Luigi Mansi – vescovo di Andria

Vorrei iniziare questo contributo esprimendo innanzitutto una preoccupazione o meglio, se vogliamo, un auspicio: che la parola sinodalità, in questa stagione che la Chiesa sta vivendo in seguito alle sollecitazioni che le vengono dal magistero e dalla guida di papa Francesco, non diventi una parola da mettere a ogni costo in ogni contesto, per continuare poi a dire e a fare sempre le stesse cose e, in definitiva, non cambiare niente. È un pericolo reale che chi pratica cose di Chiesa, ed è familiare con il cosiddetto ecclesialese, non fa fatica a percepire.

Fatta questa premessa, sgombrato dunque subito il campo da ogni possibile fraintendimento, cominciamo a parlare di quanto sia importante per l’esercizio del ministero sacro il tema della sinodalità. Qui ci riferiremo in modo particolare ai presbiteri. E ritengo che, per quanto sia ovvio e scontato, occorre che ci diciamo subito, con grande realismo, che la vita della Chiesa, nel suo dispiegarsi nella quotidianità delle varie comunità, di fatto sta sulle spalle dei preti, sono essi che sono – diciamo così – tutti i giorni in trincea o, per usare un’altra immagine che ha il pregio della concretezza, tirano ogni giorno la carretta, a contatto quotidiano con la gente. Per cui è oltremodo importante che i presbiteri siano persone educate alla sinodalità, a cominciare dalle intime convinzioni fino alle scelte concrete sul piano della guida pastorale del popolo a essi affidato. Decisamente non è più tempo (se mai lo è stato) di una conduzione solitaria della pastorale, ciascuno nella propria parrocchia. Sia perché i numeri delle forze in campo non ce lo permettono più, e sia, soprattutto, perché è ora di attuare l’ecclesiologia conciliare, senza aspettare più, soprattutto senza «se» e senza «ma». I tempi ce lo chiedono.

Essere presbiterio

Per parlare dunque di sinodalità, la prima consapevolezza che va recuperata, direi con urgenza, da parte dei presbiteri è quella di essere presbiterio, e questo va realizzato a cominciare dai tempi dell’orientamento e del discernimento vocazionale e poi della formazione al ministero. Forse il tema del far parte di un corpus non è sufficientemente praticato e declinato nel tempo del primo orientamento vocazionale. Per il ministero sacro ci si accontenta del più sbrigativo «diventare prete», come se si trattasse di un qualcosa che riguarda una persona, quella persona e basta. Eppure, il cammino di formazione si svolge in un contesto di vita comunitaria (i seminari)! Evidentemente durante gli anni della formazione questo dato talvolta viene subìto come disciplinare e non vissuto come un’educazione del cuore. Ne viene che l’attitudine al camminare insieme dovrebbe essere un criterio da considerare seriamente circa l’autenticità vocazionale di tanti cammini. E ci si dovrebbe rassegnare con più lungimiranza ad avere qualche prete in meno che non averne tanti che non avvertono affatto il loro ministero come realtà collegiale. I tipi solitari che si chiudono in camera, con la scusa che hanno troppo da studiare e che mal sopportano tutto ciò che è comunitario, dovrebbero far seriamente preoccupare gli educatori.

Ab initio, infatti, non era così. I testi neotestamentari che parlano del ministero presbiterale usano sempre il termine al plurale: presbiteri, collegio dei presbiteri. E se è pur vero che l’articolazione del ministero nelle comunità delle origini non coincide in modo pieno con quella che si è codificata poi nel tempo, tuttavia è fin troppo chiaro che il ministero sacro è concepito nel Nuovo Testamento come una realtà intimamente collegiale.

Ascoltare

Per un ministro sacro l’ascoltare è il primo ineludibile capitolo dell’azione pastorale, un verbo da declinare in ogni direzione: ascoltare la Parola innanzitutto, poi ascoltare il vescovo, ascoltare gli altri confratelli, costituiti nello stesso ministero, ascoltare la propria gente.

Nel nostro discorso ascolta la Parola significa ascoltare insieme, per educarsi a fare discernimento pastorale a partire da qui, dalla Parola ascoltata insieme, prima ancora che dalle analisi delle situazioni fatte su base sociologica.

Vado subito al seguito: ascoltare il vescovo, il suo magistero, le sue linee guida nell’organizzare il cammino di Chiesa. È molto importante tutto questo; il vescovo, infatti, ha il senso dell’insieme e di quello si fa voce nel momento in cui offre la sua lettura della realtà. Dovremo dirci con grande franchezza che noi preti non facciamo il bene della Chiesa quando non ascoltiamo o addirittura snobbiamo il vescovo e il suo magistero, il più delle volte per sostituire a esso il nostro magistero, con il quale ci costituiamo una nostra infallibilità e insindacabilità di giudizio e di operatività pastorale. Inoltre, anche il presente contributo si riferisce ai presbiteri, ritengo che non sia fuori luogo auspicare più ascolto dei preti da parte dei vescovi i quali, talvolta, dimenticano molto presto i trascorsi della loro vita da preti.

