Paolo LAMBRUSCHI – giornalista di Avvenire

L’Italia è ancora divisa sulla riforma della cittadinanza, anche se si tratta di una riforma che senza pesare sulle casse dello Stato consentirebbe a un numero consistente di minori residenti da anni sul territorio nazionale di diventare cittadini più rapidamente.

La Chiesa e lo ius soli

Già nel 2010, alla Settimana sociale di Reggio Calabria, il tema era stato approfondito e, monsignor Giancarlo Perego, allora direttore della Fondazione Migrantes, così diceva nelle sue conclusioni: «Un segno di inclusione che può essere importante nella costruzione della città del futuro può essere quello dell’attribuzione della cittadinanza ai bambini stranieri che nascono in Italia, fatta salva la scelta alternativa dei genitori. È un dono che dice la qualità di una democrazia, che guarda al popolo prima che alla nazione. È un dono che aiuta e prepara, accompagna l’effettivo esercizio della cittadinanza. È un dono intelligente, che valorizza una componente, la famiglia immigrata, ormai essenziale per il futuro del nostro Paese. È un dono che tutela da subito la vita che nasce, anche da una donna irregolare o “clandestina”. È un dono che rafforza la tutela dei minori e dell’unità familiare».

La storia

Il testo della legge d’iniziativa popolare fu depositato alla camera il 5 febbraio del 2012. Il 13 ottobre del 2015, dopo una lunga discussione parlamentare, venne votato il testo definitivo che ingloba la legge d’iniziativa popolare e altre venti proposte.

Tre, in estrema sintesi, le tesi che hanno motivato la contrarietà al provvedimento, non sempre coerenti tra loro: la paura di attirare in Italia un flusso ininterrotto di donne immigrate ansiose di partorire sul suolo italico per far avere la cittadinanza ai bambini con il conseguente svuotamento dell’Africa, il timore di dare i documenti italiani a un numero crescente di islamici destinato a moltiplicarsi in modo esponenziale con catastrofiche conseguenze sociali e religiose, e infine la più moderata contrarietà a una legge ritenuta superflua perché la normativa esistente è più che esaustiva.

Occorre a questo punto un riassunto dei punti principali della legge che riforma la concessione della cittadinanza in base ai due principi dello ius soli e dello ius culturae e riepilogare cosa prevede la normativa esistente e perché non è in realtà più sufficiente a soddisfare le richieste di cittadinanza italiana.

Anzitutto la storia. La prima legge dell’Italia unificata che concedeva la cittadinanza privilegiava il diritto di sangue e fu mutuata dal codice napoleonico. L’Italia, terra di emigrazione, voleva che fosse trasmessa ai discendenti di chi aveva dovuto andarsene dalla patria per mantenere la famiglia e aveva contribuito con le rimesse alla costruzione della nuova patria. La legge vigente, la numero 91 del 1992, è basata, sempre dopo un secolo e mezzo, dall’Unità sul principio dello ius sanguinis. Ha favorito gli italiani all’estero e i discendenti degli emigrati italiani, ha lasciato tempi lunghi per la naturalizzazione dei cittadini stranieri. I cittadini di Paesi non europei devono risiedere qui almeno dieci anni (prima erano cinque), e per i figli degli stranieri ha introdotto l’obbligo di residenza continuativa e legale nel Paese fino al compimento del diciottesimo anno di età. Allo straniero che sposa un italiano dal 2009 occorrono, infine, due anni per ottenere la cittadinanza.

Restano esclusi da questa legge soprattutto quei minori che frequentano le scuole dell’obbligo, spesso ricongiunti ai propri genitori in età scolare, provenienti da Paesi dell’America Latina, dell’Africa e dell’Europa orientale, ai quali basta un ostacolo burocratico per vedersi respinta o ritardata di anni la concessione di cittadinanza. Ad esempio, lacune nella certificazione, un periodo trascorso all’estero, periodi di disoccupazione e conseguente reddito troppo basso dei genitori. Ostacoli che diventano barriere a volte invalicabili.

«La mia ossessione –­ spiegava alcuni anni fa il Segretario CEI mons. Galantino – sono tanti ragazzi che parlano romano e napoletano che devono sentirsi dire che non sono italiani. Ed è triste che chi sta lucrando su questa cosa lo fa basandosi sulla disinformazione: la gente non sa che lo ius soli italiano è uno ius culturae soprattutto, cioè mette alcune condizioni precise».

