Antonio Mastantuono – pastoralista, vicepresidente del COP

Lo straniero, l’immigrato: ogni giorno parliamo e sentiamo parlare della sua presenza, del rapporto con lui. È questo un fenomeno di grande attualità, sovente presente nel dibattito politico, enfatizzato dalla cronaca mediatica, ma soprattutto è un fenomeno nuovo per il nostro Paese, da secoli terra di emigrazione, inedito nelle sue proporzioni inaspettate, sorprendente nella sua accelerazione, problematico per la nostra società del benessere. Le reazioni che ha suscitato appaiono diversificate, a volte anche contrapposte, e tra di esse va registrato anche l’atteggiamento cristiano che pretende di essere individuato come un servizio all’uomo e alla polis.

Oggi, tuttavia, nemmeno i cristiani possono rifugiarsi in risposte prefabbricate a problemi che nel loro presentarsi concreto nella storia vanno affrontati con creatività e audacia e, al tempo stesso, con prudenza e saggezza rifuggendo da soluzioni immediate e adatte a tutti gli usi. Occorre riconoscere che esistono dei limiti nell’accoglienza: non i limiti dettati dall’egoismo di chi si asserraglia nel proprio benessere, ma i limiti imposti da una reale capacità di «fare spazio» agli altri, limiti oggettivi, magari dilatabili con un serio impegno e una precisa volontà, ma pur sempre limiti. Certo, i criteri per rifiutare qualcuno non devono essere ispirati da ragioni ideologiche, né tanto meno da una scelta degli immigrati in base ad appartenenze religiose e a una maggiore «somiglianza» con i cittadini che li accolgono (come purtroppo è stato propugnato anche da parte di alcuni cristiani). Ospitalità non significa accoglienza sconsiderata e passiva, ma concerne piuttosto un’azione e una certa sapienza. Non si riduce a un abitare fermo e irremovibile, ma è un aprire la porta e offrire la soglia. Un’etica dell’ospitalità risulterà quindi quell’abitare attento che vigila non solo sulla propria dimora ma anche su ciò che accade proprio fuori della dimora stessa.

Quali sono allora gli autentici atteggiamenti richiesti di fronte a questo problema? Quali percorsi avviare per costruire un’etica dell’ospitalità?

Prima ancora di «aprire» o «chiudere» gli occhi davanti allo straniero è necessario interrogarsi sulle cause che li muovono, anche se – e forse proprio perché – oggi appare più difficile che mai riuscire a distinguere quanti fuggono da guerre e persecuzioni da quanti sono mossi dalla fame; i profughi dovuti ai cambiamenti climatici – i deserti avanzano e i mari si alzano… – a quelli causati da rivolgimenti politici. Si tratta di prendere coscienza dei meccanismi generati da un’economia che uccide e della inequità che genera violenza, e riscoprire la capacità di pensare in grande per agire «politicamente» in senso forte e responsabile, così da colpire efficacemente ovunque si trovino poteri e persone che prosperano sulla morte degli altri, cominciando dai trafficanti di armi a quelli di esseri umani.

Vedere i volti

La prima diversità è quella fisica, la più visibile. Alcuni studi affermano che vi sono almeno due immagini proprie dello straniero. In una cultura le cui radici possono essere rintracciate nel cristianesimo e prima ancora nell’ebraismo, lo straniero è nostro fratello, membro della nostra stessa famiglia che non abbiamo ancora conosciuto. Egli è in continuità rispetto a noi e, pur risultando diverso, è partecipe, come noi, dell’unica comunità umana. D’altra parte, in una cultura le cui origini sono molteplici, lo straniero è visto come un’alterità radicalmente altra da noi. Se noi siamo l’umano, egli è il non umano. Se noi siamo parte di una comunità, egli è da tale comunità escluso. Egli è colui che in qualche modo minaccia la nostra identità, prima ancora che la nostra comunità. Da questo codice deriva la spinta a chiudere le frontiere. Non vi è avversità nei confronti dello straniero, vi è una vera e propria negazione del nostro sguardo su di lui. La spoliazione dell’umanità dello straniero ce lo rende simile a una cosa di cui disporre al bisogno. Egli può essere considerato alla stregua di uno strumento, eventualmente da adoperare alla stregua di uno strumento, eventualmente da adoperare a piacimento e poi scartare al termine dell’utilizzo. La nostra negazione dell’altro insomma non passa immediatamente per un’ostilità, ma piuttosto per un’indifferenza. Egli è l’altro, non è colui che scegliamo di invitare a casa nostra, bensì colui che si erge, non scelto, davanti a noi. L’altro è colui che sta davanti a noi come una presenza che chiede di essere accolta nella sua irriducibile diversità: un’altra etnia, un’altra fede, un’altra cultura. Ma proprio in questo incontro emerge la paura. Anzi, due paure si ritrovano a confronto: la mia paura e quella dello straniero. Io devo mettere innanzitutto la sua paura: l’emigrato è solo, non ha più un paese alle spalle: è la prima cosa che ha smarrito non appena partito, in una fuga disperata o in un’avventura di speranza. La mia paura, invece, è quella di ritrovarmi di fronte a uno sconosciuto, uno che è entrato nella «mia» terra, ora presente nel «mio» spazio e, nonostante lui sia solo, mi lascia intravvedere che molti altri lo seguiranno. Due paure a confronto, due paure che nascono da due diversità contrapposte. La paura però va razionalizzata, così da trasformarla in stimolo per un lucido esame della situazione e in ingrediente per soluzioni capaci di ottemperare a esigenze apparentemente contrapposte. Non si tratta di assumere la paura dell’altro: lo straniero diventa un’occasione per cogliere due paure a confronto – la mia e la sua – e di intraprendere il cammino della conoscenza in vista dell’incontro. Di fronte allo straniero, infatti, la domanda «chi è l’altro?» si sdoppia subito nell’interrogativo «chi sono io?»: siamo così condotti alla consapevolezza che la stranierità è in noi e non fuori di noi.

