Pier Giuseppe Accornero *

«Attenzione alla deriva della privatizzazione della giustizia. Nel caso Roggero assistiamo all’esasperazione del concetto di proprietà privata che permette ogni comportamento anche se contrario alla dignità della persona. Con dinamiche del genere rischiamo di giustificare persino i femminicidi o gli omicidi di persone care tra le mura domestiche riconoscendoli come un diritto. “A casa mia faccio ciò che voglio”. Parole che sentiamo spesso anche laddove servirebbe senso di responsabilità istituzionale». Finora sulla vicenda dell’orefice di Grinzane Cavour che ha inseguito per strada i rapinatori, ne ha uccisi due e ferito un terzo, nessun moralista, nessun vescovo, e nessun esponente della Chiesa ha avuto il coraggio di esprimersi. L’unico, in un’intervista «La Stampa», è mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara, un’autorità in materie morali-sociali come presidente di «Migrantes» e consultore in Vaticano per le politiche della Chiesa su integrazione, sicurezza, inclusione. «No a tribunali “fai da te” – dice giustamente -, la giustizia non può essere ridotta a materia di propaganda elettorale o di campagne d’odio sui social», cosa che avviene con gli esponenti della destra, soprattutto con Matteo Salvini, che si schiera con l’orefice cuneese. Ma c’è una grande confusione.

Per la Chiesa la legittima difesa è lecita per preservare la propria e l’altrui vita

Il «Catechismo della Chiesa cattolica» ne scrive diffusamente a riguardo del quinto comandamento «Non uccidere». Stabilisce che fermare l’aggressore è un grave dovere per chi ha la responsabilità della vita altrui o del bene comune, a condizioni ben precise. 1) Estremo rimedio: l’uso della forza deve essere l’ultima risorsa dopo aver tentato il dialogo; 2) Proporzionalità: la reazione difensiva deve essere proporzionata all’offesa e non deve utilizzare una violenza maggiore del necessario; 3) Tutela delle vittime: difendere gli inermi e gli aggrediti è un dovere morale.

Anche in campo cattolico il dibattito è molto acceso

Il quinto comandamento ordina «Non uccidere», ispirato da Esodo 20,13 e da Matteo 5,21-22. Il numero 2258 del «Catechismo» afferma: «La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente». Per questo la Chiesa continua a dire no ad aborto, eutanasia, omicidio, guerra, come ha fatto recentemente la Chiesa di Francia sulla legge che ammette l’eutanasia. «L’alleanza tra Dio e l’umanità è intessuta di richiami al dono divino della vita e alla violenza omicida dell’uomo. L’uccisione volontaria di un innocente è gravemente contraria alla dignità dell’essere umano e alla santità del Creatore. La legge che vieta questo omicidio ha una validità universale: obbliga tutti e ciascuno, sempre e dappertutto».

La legittima difesa delle persone e delle società non è un’eccezione alla proibizione di uccidere l’innocente, uccisione in cui consiste l’omicidio volontario. «L’amore verso sé stessi – afferma ancora il «Catechismo» – resta un principio fondamentale della moralità. È quindi legittimo far rispettare il diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale». Chiaramente precisa – e il riferimento si applica al caso-Roggero –: «Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita. E non è necessario per la salvezza dell’anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l’uccisione di altri: poiché un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui». E ancora: «La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. L’autorità ha diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori».

Il «Catechismo» si sofferma su diritti-doveri dello Stato

«Corrisponde a un’esigenza di tutela del bene comune lo sforzo dello Stato per contenere il diffondersi di comportamenti lesivi dei diritti dell’uomo e delle regole fondamentali della convivenza civile. La legittima autorità ha il diritto e il dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto. La pena ha lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. La pena è anche “medicinale”: nella misura del possibile, deve contribuire alla correzione del colpevole». E la pena di morte? «Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali. La Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona” e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo». Sulla pena di morte Papa Francesco intervenne per modificare il «Catechismo», in senso proibizionista. Il quinto comandamento proibisce come gravemente peccaminoso l’omicidio diretto e volontario: «L’infanticidio, il fratricidio, il parricidio e l’uccisione del coniuge sono crimini particolarmente gravi per i vincoli naturali che infrangono».

* sacerdote, giornalista, scrittore