{"id":451,"date":"2017-04-30T08:51:49","date_gmt":"2017-04-30T06:51:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/?p=451"},"modified":"2017-07-26T11:00:14","modified_gmt":"2017-07-26T09:00:14","slug":"451","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/2017\/04\/30\/451\/","title":{"rendered":"Sport: corpo e spirito"},"content":{"rendered":"<h2><strong>Il senso dello sport tra fragilit\u00e0 e mito della perfezione*<\/strong><\/h2>\n<p>Tra i sintomi pi\u00f9 preoccupanti che ci fanno temere per lo stato di salute dello sport c\u2019\u00e8, a mio avviso, il diffondersi del doping amatoriale. Fenomeno che cresce di pari passo con quella che \u00e8 stata definita \u00abla cultura della pillola\u00bb, ovvero l\u2019idea che ogni forma di fragilit\u00e0 o di vulnerabilit\u00e0 \u2013 tanto fisica quanto psicologica \u2013 possa essere superata grazie ai progressi della tecnica farmaceutica. Da questo punto di vista il diffondersi del doping tra gli amatori deve essere colto come il sintomo di un malessere pi\u00f9 profondo, che riguarda l\u2019incapacit\u00e0 dell\u2019uomo di far pace con i propri limiti, nella persuasione, errata, che una vita realmente felice possa darsi solo grazie al superamento di ogni limite e alla rimozione di ogni forma di fragilit\u00e0.<\/p>\n<p>In questa mia breve riflessione prover\u00f2 a tenere assieme questi due diversi livelli di discussione: quello generale, che si interroga sul modo con cui le nostre societ\u00e0 affrontano il tema della fragilit\u00e0 e dei limiti, e quello pi\u00f9 particolare, che concerne specificatamene l\u2019ambito sportivo. La tesi che intendo sostenere riguarda non solo lo stretto legame tra queste due dimensioni ma, soprattutto, il contributo che un equilibrato (e maturo) approccio alla pratica sportiva pu\u00f2 offrire all\u2019educazione del cittadino.<\/p>\n<ol>\n<li><strong>Uno sguardo sulla filosofia del postumano<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p><strong>\u00a0<\/strong>L\u2019alba del terzo millennio ha registrato un crescente interesse nei confronti dei possibili effetti che la recente rivoluzione tecno-scientifica potr\u00e0 avere sull\u2019uomo. Vi \u00e8 infatti chi ritiene che il matrimonio tra genetica, nanotecnologia e robotica dischiuder\u00e0 scenari inediti per l\u2019umanit\u00e0; un\u2019umanit\u00e0 che, per come la conosciamo oggi, sarebbe destinata a tramontare. Il futuro, stando all\u2019opinione dei promotori della cosiddetta filosofia postumanista, promette infatti di vedere come protagonista l<em>\u2019uomo 2.0<\/em>, capace di prendere congedo da tutte quelle forme di fragilit\u00e0 e di finitudine che caratterizzano, attualmente, le nostre vite.<\/p>\n<p>Non \u00e8 questa la sede nella quale esporre, in modo dettagliato, caratteristiche e finalit\u00e0 del pensiero postumanista,<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a> \u00e8 sufficiente ricordare come questa etichetta aiuti a raccogliere una pluralit\u00e0 di autori accomunati dall\u2019idea secondo cui siamo ormai prossimi a un cambio di passo radicale che condurr\u00e0 ben oltre ci\u00f2 che oggi ci \u00e8 noto e familiare. Tali autori, ad esempio, reputano molto pi\u00f9 che probabile l\u2019ipotesi secondo la quale, entro pochi decenni, l\u2019uomo sar\u00e0 in grado di sconfiggere tutte le cause di morte, bloccare i processi di invecchiamento cellulare, potenziare indefinitamente le proprie capacit\u00e0 di <em>performance<\/em> fisiche e cognitive, porre sotto controllo il proprio mondo emotivo.\u00a0 La nuova umanit\u00e0 che sta per sorgere saprebbe auto-progettarsi a proprio piacimento attraverso l\u2019ingegneria genetica e potenziarsi grazie al connubio tra dimensione biologica e robotica.<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a><\/p>\n<p>Qui non intendo soffermarmi sulla plausibilit\u00e0 di tali scenari, quanto sugli impliciti culturali che alimentano una simile visione del futuro. Tre, in particolare, gli aspetti che meritano la nostra attenzione.