{"id":4311,"date":"2026-05-30T21:44:22","date_gmt":"2026-05-30T19:44:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/?p=4311"},"modified":"2026-06-01T12:14:00","modified_gmt":"2026-06-01T10:14:00","slug":"un-vecchio-documento-piuttosto-giovane","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/2026\/05\/30\/un-vecchio-documento-piuttosto-giovane\/","title":{"rendered":"Un \u00abvecchio\u00bb documento piuttosto giovane?"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #000000;\">* Stella Morra<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Davvero vale la pena di interrogarsi sull\u2019attualit\u00e0 di <em>Apostolicam actuositatem<\/em>? In fondo si tratta di un documento che per alcuni aspetti, impostazioni o linguaggi era sembrato gi\u00e0 troppo prudente e un po\u2019 \u00abvecchio\u00bb allora, nel 1965\u2026 ora sono passati 60 anni, e non sessant\u2019anni qualsiasi: i primi computer PC standard sono stati venduti nel 1981 e i primi cellulari nel 1983 e quelli di allora oggi ci sembrano preistorici ed enormi; c\u2019erano ancora il Muro di Berlino e la Cortina di ferro; e cos\u00ec via. Il mondo, la Chiesa e le persone sono profondamente cambiati, il modo di vivere (neppure si parlava allora di migrazioni, pochi ricchi prendevano l\u2019aereo) non \u00e8 quasi pi\u00f9 riconoscibile.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Eppure, sono convinta che non solo valga la pena di riprendere in mano questo documento, ma ancora di pi\u00f9 che l\u2019<em>AA<\/em> non ci abbia ancora offerto fino in fondo i suoi frutti migliori.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><strong> Premessa<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Prima di tutto, sono necessarie due premesse che ritengo abbastanza importanti.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La prima \u00e8 questa: si nomina spesso una questione da cui per\u00f2, forse, non sappiamo trarre le conseguenze concrete e ultime, e che diventa dunque un puro esercizio di retorica. Si tratta del carattere <em>incipitale<\/em> di Vaticano II: carattere <em>incipitale<\/em> significa consapevolmente caratterizzare s\u00e9 stessi come un inizio, con la consapevolezza di non chiusura delle questioni affrontate. Dunque, dare a s\u00e9 stessi come obiettivo non una trattazione esatta, equilibrata e completa, ma piuttosto cercare una armonia provvisoria che rilanci e renda possibile una strada futura.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Intendo dire che il Vaticano II, in un certo senso, si proponeva, e gli anni successivi hanno dimostrato storicamente, un carattere di \u00abinizio di processi\u00bb, come avrebbe detto papa Francesco. Non un carattere conclusivo, n\u00e9 dal punto di vista teologico n\u00e9 pratico, ma di ripensamento e di creazione di spazio di possibilit\u00e0 perch\u00e9 le chiese viventi potessero trovare le strade e le pratiche necessarie.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Si era consapevoli di essere in un tempo che avrebbe portato grandi cambiamenti (va detto che in realt\u00e0 non si immaginava quanti e come sarebbero stati) ma ancora si avevano pochissimi strumenti concettuali, pratici e culturali adatti a qualcosa di cui nemmeno si comprendeva la portata. Certo, c\u2019era qualche esperimento in Europa, come in Francia la <em>Nouvelle th\u00e9ologie<\/em>, o i vari movimenti biblici, liturgici ed ecumenici, che non a caso sono sempre citati come <em>humus<\/em> esattamente in cui il Concilio ha potuto svilupparsi.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Tutto questo fermento \u00e8 stato certamente molto importante, ma ancora assolutamente minoritario nella vita quotidiana delle chiese, che in fondo erano ancora molto strutturate e vivevano come negli anni \u201850. Non bisogna affrontare la ricezione del Vaticano II attraverso il dibattito tra ermeneutica della continuit\u00e0 ed ermeneutica della rottura. In realt\u00e0, si tratta di un falso dibattito (una lettura controversistica assai anacronistica), perch\u00e9, almeno secondo la mia tesi, il carattere del Concilio e dei suoi documenti \u00e8 <em>incipitale<\/em>: non si tratta n\u00e9 di continuit\u00e0 n\u00e9 di rottura, ma di un\u2019operazione estremamente coraggiosa che, nei 60-70 anni che ci dividono da quell\u2019evento, non abbiamo pi\u00f9 fatto, purtroppo.