Evitare la disinformazione

Quali sono queste condizioni cui faceva riferimento monsignor Galantino? Anzitutto il permesso di soggiorno per almeno uno dei due genitori del bambino straniero nato in Italia. Quindi la legge ancora in cantiere non prevede lo ius soli, cioè il diritto ad acquisire la cittadinanza per tutti quelli nati sul territorio italiano, ma è temperato. L’acquisizione della cittadinanza non sarà automatica, ma ci sarà bisogno di farne richiesta o di una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età. Chi non presenta questa dichiarazione, potrà fare richiesta della cittadinanza entro due anni dal raggiungimento della maggiore età. In ogni caso, per chiunque nasce e risiede in Italia legalmente e senza interruzioni fino a 18 anni, il termine per la richiesta della cittadinanza passerà da uno a due anni dal compimento della maggiore età.

Poi c’è la novità dello ius culturae. La cittadinanza potrà essere ottenuta anche dal minore straniero nato in Italia o arrivato qui prima di compiere 12 anni che abbia frequentato regolarmente la scuola per almeno cinque anni o abbia seguito percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei a ottenere una qualifica professionale. La richiesta della cittadinanza deve essere presentata da un genitore, che deve avere la residenza legale in Italia, oppure dalla persona interessata entro due anni dal raggiungimento della maggiore età.

Quante persone sarebbero interessate dal provvedimento? Secondo le  stime della Fondazione Leone Moressa, 600mila ragazze e ragazzi figli di immigrati nati in Italia dal 1998 a oggi e circa 178mila bambini nati all’estero e che hanno già completato cinque anni di scuola in Italia.

Quindi circa 800mila minori subito da italianizzare e, sempre secondo la Fondazione, considerando che i nati stranieri in Italia negli ultimi anni si sono attestati tra i 70mila e gli 80mila, è possibile calcolare un numero di 45-50mila potenziali nuovi italiani ogni anno per ius soli temperato e di 10-12mila bambini nati all’estero e iscritti a scuola. Quindi 60mila nuovi italiani all’anno.

E le famiglie? Resta in vigore il sistema che prevede la presentazione dopo i 10 anni di residenza, ma effettivamente ci possono essere casi di famiglie dove alcuni componenti hanno la possibilità di diventare cittadini e altri no. Nei casi in cui si può avere la doppia cittadinanza può non essere un problema, e comunque semplificare le procedure significa agevolare chi compie una scelta e un percorso. Ma diventare italiani non è un obbligo, e comunque ogni legge escluderà sempre qualcuno, ma non è un buon motivo per non attuarla.

I «falsi pericoli» di questa riforma

«Con questa legge consegneremo l’Italia all’Islam», come temono molte persone? Per quanto possa suonare strano, classificare i bambini in base alla religione, le statistiche della Moressa sono chiare anche su questo: i musulmani sono un terzo. La maggioranza appartiene a famiglie cristiane, cattoliche, protestanti oppure ortodosse: il 16,1% è di religione cattolica o protestante, il 28% ortodossa, il 38,4% islamica, l’1,8% buddista, il 3,1% induista e il 12,6% nessuna fede religiosa. Fra gli 814mila studenti 157mila sono romeni, 111mila albanesi, 102mila marocchini, 45mila cinesi e i 26mila filippini, 25mila indiani, 25mila moldavi, 19mila ucraini, 19mila pakistani.

La riforma è pericolosa dal punto di vista della pratica religiosa? L’inclusione ecclesiale non vive di statistiche, ma considerando che nella scuola un alunno su dieci oggi non è italiano, pare che la presenza non abbia finora provocato sconquassi. Il numero dei bambini stranieri è stabile, il quadro non cambierà.

Qualcuno si è domandato quale utilità ne derivi al nostro Paese. La risposta sta nelle parole pronunciate ad un convegno della CISL dal cardinal Bassetti, il quale, richiamando le parole di papa Francesco, sottolineava quanto fosse importante «accogliere, integrare, accompagnare e sostenere»: «Se accogli una persona e la metti in panchina non sei un Samaritano che si china su di lui. Una persona va accolta, ma anche integrata. E poi va accompagnata. Va creata unità, portata concretezza nel valore educativo e formativo. Perché una persona non può affrontare da sola le difficoltà che oggi si incontrano».

E poi c’è l’interesse di un Paese che da anni ha le culle vuote, a integrare prima chi nasce da persone regolari, quindi occupare e inserire. Il bilancio demografico generale del nostro Paese è negativo da anni. Il numero dei morti supera quello dei nati, rendendo così negativo il saldo naturale. Senza i bambini nati da genitori stranieri, le nascite si fermerebbero nel nostro Paese a quote estremamente preoccupanti.

La domanda vera allora diventa questa: meglio attirare gli stranieri, magari programmando i flussi di ingresso, o mandarli via?

Ricapitolando, la riforma della cittadinanza non è solo una operazione che restituisce dignità a tutti, rientra anche nella categoria dell’interesse nazionale.

 

(tratto da Orientamenti Pastorali 1/2[2018], tutti i diritti riservati)