{"id":970,"date":"2020-04-11T18:41:52","date_gmt":"2020-04-11T16:41:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/?p=970"},"modified":"2020-04-11T18:56:08","modified_gmt":"2020-04-11T16:56:08","slug":"adulti-nella-fede-nel-mondo-nella-chiesa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/2020\/04\/11\/adulti-nella-fede-nel-mondo-nella-chiesa\/","title":{"rendered":"Adulti nella fede, nel mondo, nella Chiesa"},"content":{"rendered":"<h4>Giuseppe Lorizio<\/h4>\n<p>Prendo spunto da due notizie, che mi hanno raggiunto mentre mi apprestavo a scrivere questa riflessione. La prima riguarda la pubblicazione dei dati ISTAT circa la denatalit\u00e0, che si configura come una vera e propria emergenza, poich\u00e9, in Italia, su 100 persone che lasciano questa vita, solo 67 vengono messe al mondo. Sintomatica l\u2019eccezione dell\u2019Egitto a questo riguardo, Paese che vive una crisi demografica all\u2019incontrario rispetto all\u2019Occidente. Molto opportunamente Massimo Calvi, su <em>Avvenire<\/em> del 12 febbraio scorso, ha sottolineato che bisogna rendersi conto del fatto \u00abche l\u2019emergenza non riguarda tanto il fatto che oggi vengono al mondo pochi bambini, ma che ovunque non nascono abbastanza genitori: la fine della famiglia \u00e8 anche la crisi della capacit\u00e0 di essere\u00a0<em>per qualcun altro<\/em>, non solo\u00a0<em>per se stessi<\/em>\u00bb. L\u2019indebolimento della capacit\u00e0 di generare nuove vite, mentre mette in luce la crisi dell\u2019essere adulti oggi, interpella anche la Chiesa, chiamata a interrogarsi sulla sua capacit\u00e0 di generare credenti.<\/p>\n<p>La seconda notizia, mi porta a meditare sul quarantesimo anniversario dell\u2019assassinio da parte delle brigate rosse di Vittorio Bachelet e sulla testimonianza offerta dai suoi figli, in occasione delle esequie: \u00abVogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio pap\u00e0, perch\u00e9 senza togliere nulla alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri\u00bb. Ma, sempre in data 12 febbraio, il figlio Giovanni, in una intervista al GR3, dichiarava che il fatto che gli assassini abbiano scontato la pena e siano in libert\u00e0, \u00e8 una vittoria del diritto e in particolare dell\u2019articolo 27 della <em>Costituzione<\/em>, che recita: \u00abLe pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanit\u00e0 e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non \u00e8 ammessa la pena di morte\u00bb. La maturit\u00e0 dell\u2019adulto rifugge dal giustizialismo sovranista (spesso garantista solo per s\u00e9) e dal risentimento che genera vendetta e morte.<\/p>\n<p>I sintomi di una profonda crisi del mondo adulto sono sotto gli occhi di tutti, anche perch\u00e9 siamo di fronte a una sorta di \u00abterra di mezzo\u00bb, assediata da un lato dal sempre crescente numero degli anziani e dall\u2019altro da adolescenti e giovani, che fanno sentire la loro voce nelle piazze, in difesa dell\u2019ambiente e della democrazia. Si tratta di fatto di una crisi che si nutre di precariet\u00e0, non solo lavorativa, ma strutturale, e mostra una progressiva perdita di credibilit\u00e0 degli adulti\/genitori soprattutto nei confronti dei figli. Da un punto di vista semplicemente umano, l\u2019essere adulto si caratterizza per la capacit\u00e0 di assumere delle responsabilit\u00e0, nelle quali siano coinvolte in pari misura la conoscenza\/intelligenza della realt\u00e0 e la volont\u00e0, chiamata a scelte scomode, che i pi\u00f9 non sono n\u00e9 disposti, n\u00e9 in grado di porre in essere. La fuga dalla genitorialit\u00e0 \u00e8 rivelativa dell\u2019assenza di assunzione di responsabilit\u00e0, forse ancor pi\u00f9 della tendenza a non instaurare vincoli stabili e duratori, quale quello che il matrimonio esige.