Domenico Sigalini

vescovo emerito di Palestrina, presidente del COP

 

Nessuno ci può togliere l’idea che il lavoro è un cantiere del regno di Dio. Lo è perché è il luogo in cui si stabiliscono le leggi di comportamento che possono favorire la giustizia, la solidarietà, la pace sociale: è il luogo in cui le persone si preparano l’avvenire, in cui si sperimenta democrazia e collaborazione, in cui si fatica per far vincere la speranza sulla rassegnazione, la convivenza pacifica sull’individualismo. È una chiara freccia che indica la direzione del Regno che solo Dio costruisce. In questo cantiere siamo ancora con lui, il Progettista del Regno, il Regno stesso. Lo è ancora di più perché il lavoro è incontro con altre persone fatto di dialogo, contrapposizione, tensione, ricerca di intesa, collaborazione e solidarietà. Questo rapporto fa la storia dell’uomo, degli stati, delle democrazie. Talvolta ha scritto anche la storia che si studia sui libri, sicuramente le piccole e grandi storie degli uomini. Allora vuol dire che qui, proprio perché si fa la storia, c’è Dio, perché è solo Dio che costruisce la storia degli uomini.

Nel lavoro investo la mia vita, la dono agli altri. Non porto solo i miei muscoli, la mia intelligenza, le mie energie. Tant’è vero che anche senza volerlo la mia vita passa, si consuma, si limita, si circoscrive. Posso impiegare la mia vita di malavoglia o posso invece essere consapevole di un dono che nessuno stipendio mi può pagare e che metto a disposizione perché la vita di tutti sia piena.

Il lavoro è sofferenza. È fatica, è vita dura, è spesso consumazione nel dolore, è la necessaria doglia del parto per crescere. La sofferenza non è casuale nella vita dell’uomo, non è un tragico incidente o una svista della vita, non è nemmeno una maledizione o una condanna, è sempre un mistero che si porta dentro una invocazione di senso. Al fondo di questa invocazione c’è sempre Dio, crocifisso in Gesù di Nazareth. Noi desideriamo la domenica per l’umanità, per l’uomo e per la donna, e non l’umanità per la domenica. Gesù già diceva che il sabato (la domenica) è per l’uomo, non l’uomo, i giovani, i ragazzi e ragazze per la domenica.

Il lavoro è opera di liberazione. In esso devo «fare piega», sono costretto a superarmi, a maturare, a liberarmi dai miei egoismi, dall’individualismo, dalla prepotenza. È liberazione dell’umanità dalla fame, dalla miseria, dall’inedia. Un salmo dice: liberazione è il lavoro del Signore. Al lavoratore non viene quasi mai chiesta la qualità più importante che è la nostra umanità. L’umanità del lavoratore è una ricchezza incalcolabile.

Quando devo proporre una riflessione su quella pagina di Vangelo in cui Gesù ci dice: «voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo», dico sempre che i destinatari non sono i preti o le suore o i cristiani, ma gli uomini e le donne. Proprio perché fai parte dell’umanità dai  sapore e luce all’esistenza di tutti, a tutto. Non sono i soldi che danno sapore o luce; non sono i cani o i gatti, o i motori o le finanze, ma la tua umanità. Se poi sei anche cristiano ancora di più, perché apri finestre sul cielo. Ma la qualità che tutti debbono mettere a disposizione e per questo far crescere, difendere, approfondire, è l’umanità; solo così siamo un dono alla vita e al lavoro che ne fa parte costitutiva. È essenziale alla storia personale e alla storia della società Il delitto di non offrire il lavoro per i giovani è certo l’indipendenza economica, ma prima di tutto è di abitare l’esistenza da persone, da uomini e donne.