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u00c8 l\u2019intuizione di un cambiamento, con il coraggio di lasciar libere le briglie e lo Spirito per intercettarlo (e possibilmente governarlo), anche se con un grande senso di insicurezza e consapevoli di avere strumenti molto limitati. Tutto ci\u00f2 che \u00e8 seguito al Vaticano II, gli anni anche duri, pieni di discussioni, polemiche e apparenti separazioni, inseriti in un contesto mondiale come il \u201968, e i mutamenti successivi, non ha scalfito questa intuizione originaria: quella di dare spazio alla novit\u00e0, di provare a capirla e, per quanto possibile, orientarla. In questo senso, purtroppo, questa operazione non \u00e8 pi\u00f9 stata fatta.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Mi sembra di poter dire, in modo semiserio, che forse non ci crediamo fino in fondo, forse per mancanza di fede o comunque perch\u00e9 abbiamo avuto paura. La crisi degli anni \u201880 ha segnato questo passaggio: l\u2019attenzione sui temi dell\u2019identit\u00e0, le questioni di ermeneutica della continuit\u00e0 e della rottura, e i movimenti tradizionalisti, le sette, e altri problemi, hanno innescato meccanismi distanti dalla logica interna del Concilio. La questione della sinodalit\u00e0, in questo senso, riprende il filo da dove si era interrotto: ricominciare a intercettare la novit\u00e0 con il suo carattere <em>incipitale<\/em>, cio\u00e8 senza bloccarla n\u00e9 giudicarla subito, ma assumendola cercando di essere co-protagonisti del cambiamento, anche se non abbiamo tutti gli strumenti, n\u00e9 oggettivi n\u00e9 soggettivi. Non abbiamo le categorie adeguate, n\u00e9 sociali, n\u00e9 culturali, n\u00e9 teologiche, per affrontare questa novit\u00e0, la nostra teologia, il linguaggio, sono insufficienti, datati, legati a paradigmi superati. Ma abbiamo fiducia nello Spirito Santo e nel Signore della storia e dunque possiamo correre il rischio.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La seconda premessa riguarda il caso specifico di <em>AA<\/em>, che richiede un doppio coraggio: bisogna riscoprirla, anche sessant\u2019anni dopo, perch\u00e9 \u00e8 uno dei documenti pi\u00f9 coraggiosi del Vaticano II, anche se il suo linguaggio sembra tra i pi\u00f9 invecchiati. Immaginare un laicato come quello che oggi consideriamo normale, sembra stridente a leggere <em>AA<\/em>; io stessa, teologa, donna e insegnante a seminaristi, preti e futuri vescovi, sono un esempio di un laicato totalmente conscio della propria soggettivit\u00e0 battesimale, competente e attivo nella Chiesa: non era davvero immaginabile allora. <em>AA<\/em> usa ancora un linguaggio e immagini di un laicato che sembra quello dell\u2019Opera dei Congressi (1874), anche il termine stesso \u00ab<em>Apostolicam actuositatem<\/em>\u00bb, oggi assai meno usato, contiene comunque intuizioni fondamentali rispetto a quanto sta mettendo in gioco <em>Lumen gentium<\/em>. \u00c8 uno sforzo <em>incipitale<\/em>, con limiti che oggi riconosciamo bene, ma che aiuta a chiederci: quali strumenti abbiamo oggi per realizzare ci\u00f2 che <em>AA<\/em> ha intravisto, ma non poteva indicare fino in fondo senza strumenti adeguati? Come possiamo superarla radicalmente proprio per esservi fedeli e recepirla? \u00c8 un documento emblematico di questa situazione: da un lato, uno dei pi\u00f9 \u00abinvecchiati\u00bb, con un certo tono paternalistico sul laicato; dall\u2019altro, e contemporaneamente, un\u2019intuizione profonda che ci invita a ripartire.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><strong> Alcune sottolineature<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Prima sottolineatura importante: il nodo\/snodo del popolo di Dio. <em>AA<\/em> si pu\u00f2 capire solo nella logica ampia del popolo di Dio. Ma questo termine, oggi molto normalmente usato, ha una storia complessa e spesso confusa. A livello teologico, indica sia tutti i battezzati \u2013 preti, vescovi, laici \u2013 sia, in senso pi\u00f9 marginale, i poveri, i pi\u00f9 fragili di una entit\u00e0 umana: popolare viene a significare semplice, non colto, depauperato (infatti, quando diciamo popolo di Dio, a volte vuol dire \u00abtutti\u00bb e a volte vuol dire \u00abi laici\u00bb). La ricezione sudamericana del Concilio ha interpretato bene questa questione: il popolo indica la dignit\u00e0 comune di tutti, sotto lo stesso segno di cittadinanza e eguaglianza davanti a Dio, santi e familiari di Dio. Ma questa dignit\u00e0 si verifica (cio\u00e8 si rende vera e sperimentabile) progressivamente nella storia, e si deve verificare sulla parte pi\u00f9 povera, cio\u00e8 sui pi\u00f9 deprivati. Anche nel linguaggio comune \u00abpopolo, popolare\u00bb ha