<\/p>\n<p>Innanzitutto l\u2019accento posto sul tema della <em>performance<\/em> individuale, il cui incremento indefinito \u00e8 indicato come l\u2019obiettivo a cui dedicare tutte le energie disponibili. Maggiore salute, longevit\u00e0, memoria, forza, intelligenza, controllo del mondo emotivo. L\u2019elenco potrebbe certo proseguire, ma ci\u00f2 che qui vorrei evidenziare \u00e8 il primato riconosciuto all\u2019efficienza prestativa, individuato come unico criterio di valutazione della qualit\u00e0 di vita. L\u2019efficienza fisica e cognitiva \u2013 non soltanto ottimizzata rispetto agli <em>standard<\/em> attuali, ma quanto pi\u00f9 possibile potenziata e incrementata \u2013 diviene il paradigma con cui si misura la dignit\u00e0 di un\u2019esistenza.<\/p>\n<p>Da questo primo aspetto discende l\u2019identificazione del limite, della fragilit\u00e0, della vulnerabilit\u00e0 come altrettanti mali da rimuovere. Una volta che la \u00abvita riuscita\u00bb \u00e8 divenuta sinonimo di \u00abvita perfetta\u00bb \u00ad \u2013 efficiente e competitiva \u2013 tutti gli elementi difettivi della condizione umana appaiono esclusivamente come ostacoli lungo la via della piena realizzazione di s\u00e9. Non ci si deve sforzare di scorgere un senso o un valore nelle nostre fragilit\u00e0; esse sono solo mali che, come tali, possono o essere subiti o essere rimossi.<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a><\/p>\n<p>Conseguentemente, ed \u00e8 il terzo aspetto che vorrei sottolineare, prevale l\u2019idea che l\u2019individuo debba essere messo in condizione di espandere compiutamente se stesso, senza limitazioni al proprio diritto di autodeterminazione che non siano giustificate dagli uguali diritti altrui. Vi \u00e8 quindi un\u2019esaltazione del principio di autonomia, strettamente connessa a una concezione proprietaria del corpo e alla persuasione di poterne disporre liberamente. Avere occhi solo per l\u2019incremento indefinito delle <em>performance<\/em>, una sorta di idolatria dell\u2019autonomia individuale, e un profondo rifiuto dei tratti difettivi dell\u2019umano sono dunque, a mio avviso, i tratti caratteristici di quello che altrove ho definito come l\u2019arcipelago postumanista.<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>\u00a0Se siamo onesti \u00ad\u2013 al di l\u00e0 degli scenari, spesso fantascientifici, ai quali i filosofi postumanisti amano dedicarsi \u2013 non fatichiamo a riconoscere come i tratti sopra richiamati siano ben presenti gi\u00e0 nel contesto attuale delle nostre societ\u00e0. Basti pensare alla vita nascente, dove sempre meno accettata \u00e8 la possibilit\u00e0 di un figlio non perfettamente efficiente (mentre si diffonde il sogno di poter dotare le nuove generazioni di migliori capacit\u00e0 grazie all\u2019ingegneria genetica).<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a> Oppure all\u2019imporsi di un\u2019idea di mercato inteso esclusivamente come massimizzazione del profitto e ottimizzazione dei processi produttivi, quali che siano le conseguenze per i meno dotati o i meno fortunati. O, ancora, al moltiplicarsi delle rivendicazioni individuali, che hanno portato alcuni autori a ritenere che dopo aver conosciuto <em>l\u2019et\u00e0 dei diritti<\/em> celebrata da Bobbio, siamo entrati ora nell\u2019<em>et\u00e0 delle pretese.<\/em><a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>\u00a0In generale, oggi si fa sempre pi\u00f9 condivisa l\u2019idea che la riuscita personale sia una questione privata, fatta di risultati conseguiti grazie alle proprie capacit\u00e0 e alle proprie forze. Una sfida che si deve poter essere liberi di affrontare in piena autonomia. \u00abRiuscire\u00bb sembra diventata una voce del verbo vincere; con la conseguenza che i vinti vengono progressivamente esclusi dal gioco sociale. Quando l\u2019efficienza e la massimizzazione dei risultati in termini prestativi diventano gli unici parametri coi quali valutare la qualit\u00e0 delle nostre vite, inevitabilmente tutti coloro che non possono garantire tali <em>standard<\/em> vengono messi ai margini. Quando vincere \u00e8 l\u2019unica cosa che conta, non c\u2019\u00e8 spazio per i meno dotati, per coloro che si sarebbero accontentati di partecipare soltanto.