Questo atteggiamento eviterebbe il rischio di assolutizzare la propria identità. Essa, infatti, sia a livello personale che comunitario, si è costruita e sempre si costruisce attraverso l’incontro e la relazione con gli altri, diversi e stranieri. L’identità non è statica, acquisita una volta per sempre, ma è un divenire, non è monolitica ma plurale: è un tessuto policromo costituito dalla trama di molti fili. Nei risorgenti localismi regna l’idolo dell’identico, il metro del medesimo, del «noi» senza o addirittura contro di «loro» e la nostra ricca identità si immiserisce a sistema chiuso nel quale non pratichiamo più l’incontro con l’altro né lo scambio culturale. Lo straniero invece è portatore di una relazione che riguarda il nostro essere più profondo e che ci fa cogliere il significato del monito biblico: «ama lo straniero perché tu sei stato straniero». Di fronte allo straniero come mi pongo? Devo domandargli un documento di riconoscimento prima di accoglierlo? Sembra una questione da niente, eppure diventa un punto cruciale: la questione dell’ospitalità si fa questione della domanda. È il momento in cui, avendo davanti uno sconosciuto e dovendo decidere cosa scegliere, scegliamo di aprirci a un’esperienza etica, oppure no.

L’ospitalità può avere così due volti e due modi diversi di darsi: il primo domanda e rompe l’anonimato, ed ha bisogno di un nome e un cognome per aprire la porta; il secondo invece si fa ospitalità assoluta ed esige una casa aperta non soltanto allo straniero, ma all’altro, lo sconosciuto, l’anonimo. Questa duplice strada segna due prospettive assai differenti. La prima è il diritto all’ospitalità. Avere un nome significa infatti essere soggetti riconosciuti dalla legge, imputabili, responsabili nei confronti dello stato, dotati di un’identità riconoscibile. Domandare il nome significa richiedere un patto di ospitalità che prevede ed esige una reciprocità. Nella seconda prospettiva, al contrario, la via dell’ospitalità assoluta comincia con un’accoglienza senza domanda alcuna.

L’ascolto

Il primo passo è l’ascolto: ascoltare innanzitutto la presenza dell’altro, prima ancora delle sue parole, e cercare di percepire qual è il suo bisogno. Ascoltare significa dare tempo per l’altro e dare la parola all’altro. È dire un sì radicale all’altro e rimettersi a lui consentendogli di dirsi. Lo straniero cessa di essere estraneo quando noi lo ascoltiamo. Atteggiamento arduo sempre, ma oggi in particolare, perché interculturale, ma ascolto che mi permette di cogliere l’altro per quello che è e si narra e non per quello che io credo che sia. Non si tratta solo di acquisire informazioni sullo straniero, ma di aprirsi al «racconto» che lo straniero in mille modi fa di se stesso e della propria storia: così l’altro non abiterà più tra di noi ma in noi. Questo ascolto necessita una rinuncia ai pregiudizi: essi, come un rumore di fondo, ci frastornano e ci sottraggono alla fatica di pensare e di conoscere realmente l’altro per accoglierlo. Dovremmo invece sospendere il giudizio e lasciare che l’altro si autodefinisca attraverso il linguaggio che gli è proprio, dovremmo imparare la stupenda arte dell’ascolto, dell’accettazione della diversità, dovremmo esercitarci nella differenza per sostenerla con tutta la sua complessità. Dall’ascolto senza pregiudizi nasce lo sguardo sgombro da diffidenza e capace di simpatia verso lo straniero e verso quei caratteri che lo straniero reca con sé. Occorre l’esercizio di uno sguardo che non si nutra né di cinismo né di indifferenza né di egocentrismo, ma che sia capace di dialogo in cui si scambino parole, si doni del tempo all’altro, si faccia esperienza di sé e dell’altro in una logica di gratuito scambio di doni.