<\/p>\n<p>Nella prospettiva credente, non mancano i richiami della Chiesa, anche nel nostro Paese alla necessit\u00e0 di educare a una fede adulta. Nel documento <em>Comuni\u00adcare il vangelo in un mondo che cambia<\/em> (2001), i vescovi ritenevano che la comu\u00adnit\u00e0 cristiana dovesse essere \u00abcoraggiosa\u00admente aiutata a maturare <em>una fede adulta, \u201cpensata\u201d, <\/em>capace di tenere insieme i vari aspetti della vita facendo unit\u00e0 di tutto in Cristo\u00bb (<em>CVMC<\/em>, n. 50). Ma, gi\u00e0 nel documento base per il rinnovamento della catechesi, di cui ricordiamo i 50 anni (pubblicato nel 1970 e riconsegnato nel 1988), leggevamo: \u00abGli adulti sono in senso pi\u00f9 pieno i desti\u00adnatari del messaggio cristiano, perch\u00e9 essi possono conoscere meglio la ricchezza della fede, rimasta implicita o non appro\u00adfondita nell\u2019insegnamento anteriore. Essi, poi, sono gli educatori e i catechisti delle nuove generazioni cristiane. Nel mondo contemporaneo, pluralista e secolarizzato, la Chiesa pu\u00f2 dare ragione della sua spe\u00adranza, in proporzione alla maturit\u00e0 di fede degli adulti\u00bb (<em>Rdc<\/em>, n. 124). Un passaggio della lettera di riconsegna, infatti, recita: \u00abIn un tempo di trapasso culturale, la co\u00admunit\u00e0 ecclesiale potr\u00e0 dare ragione del\u00adla sua fede, in ogni ambito di vita comunitaria e sociale, solo attraverso la presenza missionaria di cristiani maturi, consapevoli del ricchissimo patrimonio di verit\u00e0 di cui sono portatori e della necessit\u00e0 di dare sempre fedele testimonianza alla propria identit\u00e0 cristiana. Anche la catechesi delle nuove generazioni ha assoluto bisogno di riferirsi a modelli adulti e credibili di vita cristiana, se vuole avere presa nel cuore e nell\u2019esistenza dei giovani\u00bb (n.12).<\/p>\n<p>I testi rischiano di esprimere improbabili utopie e certamente non sono sufficienti, per quanto suggestivi, perch\u00e9 comunque prodotti a tavolino, a incidere sulla mentalit\u00e0, sulla cultura e sulla vita della societ\u00e0 e della Chiesa. In occasione di uno dei convegni ecclesiali nazionali della Chiesa italiana, un interprete titolava il suo articolo, apparso in un importante quotidiano nazionale: \u00abE il verbo si fece carta!\u00bb. La consapevolezza dei limiti dei documenti veniva affermata con grande chiarezza dallo stesso documento di base e veniva ribadito nella lettera del 1988: \u00abResta tuttavia un traguardo da perseguire con decisione l\u2019orientamento fondamentale sotteso a tutto il <em>DB<\/em>: \u201cPrima sono i catechisti, poi i catechismi, anzi prima ancora le comunit\u00e0 ecclesiali\u201d; perch\u00e9 \u201ccome non e\u0300 concepibile una comunit\u00e0 cristiana senza una buona catechesi, cosi\u0300 non e\u0300 pensabile una buona catechesi, senza la partecipazione dell\u2019intera comunit\u00e0\u201d\u00bb (n. 2).