Ascoltare poi gli altri confratelli, partecipi dello stesso ministero: si nutre anche di questo l’esercizio della sinodalità da parte dei presbiteri. Si ascolta se c’è l’umile convinzione di non avere il monopolio della verità e perciò si avverte fin dal profondo l’intima convinzione che dagli altri, anche uno solo, si ha sempre da imparare.

Ma educarsi alla sodalità vuol dire anche educarsi ad ascoltare le voci della storia, degli uomini e delle donne del nostro tempo. Questo passaggio è altrettanto essenziale. Il versetto giovanneo del Verbo che si fece carne dovrebbe essere programma di vita di ogni ministero. Un prete non è un buon prete se è perfetto nella gestione della vita liturgica, se usa paramenti all’ultima moda, se è preciso nelle cose amministrative, ma poi sul piano pastorale è disattento alla vita, alla storia e alle storie della sua gente, se le sue relazioni con le persone sono eccessivamente mediate dal ruolo. Peggio se convoca il consiglio pastorale solo per chiedere conferme a quanto egli ha già deciso (questo, in verità, accade talvolta anche nei consigli pastorali diocesani) e non invece per chiedere aiuti concreti innanzitutto nella lettura della realtà. Gli odori delle essenze degli incensi e gli ori dei nostri vasi sacri talvolta diventano tamponi che non ci fanno assaporare gli odori della vita delle pecore, come ama dire papa Francesco.

Sincronizzare il passo

Sincronizzare il passo vuol dire che in questo popolo in cammino, in particolare nei nostri presbitèri, occorre che portiamo tutti lo stesso passo, non c’è posto per chi corre, magari perché vuole assaporare il gusto (e la gloria!) di arrivare primo e chi va piano perché non ce la fa o anche perché non è del tutto convinto che bisogna raggiungere la meta verso la quale camminano tutti. Sincronizzare il passo vuol dire avere a cuore che si cammini insieme, per il gusto e la gioia di camminare insieme, sapendo che mentre si cammina, mentre si condivide la gioia e la fatica del cammino, si parla insieme, si condividono idee, progetti da fare quando si sarà giunti alla meta, si condividono storie, desideri, sogni e speranze che la stessa meta ispira, si sperimentano insieme la fatica del camminare e la gioia delle mete conquistate

Bandire i protagonismi, ma valorizzare i talenti e i carismi di ciascuno

Non è difficile ritrovarsi tutti d’accordo sul fatto che uno degli ostacoli più seri alla realizzazione della sinodalità come stile di Chiesa sia una certa tendenza al protagonismo di certa parte del clero (…anche nell’episcopato?). Protagonismo inteso come tendenza a sentirsi e a proporsi come il centro della parrocchia. Abituati a essere al centro dell’altare nelle celebrazioni, ci si convince di essere il centro in tutto il resto della vita della Chiesa. E si dimenticano alcuni dati essenziali. Innanzitutto, che il centro della Chiesa è Cristo Signore e non noi, e poi che presiedere non equivale semplicemente a comandare, o ad aver sempre e comunque ragione su tutto. Il protagonismo fa sì che tante volte i preti non vogliono ascoltare i laici, i confratelli, tanto meno il vescovo, come si diceva pocanzi. «Faccio io, così faccio prima», è l’espressione che talvolta si ascolta nei nostri ambienti. Inutile nascondercelo: in molti ragioniamo così; l’ascolto degli altri è concepito come una perdita di tempo.

Ma bandire il protagonismo non vuol dire appiattire tutto. Certo, e per fortuna, non siamo tutti uguali, ciascun prete nel suo presbiterio è portatore di carismi, di attitudini, di talenti, ed è un bene che queste ricchezze individuali non vengano azzerate ma conosciute innanzitutto, poi riconosciute e valorizzate, in modo che giovino alla causa comune. Talvolta capita invece che, in un presbiterio, un carisma o un talento di un prete (la predicazione, il canto e la musica, l’arte, il giornalismo, l’impegno nel campo della cultura…) venga facilmente usato ai fini della realizzazione personale del singolo, se pur al servizio di finalità buone per la costruzione di un generico «Regno di Dio», ma difficilmente entra come elemento importante dentro un progetto pastorale elaborato con stile sinodale. Resto convinto che tante difficoltà presenti nei cammini pastorali di tante nostre Chiese siano riconducibili ad alcune «miserie umane»!

Molte altre annotazioni si potrebbero aggiungere, ma penso che queste poche note possano bastare a far crescere la convinzione che, come si diceva all’inizio, sinodalità non è la parola magica del momento, ma una urgenza che i tempi impongono alla vita e alla prassi della Chiesa. Ad essa dovremmo con un po’ di umiltà convertirci un po’ tutti, se davvero vogliamo bene alla Chiesa che serviamo con il nostro ministero e se vogliamo che il nostro servizio sia davvero all’altezza dei tempi.

Estratto del numero 3(2016) di Orientamenti Pastorali. EDB (tutti i diritti riservati)