Dall’ascolto … alla relazione

Ogni essere umano è un essere razionale e relazionale, ed è grazie alle relazioni che può costruire se stesso e diventare un soggetto: relazioni con se stesso, nella vita interiore, relazioni con il mondo, gli altri e, quindi, relazioni di alterità. Ma costruire la relazione con gli altri non va da sé: si tratta di assumere comportamenti che rendano possibile l’incontro nella trasparenza e nel riconoscimento della dignità dell’altro. Il cammino è esigente e sovente anche faticoso, ma senza l’altro non è possibile avanzare nella propria umanizzazione. Appare allora esigenza ineludibile riconoscere l’altro nella sua singolarità specifica, riconoscerne la dignità, il valore umano inestimabile, accettarne la libertà. Riconoscere l’altro nella sua differenza (di sesso, di età, di religione, di cultura…) significa ammetterlo, desiderare di fargli posto e, quindi, accettarlo. Questo non è sempre evidente, perché la differenza dell’altro, come dicevamo, fa sempre paura: c’è in ciascuno di noi una pulsione a respingere ogni forma culturale, morale, religiosa, sociale lontana da noi, a noi sconosciuta. Da qui nascono incomprensioni, paure, intolleranze. I nostri modi di pensare e di essere non sono i soli possibili e noi dobbiamo imparare dagli altri, relativizzando le nostre convinzioni e i nostri comportamenti. Diventa perciò assolutamente necessario accettare il relativismo culturale, che chiede di conoscere le culture degli altri senza misurarle e giudicarle a partire da una pretesa superiorità della nostra. Nel dialogo si modificano i pregiudizi, le immagini, gli stereotipi che abbiamo degli altri e di noi stessi e siamo indotti a riflettere sui nostri condizionamenti culturali, storici, psicologici, sociologici: siamo interrogati sulle nostre certezze e sulla nostra identità. Questo è l’inizio di un cammino che vuole trasformare la possibilità o l’ineluttabilità della convivenza in una scelta consapevole, in una ricerca di comunicazione interculturale che trova un fondamento nella responsabilità per l’altro. Dimenticare di vivere la fraternità rende fragili e asteniche anche la libertà e l’uguaglianza. Vedere gli stranieri come compagni di umanità restituisce pienezza al meglio di noi stessi e della società.

Dall’io-tu … al noi

Ora, la razionalizzazione delle paure richiede che ci si interroghi seriamente su quali modelli di incontro tra stranieri e italiani cerchiamo di attuare ai diversi livelli decisionali e comportamentali: dalle istituzioni educative agli organi legislativi, dall’associazionismo alla società civile, dal diritto civile all’uso del tempo libero, dagli strumenti comunicativi alle istanze culturali. Schematicamente potremmo identificare quattro modelli che, se hanno conosciuto diverse fasi di maggiore o minore applicazione, non cessano tuttavia di essere contemporaneamente presenti nella società italiana:

– l’assimilazione,

– l’inserimento,

– l’integrazione,

– la cittadinanza.

E questa analisi è attraversata da una domanda di fondo: quando e fino a quando una persona è considerata straniera? È straniero l’immigrato giunto come tale nel nostro Paese, anche se bambino, e lo rimane per tutta la sua vita? Lo è chiunque, pur nato, cresciuto ed educato in Italia, non abbia (ancora) ottenuto la cittadinanza italiana? E quando scompare dal linguaggio comune la discriminante aggiunta: «cittadino italiano di origine … non-italiana»? Quante generazioni ci vogliono perché un cognome «straniero» cessi di suonare come tale? Un tempo, il modello predominante che caratterizzava l’incontro italiano-straniero era quello dell’assimilazione, tendente cioè a rendere le persone simili tra loro cancellando le differenze culturali e assorbendo di conseguenza un «diverso» che cessava per ciò stesso di esserlo. Questa logica di esclusione è mitigata dall’approccio dell’inserzione: viviamo gli uni accanto agli altri con le nostre differenze giustapposte e attente a non offendersi reciprocamente. L’integrazione invece presuppone il riconoscimento delle differenze, l’adeguamento ad esse attraverso trattamenti differenziati nell’ottica di una inter-culturalità che consente di convivere tra somiglianze e differenze. Infine la con-cittadinanza, intesa non solo come definizione giuridica, ma come piena condivisione della polis in cui si abita.

Lo straniero: una benedizione?

 «La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» ci ricorda la Scrittura (cf. Lev 25,23), offrendoci non solo un’esplicita immagine della nostra identità, ma anche l’invito a ripensare a uno stare insieme diverso, dove lo straniero è un pari, un abitante e custode di un’unica casa comune. Si potrebbe dire, calato nella realtà di oggi, che la forza inarrestabile delle migrazioni sia per noi una benedizione, al contrario di quanti vi vedono un flagello. È benedetto lo straniero perché da un lato ci riporta all’immagine fondante che rigetta l’identità dell’io e, dall’altro, ci impone di alzare lo sguardo dal nostro utile, da modelli economici disumani, per impegnarci a immaginare nuovi modi di stare insieme.