questa doppia valenza: una identit\u00e0 di un gruppo, ma insieme la parte pi\u00f9 \u00abbassa\u00bb di quella identit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Se raccogliamo nel nostro ragionamento la feconda recezione sudamericana, dovremmo dire che quello che vale per i laici definisce la natura del popolo di Dio come un tutto e solo se vale per i laici assume credibilit\u00e0 per tutti. \u00c8 importante ricordare, ad esempio, che i discepoli missionari sono coloro che rendono \u00abvera\u00bb l\u2019attivit\u00e0 degli apostoli; senza di loro, questa attivit\u00e0 non avrebbe senso. Non come fondamento di autorit\u00e0, ma come esperienza storicamente visibile e vivibile.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Da questa idea possiamo ripartire: la sinodalit\u00e0 mira a rendere strutturale questa verifica, ad esserne il luogo materiale; cio\u00e8 mira a far s\u00ec che la verit\u00e0 dell\u2019annuncio evangelico \u2013 non solo l\u2019attenzione ai poveri come un tema fra gli altri, ma come sostanza teologica della stessa natura della Chiesa come identit\u00e0 che si compie e si verifica \u2013 sia continuamente verificata sulla parte pi\u00f9 debole e marginale.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Secondo nodo\/snodo: cosa abbiamo noi oggi in pi\u00f9 rispetto ad <em>AA<\/em>? Non necessariamente si tratta di vantaggi, ma dobbiamo domandarci quali strumenti e quali fatiche diverse abbiamo per far fruttare fino in fondo ci\u00f2 che ci \u00e8 consegnato per l\u2019oggi. Per esempio, oggi abbiamo elaborato una distanza critica rispetto agli anni \u201960, anche grazie alla ricezione di altre chiese e ai mutamenti sociali, come la secolarizzazione e l\u2019indifferenza. Abbiamo operato una distinzione e articolazione tra formazione e studio: e sappiamo che oggi serve pi\u00f9 studio, cio\u00e8 la capacit\u00e0 di capire e di ragionare, trovare nuove categorie interpretative e nuovo pensiero critico, pi\u00f9 che una semplice formazione catechistica. Questo \u00e8 importante, perch\u00e9 sperimentiamo la frustrazione di molte persone, anche adulti, che hanno fatto tanti anni di catechismo e si sentono comunque persi e incapaci di una reale capacit\u00e0 critica sulla fede o sulla vita, e dunque di non avere la possibilit\u00e0 di parola condivisa.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Inoltre, in questi settant\u2019anni, abbiamo imparato che non tutto \u00e8 cos\u00ec urgente come sembrava. Le urgenze di qualche decennio fa \u2013 come le crisi, le emergenze, le questioni drammatiche \u2013 spesso non sono pi\u00f9 tali. Non tutto deve essere affrontato subito; possiamo e dobbiamo imparare a vedere il quadro pi\u00f9 ampio, a non inseguire ogni emergenza come se fosse l\u2019ultima spiaggia. La pandemia, per esempio, ha fermato molte cose, ma ha anche fatto emergere nuovi modi di fare comunit\u00e0 e di vivere la fede. La stessa idea di crisi epocale si \u00e8 affievolita: chi oggi ha meno di quarant\u2019anni sa che il senso di fine di un\u2019epoca \u00e8 gi\u00e0 alle nostre spalle, siamo ormai in territorio sconosciuto, e l\u2019unica cosa chiara \u00e8 che indietro non si torna.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Terzo nodo\/snodo, le resistenze nella Chiesa. Chi decide \u00e8 spesso ancora \u00abboomer\u00bb, i cinquantenni e i sessantenni che, il pi\u00f9 delle volte, non danno una grande prova di elasticit\u00e0 e di lasciare spazio ad altri (lo dico con coscienza di causa: sono tra quelli\u2026 rimaniamo convinti di aver vissuto un\u2019epoca eroica e di aver capito tutto o quasi\u2026). La resistenza, come ostinazione prerazionale, \u00e8 difficile da smantellare, proprio come convincere un fobico che la sua paura non ha senso: la ragione non basta, perch\u00e9 le resistenze sono radicate in dimensioni emozionali o culturali profonde. Non si pu\u00f2 pretendere che tutti siano pronti a cambiare solo perch\u00e9 cerchiamo di spiegare bene. La nostra generazione, cresciuta con molti ragionamenti razionali (e altrettante illusioni), ha una fiducia eccessiva nel fatto che basta spiegarsi per convincere. Ma questa fiducia \u00e8 illusoria: come si pu\u00f2 vedere nell\u2019esperienza, molti non cambiano anche se conoscono bene i motivi. Le resistenze al laicato poi sono potenti. La maggior parte dei preti non dice \u00abi laici non hanno diritto di\u2026\u00bb, ma spesso sono paternalisti, irrispettosi, e lo sono inconsapevolmente. Offendono senza rendersi conto; se ne fossero consapevoli, cambierebbero atteggiamento, ne sono convinta. La questione delle pratiche \u00e8 collegata a questo: anche i migliori, a volte, usano pratiche violente, fino all\u2019abuso, che \u00e8 purtroppo molto diffuso, specie nella forma dell\u2019abuso di potere o di coscienza. In un mondo che non sacralizza pi\u00f9 queste pratiche, le persone semplicemente e silenziosamente se ne vanno, si spostano, cambiano parrocchia o smettono di andare a messa. Come vincere le resistenze reali e pratiche a continuare a considerare i laici collaboratori nella Chiesa e no, quali sono, corresponsabili?