<\/p>\n<p>Vale la pena allora cercare di disegnare l\u2019identikit del credente adulto, in modo da poter orientare la prassi pastorale verso scelte precise e coraggiose. Indicherei tre caratteristiche fondamentali della \u00abfede adulta\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Una fede adulta \u00e8 una \u00abfede sentita\u00bb<\/strong><\/p>\n<p>Se \u00e8 vero che si assiste a una deriva emozionale della fede cristiana e dell\u2019esperienza religiosa in genere, bisogna tuttavia anche sottolineare che raramente l\u2019emozione si tramuta in autentico sentimento, nell\u2019orizzonte di quel <em>sentire cum ecclesia<\/em>, caro a Ignazio di Loyola. Una pagina della <em>Simbolica<\/em> (1832) del grande teologo della prima generazione della <em>Katholische T\u00fcbinger Schule<\/em>, Johann Adam M\u00f6hler mi sembra particolarmente significativa a questo proposito. Prima di riflettere su alcuni passaggi di questo fondamentale testo, mi preme sottolineare, con A. P. Kustermann, come i teologi cattolici di Tubinga avevano piena coscienza di essere e di dover essere, proprio in quanto docenti universitari, \u00abmaestri pubblici e non sagrestani di una chiesa\u00bb. Qui si aprirebbe un importante capitolo sull\u2019essere adulto del teologo, laddove tale stato comporta il non essere pi\u00f9 sotto tutela, senza nulla togliere all\u2019ecclesialit\u00e0 del sapere della fede, che \u00e8 una delle strutture portanti della sua scientificit\u00e0. Di tutto la Chiesa e il mondo hanno bisogno, tranne che di teologi sacrestani!<\/p>\n<p>Veniamo al testo, in cui si esprime la \u00abfede sentita\u00bb, che il credente adulto deve far propria: \u00abIl cattolico circonda perci\u00f2 la Chiesa d\u2019una venerazione, d\u2019un amore e d\u2019una dedizione profonda; l\u2019idea di opporsi a lei e di combatterla ripugna a tutto il suo intimo, alla sua essenza pi\u00f9 profonda, e la provocazione di una separazione, che dissolve l\u2019unit\u00e0, \u00e8 per lui un delitto, davanti alla cui gravit\u00e0 il suo cuore vacilla e la sua anima trema\u00bb (\u00a7 37). Il credente adulto \u00e8 dunque, in primo luogo, operatore di pace e di unit\u00e0 della Chiesa, non solo non crea divisione e conflitto, ma neppure considera Chiesa il proprio gruppo, o, peggio, ritiene che il gruppo, movimento, associazione, congregazione, istituto\u2026 sia la Chiesa, anzi l\u2019unica Chiesa autentica. Ne consegue che il \u00absentire\u00bb non si esprime in primo luogo rispetto a un\u2019appartenenza particolare, ma all\u2019interno della comunit\u00e0 \u00abcattolica\u00bb, considerata nella sua struttura visibile, territoriale, concreta e universale allo stesso tempo. E qui il \u00absentire\u00bb si accompagna all\u2019\u00abimmaginare\u00bb, per cui essere cattolico \u00e8 \u00abfantastico\u00bb: \u00abLa fantasia del cattolico \u2013 scrive M\u00f6hler \u2013 non immagina niente di pi\u00f9 bello, e niente risulta pi\u00f9 gradevole ai suoi sentimenti dell\u2019idea di una compenetrazione armonica di innumerevoli spiriti, i quali, sparsi in tutta la superficie della terra, liberi in s\u00e9 e capaci di andare a destra e a sinistra, costituiscono tuttavia \u2013 salvaguardando ognuno le proprie peculiarit\u00e0 \u2013 una grande associazione fraterna, che favorisce reciprocamente la loro vita e rappresenta un\u2019idea, cio\u00e8 l\u2019idea della riconciliazione degli uomini con Dio, uomini che appunto per questo si sono riconciliati e sono divenuti una sola cosa anche tra loro (Ef 4,11-16)\u00bb (<em>ib.