potere, separato dalla ricerca della verità e anzi disponibile a manipolarla in tutti i modi con le possibilità offerte dalla tecnica, mette a rischio la democrazia fino a condurla a scivolare verso il totalitarismo. E il disinteresse verso la verità e verso una verità universale colpisce e ferisce la stessa dignità dell’uomo.
Si tratta di riconoscere il potere immenso che ha oggi la comunicazione, potere di modificare l’immaginario collettivo e proporre false visioni della realtà. Come purtroppo – riconosce con molta sincerità papa Leone – è spesso avvenuto anche nella Chiesa.
«Abbiamo assistito con vergogna alla faticosa scoperta di verità dolorose anche su membri della Chiesa e su realtà ecclesiali. In particolare, alcuni giornalisti appassionati della verità hanno avuto un ruolo fondamentale nel portare alla luce ingiustizie e abusi. […] Tuttavia, la vigilanza e la trasparenza sono anzitutto una grave responsabilità della Chiesa stessa e non dobbiamo attendere che altri ci costringano ad affrontare verità scomode su noi stessi» (138).
Il potere, e in particolare il potere della comunicazione, invece, è «un potere che chiede di essere continuamente illuminato dalla ricerca della verità e dal rispetto della dignità umana» (136).
- Conclusione
La nostra umanità, magnifica e ferita, e il nostro tempo, anch’esso magnifico e ferito, ci mettono davanti a «una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (1), perché l’umanità è veramente magnifica e manifesta tutta la sua bellezza solo quando è «abitata da Dio» (245).
Compito dei cristiani è assumersi la responsabilità di testimoniare, anche solo in piccoli gesti e parole, questa bellezza facendo argine alla disumanizzazione imperante. E a questo compito nessuno si deve sottrarre nell’umile, ma serena consapevolezza espressa da una suggestiva citazione che papa Leone fa del Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (213).
A questa citazione, potremmo affiancarne un’altra, altrettanto suggestiva, vale a dire alcuni versi tratti da I cori della Rocca di T.S. Eliot:
In luoghi abbandonati / noi costruiremo con mattoni nuovi / vi sono mani e macchine / e argilla per nuovi mattoni / e calce per nuova calcina / dove i mattoni sono caduti / costruiremo con pietra nuova / dove le travi sono marcite / costruiremo con nuovo legname / dove le parole non sono pronunciate / costruiremo con nuovo linguaggio.
* presbitero della diocesi di Torino, direttore della sezione di Torino della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, dove insegna teologia fondamentale e filosofia della natura e della scienza
Tratto da Orientamenti pastorali n. 7-8 (2026). EDB. Tutti i diritti riservati
L’immagine è tratta dalla copertina dell’album “La Torre di Babele” di Edoardo Bennato, pubblico dalla Ricordi nel 1976.