<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><strong> Per (non) concludere<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Una piccola osservazione che pu\u00f2 sembrare quasi spirituale, ma che in realt\u00e0 \u00e8 l\u2019anima vera della trasformazione necessaria: Ges\u00f9, il vivente risorto ci precede in Galilea (la Galilea delle genti, dei pagani), cio\u00e8 l\u00e0 dove la vita vera e normale si svolge. La \u00abmateria\u00bb pi\u00f9 importante del quasi-sacramento che la Chiesa \u00e8, questa materia \u00e8 la vita delle persone, che ormai spesso non sta pi\u00f9 nelle chiese, ma semplicemente altrove, nelle molte Galilee che abitiamo tutti. La domanda da porci dunque \u00e8: perch\u00e9 dobbiamo sforzarci di portare \u00abdentro\u00bb questa vita, sprecando energie, quando basta uscire e andare l\u00e0 dove la vita si vive davvero? La Chiesa, come ha detto Francesco, \u00e8 chiamata a uscire, perch\u00e9 solo l\u00e0 noi stessi troveremo il Signore che gi\u00e0 ci attende. La maggior parte delle persone con cui entriamo in contatto non incontrano pi\u00f9 una chiesa, una parrocchia, un oratorio; ma incontrano noi, i credenti, nelle loro vite quotidiane. E spesso questa \u00e8 tutta la Chiesa che sperimentano\u2026 Come dice Werbick la Chiesa esiste per questo: perch\u00e9 ogni battezzato sia nutrito, dalla Parola e dall\u2019Eucaristia, per diventare casa accogliente per il mondo intero.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Questa riflessione mette in gioco una questione molto importante che sembra quasi sociologica, ma che \u00e8 invece molto seriamente teologica. In questo essere l\u2019unica Chiesa che moltissimi incontrano siamo e ci sentiamo \u00absoli\u00bb o isolati. Eravamo abituati a <em>corpi intermedi<\/em> (parrocchie, oratori appunto, ma anche associazioni, sindacati, partiti\u2026) che ci <em>riconoscevano<\/em> e ci facevano sentire <em>riconoscibili<\/em> in un \u00abnoi\u00bb. Nella Chiesa questa perdita si sente ancora di pi\u00f9. L\u2019Azione cattolica, ad esempio, ha pagato un prezzo pesante per questa situazione.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Le persone non sono pi\u00f9 \u00abil noi\u00bb di una volta, ma si esprimono in modi diversi, spesso senza che noi ce ne accorgiamo o quando esprimiamo giudizi affrettati. Il mondo digitale, per esempio, crea <em>community<\/em> nuove, con limiti e rischi, ma anche con il senso di appartenere a un \u00abnoi\u00bb. Il problema \u00e8 che la Chiesa non pu\u00f2 pi\u00f9 contare automaticamente sul fatto che questi corpi intermedi siano luoghi di riconoscimento ecclesiale: bisogna riconoscere i nuovi \u00abnoi\u00bb nascenti, perch\u00e9 una Chiesa senza \u00abnoi\u00bb non si d\u00e0. Ma non possiamo continuare a cercare di rivitalizzare un \u00abnoi\u00bb che da trent\u2019anni nessuno riesce pi\u00f9 a praticare, per motivi sociali, culturali, o di stile di vita. La nostra storia ci insegna che, per secoli, la Chiesa ha costruito \u00abnoi\u00bb solidi e rispettosi, ma oggi questa capacit\u00e0 si \u00e8 quasi persa. Proprio quando il mondo avrebbe bisogno maggiormente di \u00abnoi\u00bb condivisi.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Forse un \u00abvecchio\u00bb documento piuttosto giovane come l\u2019<em>AA<\/em> pu\u00f2 aiutarci a ripartire da qui e a ritrovare la materia della vita laicale come vera materia quasi-sacramentale per una Chiesa serva del mondo verso il regno di Dio?<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><em>* professoressa ordinaria Pontificia Universit\u00e0 Gregoriana<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><em>Tratto da Orientamenti Pastorali n. 5(2026). EDB. Bologna. Tutti i diritti riservati.<\/em><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>* Stella Morra Davvero vale la pena di interrogarsi sull\u2019attualit\u00e0 di Apostolicam actuositatem? 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