Se il lavoro è così legato alla natura umana, se fa parte del DNA dell’uomo e della donna, allora non è possibile non rifarci al Creatore. Riportarci all’inizio è pensare al lavoro anche come un luogo dell’incontro con Dio. Questo non è un bollo che per forza il cristiano deve incollare ai diritti del lavoratore, ma una dimensione essenziale. Non è una idea balzana, ma un insegnamento costante della parola di Dio e del vangelo, della Dottrina sociale della Chiesa (cf. 270 e ss.), della «Laudato si’» di papa Francesco (cf .124, 128 e ss.). Ecco allora perché è un grande assente, una forzatura troppo negativa, un insulto allo stesso lavoro non curarsi più della festa, e in particolare della domenica. Abolire la domenica è togliere al lavoro una finestra aperta sull’infinito. È chiuderlo solo nella fatica e nella produzione esasperata, nell’isolamento e nel ghetto ideologico, nella privazione della qualità riscoperta come essenziale alla stessa produzione: la carica di umanità. È togliere una componente fondamentale per ogni uomo e donna: la famiglia, con tutti i suoi legami, la sua forza motivante, lo stesso impegno nel lavoro. Si dice che la crisi ha costretto ad aprire i negozi di alimentari anche alla domenica per  aumentare i servizi con nuovi posto di lavoro e aumento della produzione. Sicuramente non basterà la fine della crisi per far di nuovo introdurre la bellezza di una domenica fatta da tutti, eccetto evidentemente i servizi essenziali del vivere comune. Non sono competente, ma la proliferazione di supermercati di alimentari ad apertura domenicale è del tutto inutile. La gente sicuramente deve mangiare, e se non c’è nessun negozio alla domenica sicuramente ci deve andare in altri giorni, non si può assolutamente fare a meno dei cibi. Si possono allora trovare spazi infrasettimanali per favorire chi va al lavoro tutta la settimana. O ci sta sotto una sporca concorrenza perché non si riesce ad andare d’accordo? o anche il rubare alla gente, ragazzi e  giovani, iniziative socializzanti e sportive, o addirittura di formazione religiosa, che permettano a tutti di rifarsi un’anima?

Per i cristiani poi la domenica riveste significati ancora più belli ed esaltanti. Dice spesso papa Francesco, a partire dalla sua bella lettera enciclica La gioia del Vangelo (in uno dei suoi quattro principi basilari), che il tempo è superiore allo spazio, ed è importante che ne vediamo la necessità. Infatti lo scrittore Abraham Joshua Hescel all’inizio del suo bel libro intitolato «Il sabato», scrive: «Noi consumiamo il tempo per guadagnare lo spazio […], ma avere di più non significa essere di più. Esiste un regno del tempo in cui la meta non è l’avere, ma l’essere, non l’essere in credito, ma dare, non il controllare, ma il condividere, non il sottomettere, ma essere in armonia». Senza creare semplificazioni ideologiche che alla fine possono contrapporre e denigrare lo spazio, che è sempre quel mondo fatto sette volte bello da Dio, la Bibbia dedica maggiore attenzione al tempo, alle cose che capitano, alla storia più che alla geografia. La parola santo nella Bibbia viene usata la prima volta alla fine della storia della creazione: «E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò». Nessun oggetto dello spazio è detto santo, solo il settimo giorno, il sabato, che indica la santità nel tempo. Il sabato allora è stato fatto per celebrare il tempo e non lo spazio. In questo giorno siamo chiamati a partecipare a ciò che è eterno nel tempo, a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione, dal mondo della creazione alla creazione del mondo. Quindi a Dio, alla sua magnificenza e bontà, grandezza e benignità verso l’umanità.

Tutta questa lunga riflessione è per far cogliere come fosse sacro per ogni ebreo il sabato e perché fosse duro il giudizio contro chi non lo osservava, e, secondo i farisei, contro lo stesso Gesù. Guarì anche un uomo malato di idropisia in giorno di sabato, un uomo con la mano inaridita e altri fatti. Gesù era un ebreo pio e molto osservante della Legge, delle tradizioni religiose ebraiche. Non si è mai permesso di disprezzare o vanificare il sabato, ma volle soprattutto portare al centro di questa necessaria e bella legge del sabato l’uomo, la sua santità, che fu dichiarata ancora da Dio successivamente al sabato. Ancora di più diventerà santa la domenica, che noi cristiani, i redenti dalla morte e risurrezione di Gesù, celebriamo al settimo giorno, sempre nel tempo, senza rincorrere calendari o lune o cicli della natura, ma seguendo il tempo di Dio e il tempo della risurrezione di Gesù. Quanto invece siamo immersi nelle cose dello spazio, nel commercio, nel lavoro, piuttosto che vivere questo momento per l’essere e non per l’avere! Non possiamo più  spendere la domenica  solo nelle cose e sempre solo per esserne sazi.

(tratto da Orientamenti Pastorali n.12-2017, tutti i diritti riservati)