<\/em>). Il \u00absentire\u00bb del cristiano adulto dunque si rivolge alla Chiesa in s\u00e9, non a questo o quel gruppo, a questo o quel prete, a questo o quel papa. Si tratta quindi di sentirsi cattolici, ma dove sono pi\u00f9 i cristiani che si sentono tali? L\u2019affievolirsi o la scomparsa del sentirsi cattolici da parte dei fedeli laici richiede che si ponga seriamente la domanda circa le responsabilit\u00e0 del clero (preti e vescovi) nel determinarsi di tale situazione. E non si tratta solo delle punte di <em>iceberg<\/em> degli scandali sessuali ed economici che affliggono la Chiesa cattolica. Finch\u00e9 i piani pastorali non vengono sottoposti a rigorose verifiche anche in questo senso, resteranno lettera morta.<\/p>\n<p>Papa Francesco spesso insiste sulla necessit\u00e0 del coinvolgimento affettivo nell\u2019atto di fede. Nella catechesi all\u2019udienza generale del 12 febbraio scorso, commentando Mt 5,4, diceva: \u00abSi pu\u00f2 amare in maniera fredda? Si pu\u00f2 amare per funzione, per dovere? Certamente no. Ci sono degli afflitti da consolare, ma talvolta ci sono pure dei consolati da affliggere, da risvegliare, che hanno un cuore di pietra e hanno disimparato a piangere. C\u2019\u00e8 pure da risvegliare la gente che non sa commuoversi del dolore altrui\u00bb. A monte della commozione per il dolore altrui c\u2019\u00e8 la commozione della fede, in cui \u00e8 coinvolta in maniera non marginale l\u2019affettivit\u00e0 del credente.<\/p>\n<p><strong>Una fede adulta \u00e8 una \u00abfede pensata\u00bb<\/strong><\/p>\n<p>Una volta suscitata l\u2019emozione, trasformata in sentimento credente e risvegliata la commozione, il diventare adulto credente richiede l\u2019uso dell\u2019intelligenza e della ragione, ovvero l\u2019esercizio del pensiero. Qui si tratta del sapere della fede, ossia della teologia e della necessit\u00e0 di evitare le due forme di clericalismo che la affliggono e dalle quali prendere le distanze per giungere (chiss\u00e0 se alla mia generazione sar\u00e0 dato di parteciparvi!) a un\u2019autentica laicit\u00e0 della teologia. La prima, direi pi\u00f9 ovvia e immediata, forma di clericalismo consiste nel ritenere il sapere teologico riservato a quanti sono chiamati nella Chiesa a esercitare il ministero ordinato o, ma non sempre, vocati alla vita religiosa. In questa prospettiva la teologia viene (come ancora oggi accade) considerata come l\u2019insieme di discipline deputate a fornire l\u2019armamentario concettuale all\u2019esercizio del cosiddetto <em>munus docendi<\/em> proprio del clero. Al laicato si offrono percorsi che, con dicitura ambigua e a mio avviso del tutto fuorviante, si denominano di \u00abscienze religiose\u00bb. La seconda forma di clericalismo intende il termine in senso lato e si riferisce alla tentazione di rinchiudere il sapere teologico nelle istituzioni accademiche, isolandolo cos\u00ec dalla vita della Chiesa e del mondo, perpetrando una pericolosa frattura tra sapere teorico ed esercizio pratico, fra la fede pensata e la fede vissuta nella carit\u00e0 pastorale. La teologia chiamata a declericalizzarsi rispetto alla prima forma di clericalismo \u00e8 interpellata e provocata a riflettere sul proprio carattere autenticamente \u00abscientifico\u00bb e non solo in sede preliminare, laddove dicesi scienza una forma del sapere pubblico e strutturato, che sia in grado di esibire il proprio modello interpretativo del reale. Rispetto alla seconda forma di clericalismo, la teologia, pur col proprio imprescindibile radicamento accademico, \u00e8 chiamata a uscire dal proprio castello culturale per aprirsi alle altre discipline (vedi <em>Veritatis gaudium<\/em>) e alla citt\u00e0, ovvero al mondo, luoghi in cui esercitare la diaconia che le \u00e8 propria, quella della verit\u00e0 (vedi <em>Fides et ratio<\/em>). Nel primo orizzonte \u00e8 chiamata in causa la dimensione scientifica della teologia, nel secondo l\u2019orizzonte sapienziale, cui deve tendere per non cedere alla sempre incombente tentazione dell\u2019intellettualismo.