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li><strong> Lo spirito del postumanesimo nello sport contemporaneo<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Quanto descritto finora a proposito del movimento postumanista trova preoccupanti riscontri nello sport contemporaneo. Nello sport d\u2019<em>\u00e9lite<\/em>, innanzitutto, dove si tende a dare per scontato che il fine del gioco sia esclusivamente il conseguimento del massimo risultato possibile. Ormai \u00e8 sempre pi\u00f9 frequente sentir descrivere sport professionistico nei termini di sistema spettacolare che vive di elevate prestazioni, fuori <em>standard<\/em> per definizione, nella costante ricerca del record. L\u2019essenza dello sport, si sostiene, consiste nel mostrare il meglio dell\u2019uomo, ovvero il massimo grado prestazionale a cui il nostro coraggio e il nostro ingegno sanno farci giungere. Questo, si afferma, \u00e8 quanto il pubblico si attende e, in fondo, \u00e8 ci\u00f2 che rende lo sport cos\u00ec appassionante; ed \u00e8 ci\u00f2 che chiediamo ai professionisti, pagati proprio per garantire tali prestazioni. Sulla base di simili considerazioni, vi \u00e8 chi si \u00e8 fatto promotore di un vero e proprio \u00abdiritto al doping\u00bb, nella convinzione che lo sportivo debba poter essere messo nelle condizioni di sfruttare tutti i risultati tecnici in grado di migliorarne le <em>performance<\/em> agonistiche e, altro aspetto non banale, nella persuasione che ciascuno, soprattutto un professionista, debba poter essere libero di assumersi i \u00abrischi d\u2019impresa\u00bb che reputa soggettivamente accettabili.<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]\u00a0<\/a>Come accennato all\u2019inizio, tuttavia, ci\u00f2 che ai miei occhi suscita maggiore preoccupazione non \u00e8 tanto la diffusione del doping tra i professionisti, n\u00e9 che qualcuno (sconsideratamente) ne invochi la liberalizzazione. Ci\u00f2 che ritengo allarmante \u00e8 l\u2019espandersi del fenomeno tra gli amatori, tra coloro che sono ben lontani dalle massime prestazioni possibili o dalla necessit\u00e0 di vincere per non perdere ingaggi importanti. Mettere seriamente a rischio la propria salute per battere il compagno d\u2019ufficio, assumere un gran numero di farmaci per non rinunciare a una gara, preferire l\u2019imbroglio a una serena accettazione del tempo che passa o della propria imperfezione \u00e8 qualcosa che deve far riflettere. \u00c8, per l\u2019appunto, il sintomo di un\u2019incapacit\u00e0 diffusa di trovare un senso, anche sportivo, alle nostre fragilit\u00e0. Pone in evidenza la persuasione diffusa secondo cui, nello sport come nella vita, conti solo la vittoria, e che tutto ci\u00f2 che consente di conseguirla \u00e8, alla fin fine, ritenuto accettabile. Anche perch\u00e9, parallelamente, si diffonde l\u2019idea che per gli sconfitti, nello sport come nella vita, non ci sia spazio. Se il mio valore si misura esclusivamente in termini di risultati, quando questi non arrivano secondo le mie aspettative, importa poco ch\u2019io abbia dato il massimo, che mi sia impegnato, che abbia messo a frutto le mie potenzialit\u00e0. Se perdo mi identifico completamente col risultato: se perdo <em>sono<\/em> un perdente.<\/p>\n<p>Vi \u00e8 un\u2019ulteriore conseguenza che deriva dall\u2019idea che, nello sport, vincere sia l\u2019unica cosa che conta: il passaggio da una logica ludica a una logica bellica. In guerra, infatti, tutto \u00e8 permesso, perch\u00e9 ci\u00f2 che conta \u00e8 solo imporre la propria superiorit\u00e0 sul nemico. Vince chi elimina l\u2019altro, conquistandone il territorio. L\u2019annichilimento dell\u2019avversario \u00e8 il fine a cui tendere. Ma tutto questo, a ben guardare, \u00e8 la negazione esatta dello spirito sportivo. All\u2019interno della pratica sportiva, infatti, l\u2019avversario \u00e8 colui che non pu\u00f2 essere eliminato, pena la fine del gioco. L\u2019avversario \u00e8 piuttosto il compagno di viaggio, colui che mi