Le tre esperienze in tavola rotonda, moderata dal presbitero torinese don Giovanni Villata, sono state presentate da:
1. don Gianfranco Sivera, parroco a Nichelino (To);
2. don Marco Rufini, parroco a Norcia (Pg);
3. don Salvatore Rinaldi, parroco a Venafro (Is).



1. “La nostra comunità è nata insieme al territorio, al servizio di quelle persone che lì sono venute ad insediarsi e che nella comunità parrocchiale hanno trovato accoglienza, attenzione e accompagnamento”. Lo ha raccontato questa mattina don Gianfranco Sivera, parroco a Nichelino (To), intervenendo a Pianezza alla tavola rotonda nell’ambito della 67ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale del Centro di orientamento pastorale. Don Sivera ha ripercorso la storia della nascita della parrocchia Madonna della Fiducia e S. Damiano, in un quartiere popolare di Nichelino, nella prima cintura di Torino. “Qui – ha ricordato – le persone si sentivano totalmente estraneo al resto della città”. “Nella comunità parrocchiale hanno trovato accoglienza, che è sempre stata verso tutti, anche chi è ai margini della comunità civile ed ecclesiale”. Per esempio “con la comunità sinti c’è un rapporto costante e quotidiano”. “La nostra comunità ha fatto di ciò che poteva essere un limite o una fragilità, un’occasione di opportunità sia per coloro che sono parte del contesto ecclesiale sia per chi era ai margini della comunità e che così ha potuto essere valorizzato e inserito”. Inoltre, anche come conseguenza della denominazione della parrocchia voluta dal card. Ballestrero, “la comunità diventa occasione e opportunità per infondere fiducia. Una responsabilità grande perché ci viene chiesto di essere sempre più affidabili”. Don Sivera ha rilevato poi come la parrocchia sia diventata “spazio di attenzione per coloro che vivono il disagio della mancanza di lavoro”. Per loro, “abbiamo avviato percorsi per essere inseriti, orientati, formati e accompagnati”. Nella parrocchia c’è poi “un’attenzione costante, aprendo gli occhi sulla realtà e aiutando a rendere chi ha compiti istituzionali sempre più sensibili e vicini alle persone che vivono sul territorio”. Infine, “l’accompagnamento, cioè prendere per mano e aiutare le persone a non sentirsi sole affrontando insieme i diversi momenti particolarmente difficili della loro vita”.



2. “Con il terremoto abbiamo scoperto che potevamo fare tanto, soprattutto offrire l’esperienza di qualcosa che nella vita ordinaria rischia di diventare sfuggente. Potevamo provocare un terremoto interiore che cambia il punto di vista da cui guardare la vita, partendo da quelle periferie che talvolta abitano anche tra le nostre mura domestiche”. Lo ha affermato questa mattina don Marco Rufini, parroco a Norcia (Pg), intervenendo a Pianezza (To) alla tavola rotonda nell’ambito della 67ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale del Centro di orientamento pastorale. Raccontando l’esperienza di questi mesi, don Rufini ha osservato che “siamo una Chiesa presente tra la gente per camminare accanto, per intervenire concretamente, per riallacciare reti di relazioni”. “Quando lo Stato agisce – ha notato – traccia una linea e non usa il principio ‘partiamo dagli ultimi’. C’è sempre qualcuno che resta sotto questa linea”, per cui in più di un caso bisogna pensare ad interventi mirati sulle singole persone. “Il terremoto distrugge i punti di riferimento e disgrega il tessuto sociale”, ha rilevato don Rufini, aggiungendo che “abbiamo capito che non dobbiamo ricostruire ciò che c’era ma dobbiamo ricomporre i pezzi per fare qualcosa di migliore, sia da un punto di vista delle strutture ma anche dal punto di vista della comunità”. “La solidarietà è stata davvero un fiume in piena”, ha proseguito, sottolineando che “a volte è però una solidarietà malata, che non parte dai bisogni di chi mi sta davanti ma ha come punto di riferimento l’io”. Per don Rufini, dopo il terremoto “la prima necessità è ricostruire i cuori”, perché “il danno più grande che fa un terremoto si chiama paura”. “Abbiamo notato una sfiducia nelle istituzioni, anche intraecclesiale”, ha raccontato il sacerdote, rilevando come “la burocrazia ha un grande potere ‘periferizzante’ ed è un ambiente particolarmente accogliente per l’illegalità. Ma più le cose sono semplici, più è difficile nascondersi”. Don Rufini ha poi puntato il dito contro le etichette: “non sono ‘il parroco del terremoto’ o ‘il parroco dei terremotati’. La peggiore etichette di tutti è quella dell’eroismo: non facciamo passare come eroiche le cose normali”. Il sacerdote ha infine rilevato che “sono crollate le Chiese ma non è crollata la fede” e che “il centro di comunità che è stato recentemente inaugurato, la prima opera che si è vista a Norcia, è un segno di speranza”.


3.“Nella periferia noi siamo rinati come comunità ecclesiale, nella fede. Lì è avvenuto il miracolo”. Lo ha affermato questa mattina don Salvatore Rinaldi, parroco a Venafro (Is), intervenendo a Pianezza (To) alla tavola rotonda nell’ambito della 67ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale del Centro di orientamento pastorale. Don Rinaldi ha ricordato come nel 1990 “c’è stata la svolta pastorale” della parrocchia, con la scelta di “trasferire tutto nella zona periferica di Venafro”. “La zona – ha spiegato – è abitata da rom, extracomunitari, persone qui esiliate” ed è caratterizzata da “tossicodipendenza, spaccio di droga, prostituzione, usura”. Con l’individuazione di 100 operatori parrocchiali è iniziato un cammino che ha portato alla realizzazione di un centro sociale che accoglie 100 giovani al giorno. Ma poi ci sono gli ambulatori medici, spazi per le consulenze di assistenti sociali, avvocati, mediatori famigliari realtà che lavoro nel territorio della periferia. “Sono offerte prestazioni a circa 5mila persone”, ha aggiunto, evidenziando come accanto a questo c’è un impegno sul fronte educativo e sulla formazione. “Con i miei collaboratori – ha raccontato – mi riunisco ogni mercoledì sera, con mezz’ora di meditazione sulle parole del Papa nella catechesi all’udienza”. Don Rinaldi ha sottolineato poi il “rapporto di empatia con la comunità rom”, sottolineando che “alla celebrazione della messa alla domenica devono esserci, per sentirsi parte di una comunità”. “Siamo riusciti a coinvolgere 80 giovani rom che hanno ricevuto il Sacramento della Confermazione, puntando la catechesi su ‘non rubare’, ‘non dire falsa testimonianza’ e il rispetto chi si ha davanti”. “Con i collaboratori ci siamo presi l’impegno di essere nella periferia. La formazione e il sentirci parte della Chiesa universale ci fa andare avanti”.

(Fonte SIR)