<\/p>\n<p>Quanto possa nuocere l\u2019esercizio, pur generoso, di una fede non pensata viene alla ribalta nel film di Alice Rohrwacher, <em>Corpo celeste<\/em> (2011), dove la tredicenne Marta, rientrata a Reggio Calabria dalla Svizzera, si ritrova catapultata in una parrocchia, nella quale dovr\u00e0 ricevere il sacramento della confermazione, alle prese con una catechista, Santa (interpretata da un\u2019attrice non professionista), che scambia il catechismo per un concorso a quiz o un talk show e propone improbabili canti pop per la liturgia, e un prete, don Mario, vorace carrierista e procacciatore di voti alla politica locale. Interessante notare come il percorso dell\u2019adolescente incroci il suo menarca e che Marta incontrer\u00e0 il volto autentico del Cristo nelle parole di un anziano prete, don Lorenzo, relegato in una chiesa diroccata. Sar\u00e0 questo incontro a determinare la critica radicale al parroco e la messa in discussione del suo cattolicesimo convenzionale e tutt\u2019altro che interessato alla fede autentica. Troppo facile liquidare il messaggio di questo lavoro cinematografico, che raggiunge punte poetiche di gran valore, come una pura e semplice parodia del cattolicesimo meridionale e\/o calabrese; credo invece che vescovi, preti e catechisti abbiano molto da imparare da questa denuncia e dal suo esito.<\/p>\n<p>La diffidenza dei pastori, ai diversi livelli, verso il sapere della fede, con la conseguente rincorsa a libri facili e fruibili, ma di scarso contenuto speculativo e scientifico, fanno s\u00ec che risulti di grande attualit\u00e0 la denuncia che Antonio Rosmini rivolgeva all\u2019insufficiente istruzione del clero, nella II delle sue cinque piaghe (quella della mano destra del crocifisso). Del resto, il Roveretano doveva constatare che \u00abi chierici nostri sono tali, quali sono i nostri fedeli\u00bb. E, a proposito della loro formazione, aggiungeva: \u00abCerto, solo de\u2019 grandi uomini possono formare degli altri grandi uomini: e questo \u00e8 appunto un altro pregio dell\u2019educazione antica de\u2019 sacerdoti, che venia condotta dalle mani de\u2019 maggiori uomini che la Chiesa si avesse\u00bb. Ma quella qui espressa non \u00e8 solo nostalgia dei tempi antichi e in particolare dell\u2019et\u00e0 patristica. La denuncia, infatti, si carica di sorprendente attualit\u00e0, allorch\u00e9 osa sostenere: \u00abFurono inventati i <em>Seminarj<\/em> per provvedere alla decaduta educazione del clero, come furono inventati i catechismi per provvedere alla decaduta istruzione del popolo. Non si ebbe coraggio (e non era sperabile che lo si avesse) di ritornare allo stile antico che il vescovo personalmente formasse il suo popolo e il suo clero: si ritenne la massima di lasciare questi travagli al clero inferiore: pure ne\u2019 vescovi si dest\u00f2 la vigilanza, la disciplina ne guadagn\u00f2 immensamente, furono riformati i costumi, si vide risplendere uno zelo proprio di quella sfera limitata e in gran parte materiale di attivit\u00e0, dove il clero inferiore da qualche secolo \u00e8 circoscritto; ma non si trov\u00f2 pi\u00f9 l\u2019arte di dare alla Chiesa de\u2019 grandi uomini (bench\u00e9 Iddio ne desse da s\u00e9 di quando in quando alla Chiesa), de\u2019 sacerdoti che conoscessero la vastit\u00e0 della loro missione, che riguardassero la Chiesa nella sublime sua