consente, sfidandomi, di esprimere al meglio il mio potenziale. Senza di lui sarei pi\u00f9 povero, non pi\u00f9 ricco, poich\u00e9 con la sua assenza verrebbe meno il gioco stesso. A questa distorsione della logica agonistica, a mio avviso, \u00e8 riconducibile anche il moltiplicarsi di fenomeni di violenza che caratterizzano lo sport moderno. Troppo spesso, infatti, il tifoso della squadra avversaria non \u00e8 visto come l\u2019equivalente, fuori dal campo, di quello che dovrebbe essere semplicemente il competitore in campo ma, ancora una volta, come il nemico da vincere e sul quale affermare la propria supremazia.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li><strong> Riscoprire il senso dello sport<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Per arginare questi fenomeni non \u00e8 sufficiente il ricorso alle sole politiche repressive. Se, come ho provato a mostrare, all\u2019origine dei problemi c\u2019\u00e8 il diffondersi di un paradigma culturale tutto proteso a tessere le lodi dei vincenti, a celebrare il valore dell\u2019autonomia individuale e incapace di scorgere il senso umano della fragilit\u00e0 e dei limiti, allora la battaglia deve essere anche e soprattutto culturale. Tale battaglia deve iniziare riappropriandoci del significato autentico del gioco agonistico, che, come suggerisce l\u2019etimologia latina (<em>cum-petere<\/em>), \u00e8 un incontrarsi cercando-assieme e non solo uno scontarsi contendendosi la vittoria. \u00c8 spazio del \u00abnoi\u00bb prima che dell\u2019\u00abio\u00bb. Per tale ragione, un\u2019attenzione sproporzionata al tema dell\u2019autonomia individuale rischia di far perdere di vista la natura strutturalmente intersoggettiva del gioco competitivo, all\u2019interno del quale non si confrontano individui irrelati, ma con-correnti, che sono tali in quanto appartenenti alla comunit\u00e0 dei giocatori; comunit\u00e0 che li precede, che li ha accolti e formati all\u2019interno di tradizioni, norme e consuetudini.<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a> Il gioco istruisce una serie di relazioni interpersonali vincolanti che implicano doveri reciproci di lealt\u00e0, correttezza, solidariet\u00e0, ecc. La libert\u00e0 del gioco si esprime dunque all\u2019interno di vincoli che chiedono di essere riconosciuti e protetti, segnalando una sorta di anteriorit\u00e0 dei doveri (assunti) rispetto ai diritti (rivendicati). Desiderare una maggiore libert\u00e0 d\u2019azione a fronte di una contrazione dei vincoli reciproci \u00e8 dunque l\u2019esatto opposto dello spirito del gioco; \u00e8 ci\u00f2 che lo mortifica, non ci\u00f2 che ne esalta la bellezza.<\/p>\n<p>In secondo luogo va valorizzato il legame tra sport e pace, valore custodito dai vincoli che impediscono al conflitto agonistico di tramutarsi in guerra. Da questo punto di vista la pratica sportiva, laddove vissuta con equilibrio, offre un prezioso contributo alla formazione del cittadino mostrando, nel concreto di un\u2019esperienza di vita piacevole e coinvolgente, come le differenze, scontrandosi, non siano destinate a degenerare in conflitti insanabili. Al contrario, imparando a riconoscersi e a farsi spazio, mediando il valore vittoria con i molti valori in gioco, impariamo come le differenze possano essere generative di novit\u00e0 e di ricchezza. Lo sport, a mio avviso, non deve essere considerato come una rappresentazione simbolica del conflitto bellico ma, per le ragioni sin qui esposte, la sua alternativa e un allenamento alla mediazione adulta (civile, umana) dei conflitti tra i diversi. In terzo luogo vale la pena di ricordare che lo sport nasce come istituzionalizzazione del gioco competitivo, ovvero un tipo di pratica che volutamente prova a conseguire scopi non necessari attraverso mezzi inefficaci con l\u2019unico scopo di far conoscere all\u2019uomo i suoi limiti reali. Un modo per mettersi alla prova, sentirsi capace e godere della soddisfazione di farcela.