universit\u00e0 e grandezza, e che apparissero interiormente posseduti, dominati da quel sentimento del Verbo che formava il carattere de\u2019 sacerdoti primitivi; da quel sentimento, che assorbendo tutta l\u2019anima, la toglie al mondo transitorio, la fa vivere nell\u2019eterno, e dalle magioni eterne appunto le insegna a rapire un fuoco che \u00e8 atto di ardere la terra tutta\u00bb. La conclusione \u00e8 davvero sconfortante: \u00abSolo i grandi uomini, lo ripeto, valgono a formare uomini grandi; e per giudicare qual differenza v\u2019abbia fra\u2019 discepoli, basta paragonare insieme i maestri. Ahim\u00e8! da una parte stanno gli antichi vescovi, o certo uomini i pi\u00f9 insigni della Chiesa, e dall\u2019altra i giovani maestri de\u2019 nostri Seminarj! qual confronto!\u00bb (\u00a7 34).<\/p>\n<p>N\u00e9 manca la denuncia verso le pubblicazioni, facili e insulse, che hanno successo fra il clero e i laici, anche oggi, e sulle quali gli editori cattolici speculano alla grande, abbassando il livello culturale e teologico, che invece i tempi chiedono di tenere pi\u00f9 che alto: \u00abOr se a cos\u00ec piccoli uomini si affida l\u2019ammaestramento del clero, non \u00e8 maraviglia che questi, rimossi gli scritti de\u2019 santi e de\u2019 sapienti, adoperino a testo di loro lezioni de\u2019 piccoli libri, concinnati, come dicono ne\u2019 frontispizj, in uso della giovent\u00f9, da testicciuole loro pari. Imperocch\u00e8 tutto vuole essere proporzionato, tutto si chiama; e un difetto ne produce un altro: e cotesta magrezza e vanezza de\u2019 libri \u00e8 appunto cagione dell\u2019insufficienza di loro educazione. V\u2019hanno due maniere di libri. Alcuni sono libri classici, solenni, che contengono la sapienza del genere umano, scritti da\u2019 rappresentanti di questa sapienza: libri dove non \u00e8 nulla d\u2019arbitrario e di sterile, n\u00e9 nel metodo, n\u00e9 nello stile, n\u00e9 nella dottrina: dove non sono registrati solamente de\u2019 veri particolari, in una parola, dell\u2019erudizione; ma sono date le universali verit\u00e0, le dottrine feconde, salutari, dove l\u2019umanit\u00e0 ha trasfuso se stessa co\u2019 suoi sentimenti, co\u2019 suoi bisogni, colle sue speranze. Vi sono all\u2019incontro degli altri libri minuti e parziali, opere individuali, dove tutto \u00e8 povero, freddo; dove l\u2019immensa verit\u00e0 non comparisce che minuzzata, e in quella forma, in che una menticina l\u2019ha potuta abbracciare; e dove all\u2019autore spossato nella fatica del partorirla, non \u00e8 restato vigore d\u2019imprimere al libro altro sentimento che quello del suo travaglio, altra vita che quella di uno che sviene\u00bb (\u00a7\u00a7 36-37).<\/p>\n<p><strong>Una fede adulta \u00e8 una \u00abfede vissuta\u00bb<\/strong><\/p>\n<p>Il luogo in cui va vissuta la fede non \u00e8 la chiesa, tantomeno la parrocchia, il movimento, l\u2019associazione, ma il mondo: la citt\u00e0, la famiglia, il quartiere, il condominio, il paese, il posto di lavoro, il tempo libero. \u00c8 infatti nel mondo che il cristiano \u00e8 chiamato a testimoniare la propria fede. Sottolineo solo un aspetto e una delle fondamentali modalit\u00e0 di tale testimonianza. Con particolare riferimento al mondo del lavoro, credo sia oltremodo istruttivo riprendere, tra le altre, la lezione di Vittorio Bachelet, che evocavo all\u2019inizio. La stessa \u00abscelta religiosa\u00bb dell\u2019Azione cattolica, di cui fu protagonista, non doveva, n\u00e9 poteva essere interpretata e vissuta come una <em>fuga