<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a> \u00a0Vincere \u00e8 indubbiamente lo scopo a cui \u00e8 orientata la pratica sportiva; del resto cosa fare per conseguire la vittoria, e attraverso quali modalit\u00e0, sono le prime regole che vengono stabilite quando si inizia un gioco. Tuttavia vincere non \u00e8 l\u2019unica finalit\u00e0 del gioco, poich\u00e9 nella sfida dell\u2019avversario ci\u00f2 che si ricerca \u00e8 il gusto della soddisfazione personale.<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a> Soddisfazione che nasce anche dall\u2019aver espresso al meglio il proprio potenziale, magari scoprendosi migliori di quanto si pensava d\u2019essere (per quanto non sufficientemente forti da battere un avversario pi\u00f9 dotato). Lo sport \u00e8 un modo per conoscersi, sfidandosi reciprocamente e stimolandosi a dare il meglio di s\u00e9. Ridurre tutto a una questione di record e di massima <em>performance<\/em> possibile svilisce il potenziale educativo dello sport, il cui insegnamento pi\u00f9 prezioso consiste proprio nell\u2019imparare a distinguere tra i limiti che ci sfidano e che siamo invitati ad affrontare con coraggio, e quelli che, invece, ci appartengono e ci descrivono, coi quali dobbiamo imparare a far pace.<\/p>\n<p>Il senso (adulto) dell\u2019agonismo sportivo, dunque, non \u00e8 riducibile a una astratta tensione alla perfezione; non \u00e8 tanto una questione di frontiere da superare, quanto di confini da esplorare.<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a> Proprio per questo limiti e fragilit\u00e0 non sono un problema; essi delimitano semplicemente il perimento entro il quale si gioca la nostra capacit\u00e0 di metterci alla prova. Si pensi agli atleti paralimpici: in molti casi, da un punto di vista prestazionale, essi non hanno le stesse potenzialit\u00e0 dei colleghi normodotati; tuttavia ci\u00f2 non rende le loro sfide meno avvincenti. Il gioco non ha paura della fragilit\u00e0 perch\u00e9 non ha paura delle differenze. Ci\u00f2 che esso promuove \u00e8 la scoperta delle differenze e la celebrazione delle eccellenze, che non sono solo quelle testimoniate dai vincitori, ma altres\u00ec di coloro che, con tenacia, non demordono e non si scoraggiano, che con dignit\u00e0 non si lasciano abbattere, che con onest\u00e0 sanno onorare chi si \u00e8 dimostrato pi\u00f9 forte. Proprio per questo lo sport pu\u00f2 rappresentare una spettacolare palestra di cittadinanza inclusiva, allenando i valori dell\u2019integrazione, dell\u2019impegno, della solidariet\u00e0 e della giustizia. <a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a><\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li><strong> Concludendo<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>L&#8217;insegnamento pi\u00f9 bello che lo sport ci regala concerne il legame tra libert\u00e0 e regole. Nel gioco, infatti, non si \u00e8 liberi <em>dalle<\/em> regole, ma <em>grazie alle<\/em> regole (purch\u00e9, chiaramente, queste siano regole buone, ovvero umanamente sensate). E questo legame tra libert\u00e0 e regole \u2013 questo scorgere che la libert\u00e0 non \u00e8 soltanto uno slegarci da ci\u00f2 che ci ostacola, ma anche un sapersi legare a ci\u00f2 che ci mette in condizione di esprimerci appieno \u2013 ci consente di cogliere il volto esigente della libert\u00e0. Essa infatti, laddove capace di esprimersi nella sua forma pi\u00f9 matura, non pu\u00f2 esprimersi che all\u2019interno di vincoli di reciprocit\u00e0. Ad abitare lo spazio del gioco, come ricordato, non \u00e8 mai un individuo isolato, perch\u00e9 per competere bisogna essere almeno in due. Per questo la libert\u00e0 che sperimentiamo nell\u2019attivit\u00e0 sportiva dovrebbe sempre accompagnarsi a un senso di responsabilit\u00e0 nei confronti di quello \u00abspazio del noi\u00bb che solo pu\u00f2 permetterci di praticare \u2013 assieme, per quanto l\u2019uno contro l\u2019altro \u00ad\u2013\u00a0ci\u00f2 che appassiona entrambi.