mundi<\/em> o un disimpegno sociale e civile, al contrario, veniva invocata per qualificarne il senso e la presenza. In particolare, diventa motivo di riflessione per l\u2019oggi la necessit\u00e0 di interpretare la propria professione e professionalit\u00e0 come luogo in cui santificarsi. E ci\u00f2 non pu\u00f2 essere demandato o delegato a qualche organizzazione ecclesiale particolare, ma deve riguardare tutti i battezzati. A tale luogo di santificazione, va aggiunto l\u2019impegno nella <em>polis<\/em>, col coinvolgimento diretto nelle sue diverse strutture ed espressioni, perch\u00e9 la <em>res publica<\/em> non sia in balia soltanto di corrotti e arrivisti, ma veda i credenti esporsi in prima fila, facendo tesoro anche del bagaglio culturale e teologico su cui si sono formati. N\u00e9 le nostre comunit\u00e0, i nostri vescovi e il clero possono esimersi dal chiedersi come mai in un Paese in cui, dall\u2019infanzia alla maturit\u00e0, molti partecipano all\u2019ora di religione, in cui diverse persone ascoltano le omelie (non solo la domenica, ma per esempio in occasioni particolari) o partecipano ad attivit\u00e0 di catechesi (specie in occasione dei sacramenti per i loro figli, spesso costretti da preti e catechisti zelanti) si debba registrare un diffuso analfabetismo religioso. Con quali criteri e percorsi formativi si scelgono catechisti e insegnanti di religione? Siamo di fronte a gravi responsabilit\u00e0, che vescovi e clero non possono ignorare n\u00e9 delegare.<\/p>\n<p>La maturit\u00e0 di una comunit\u00e0 credente si esprime nella sua capacit\u00e0 generativa. In fondo la Chiesa oggi \u00e8 chiamata a \u00abcustodire l\u2019umano\u00bb e a \u00abgenerare la fede\u00bb. N\u00e9 pu\u00f2 escludere uno di questi due fondamentali suoi compiti. Nel discorso alla curia romana del 21 dicembre 2019, papa Francesco \u00e8 stato oltremodo chiaro sui binari che dovr\u00e0 percorrere la riforma della curia: evangelizzazione e promozione umana (diremmo coi termini del Convegno ecclesiale italiano del 1976, restato lettera morta). Ma quella che dovr\u00e0 essere la riforma delle strutture centrali non pu\u00f2 non riguardare le singole comunit\u00e0 ecclesiali. E a proposito della ri-generazione cui \u00e8 chiamata la madre Chiesa, mi torna spesso in mente una scena particolarmente suggestiva del bel film di Ermanno Olmi, <em>Il villaggio di cartone<\/em> (2012), quando il vecchio prete, interpretato magistralmente da Michael Lonsdale (ma perch\u00e9 a interpellare sono quasi sempre gli anziani presbiteri?) depone sull\u2019altare il piccolo neonato, dato alla luce dalla giovane immigrata. Queste chiese diroccate o da diroccare (con Olmi siamo in Puglia), come quelle trasformate in musei, nelle quali si paga per entrare, ci ripetono, con papa Francesco alla curia, che \u00ab<em>Non siamo pi\u00f9 nella cristianit\u00e0<\/em>, non pi\u00f9\u00bb, ma forse proprio questa non-pi\u00f9-cristianit\u00e0 pu\u00f2 costituire il tempo e lo spazio per il cristianesimo autentico e favorire una fede adulta: sentita, pensata e vissuta.<\/p>\n<p>Giuseppe Lorizio, <em>docente di teologia fondamentale Pontificia Universit\u00e0 Lateranense<\/em><\/p>\n<p><em>(tratto da Orientamenti Pastorali, 3\/2020 &#8211; Edizioni Dehoniane Bologna. Tutti i diritti riservati)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giuseppe Lorizio Prendo spunto da due notizie, che mi hanno raggiunto mentre mi apprestavo a scrivere questa riflessione. 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