<\/p>\n<p>Luca Grion, <em>docente di filosofia morale presso l\u2019universit\u00e0 di Udine, presidente dell\u2019istituto Jacques Maritain<\/em><\/p>\n<p><em>* (tratto dal dossier &#8220;Sport: corpo e spirito&#8221;, in Orientamenti Pastorali n.4\/2017, EDB, Bologna 2016. Tutti i diritti riservati)<\/em><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Per una rapida introduzione all\u2019argomento rimando al mio <em>Chi ha paura del postumano? Breve vademecum all\u2019umanit\u00e0 2.0<\/em>, disponibile on line all\u2019indirizzo: http:\/\/disf.org\/editoriali\/2014-03. Per un approfondimento pi\u00f9 dettagliato rimando a L. Grion (a cura di), <em>La sfida postumanista. Colloqui sul significato della tecnica<\/em>, il Mulino, Bologna 2012.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Cf. P. Benanti, <em>The cyborg: corpo e corporeit\u00e0 nell\u2019epoca del post-umano<\/em>, Cittadella Editrice, Assisi 2012.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Cf. A. Aguti (a cura di), <em>La vita in questione. Potenziamento o compimento dell\u2019essere umano?<\/em>, La Scuola, Brescia 2011.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Cf. L. Grion, <em>Persi nel labirinto. Etica e antropologia alla prova del naturalismo<\/em>, Mimesis, Udine-Milano 2012.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> M. Sandel, <em>Contro la perfezione. L\u2019etica nell\u2019era dell\u2019ingegneria genetica<\/em>, Vita e pensiero, Milano 2008.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Cf. V. Possenti, <em>Diritti umani. L\u2019et\u00e0 delle pretese<\/em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017.<\/p>\n<h5><strong><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a>\u00a0 Sulle ragioni \u00abpro\u00bb e \u00abcontro\u00bb il doping rimando a L. Grion, <em>D<\/em><em>oping: una questione di immaturit\u00e0<\/em>, disponibile on line all\u2019indirizzo https:\/\/endoxai.net\/2016\/07\/21\/doping-una-questione-di-immaturita. Sulla pervasivit\u00e0 del fenomeno doping si veda S. Donati, <em>Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte<\/em>, Gruppo Abele, Torino 2012..<\/strong><\/h5>\n<p><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> Cf. A. MacIntyre, <em>Dopo la virt\u00f9.<\/em> <em>Saggio di teoria morale<\/em>, Feltrinelli, Milano 2007.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a> Cf. B. Suit, <em>The Grasshopper. Games, life and utopia<\/em>, University of Toronto press, Toronto 1978, 41.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a> Cf. P. Trabucchi, <em>Ripensare lo sport. Come (e perch\u00e9) utilizzare lo sport per sviluppare le potenzialit\u00e0 di ogni persona<\/em>, FrancoAngeli, Milano 2003.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a> Per un approfondimento di questi aspetti rimando a L Grion, \u00abQuando vincere non \u00e8 tutto. Il potenziale educativo dello sport\u00bb, in <em>Aggiornamenti sociali<\/em>, novembre 2016, 757-765.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a> Per un approfondimento rispetto a questi temi rimando a L. Grion (a cura di), <em>L\u2019arte dell\u2019equilibrista. La pratica sportiva come allenamento del corpo e formazione del carattere<\/em>, Edizioni Meudon, Trieste 2015.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il senso dello sport tra fragilit\u00e0 e mito della perfezione* Tra i sintomi pi\u00f9 preoccupanti che ci fanno temere per lo stato di salute dello &#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":456,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_links_to":"","_links_to_target":""},"categories":[29],"tags":[],"class_list":["post-451","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-articoli-schede"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/451","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=451"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/451\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":460,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/451\/revisions\/460"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/media\/456"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=451"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=451"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=451"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}