{"id":3684,"date":"2025-04-30T21:55:33","date_gmt":"2025-04-30T19:55:33","guid":{"rendered":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/?p=3684"},"modified":"2025-04-30T21:55:33","modified_gmt":"2025-04-30T19:55:33","slug":"alla-ricerca-della-profezia-straniera-la-fenomenologia-del-perdono-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/2025\/04\/30\/alla-ricerca-della-profezia-straniera-la-fenomenologia-del-perdono-2\/","title":{"rendered":"Alla ricerca della \u00abprofezia straniera\u00bb: la fenomenologia del perdono"},"content":{"rendered":"<p><em>Antonio Mastantuono &#8211; pastoralista, direttore di Orientamenti Pastorali<\/em><\/p>\n<p>Tema non solamente etico e intrinseco alla fede cristiana, il perdono \u00e8 stato oggetto di riflessione, specie negli ultimi decenni, anche da parte di filosofi e psicologi<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, che ne hanno indagato, oltre alla dimensione personale, la valenza socio-politica. Particolarmente in area ebraica, all\u2019interno della riflessione sulla Sho\u2019ah<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>, il tema \u00e8 stato indagato da pensatori come Vladimir Jank\u00e8l\u00e8vitch<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>, Hannah Harendt<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>, Paul Ricoeur<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>, Emmanuel L\u00e9vinas.<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a> In questi autori l\u2019atto del perdono assume il valore di un vero e proprio \u00abprincipio sovversivo<strong>\u00bb<\/strong> rispetto alle geometrie concettuali di gran parte della nostra tradizione teoretica. In questa, il perdono \u00e8 visto essenzialmente come una virt\u00f9 individuale, consistente nella gratuita remissione di una colpa, e come rinuncia alla punizione del colpevole da parte di chi \u00e8 stato personalmente offeso. Nella riflessione pi\u00f9 recente la realt\u00e0 del perdono si concretizza in un <em>incipit vita nova<\/em> personale almeno virtualmente relazionale, il cui darsi apre l\u2019orizzonte di una peculiare logica di interazione.<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a> Ne deriva \u00abuna definizione positiva del perdono, inteso come libero atto di amore \u2013 o comunque di rispetto attivo \u2013 di chi riammette alla relazione con s\u00e9 il proprio offensore, riconoscendogli una dignit\u00e0 che supera il male compiuto\u2026\u00bb.<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a> Non si perdona, allora, in ossequio a un principio etico, come se si desse esecuzione a un precetto, ma in forza di un atto libero e indeducibile, esperienza non completamente intelligibile, che attinge in ultima analisi alle ragioni profonde dell\u2019amore. Ne emerge la possibilit\u00e0 di un perdono che acquisti il senso di una profezia.<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a> Il perdono non \u00e8 anzitutto un concetto, ma un atto di libert\u00e0 personale. Ci\u00f2 non significa che sia un gesto irrazionale, se con tale connotazione si intende un atto privo di relazione con la verit\u00e0. Anzi. In quest\u2019ottica, il perdono ha valore profetico nel senso che esso \u00e8 sempre anche anticipazione di una verit\u00e0 che riguarda l\u2019identit\u00e0 e la pienezza dell\u2019esistenza umana.<\/p>\n<p>\u00c8 soprattutto in questa prospettiva che &#8211; all\u2019interno di una riflessione complessiva sul tema &#8211; affronteremo la fenomenologia del perdono.<\/p>\n<p><strong>Perdono e riconciliazione<\/strong><\/p>\n<p>In un mondo, come il nostro, dominato dalla violenza e da forme di conflittualit\u00e0 sempre pi\u00f9 esasperate e violente, oltre che dalla funzionalizzazione e dalla massificazione dei rapporti umani, \u00e8 naturale che rinasca la nostalgia di relazioni umane vere, costruite sul dialogo e sulla comprensione reciproca. I termini \u00abconciliazione<strong>\u00bb<\/strong> e \u00abriconciliazione<strong>\u00bb <\/strong>&#8211; sia a livello di rapporti interpersonali che a livello di comunit\u00e0 e di nazioni &#8211; riacquistano oggi uno spazio, evocano, infatti, il rifiuto del fatalismo e il richiamo a un&#8217;azione di padronanza sul proprio destino; soprattutto esprimono il desiderio profondo dell&#8217;incontro con l&#8217;altro. Se la riconciliazione non viene ridotta n\u00e9 a un&#8217;intesa sul piano ideologico n\u00e9 a sterile compromesso, ma viene concepita come una comunione di persone che, conservando le loro specificit\u00e0, si accolgono senza alcun calcolo, sembra di poter dire che essa si fondi, in ultima analisi, sul perdono. L&#8217;attuale sensibilit\u00e0 per la giustizia pu\u00f2 far correre all&#8217;uomo il rischio di non percepire le esigenze della misericordia e della gratuit\u00e0. Il perdono, giudicato come dipendente da un&#8217;ossessione del passato, sembra ostacolare la libert\u00e0 necessaria alla lotta politica: la riconciliazione, pensata soprattutto nell&#8217;orizzonte e nella prospettiva della proiezione nel futuro, finisce per svalutare il perdono, non sapendo come collocarlo e quale significato riconoscergli, non riuscendo soprattutto a coglierne la portata sociale. \u00abImmaginare una riconciliazione senza perdono &#8211; scrive C. Duquoc &#8211; significa o definirla attraverso il trionfo di un&#8217;ideologia o attraverso lo sterminio di coloro che si fronteggiano. Ci\u00f2 che nella nostra storia si deve riconciliare, non sono n\u00e9 dottrine n\u00e9 ideologie n\u00e9 opposizioni obiettive tra classi, ma uomini\u00bb.<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a><\/p>\n<p>L&#8217;atto del perdono riveste una grande funzione sociale e religiosa: rompe la logica del male, frantuma il cerchio del diritto nel quale rischiano di chiudersi la giustizia e la riconciliazione, introduce un principio nuovo e creatore. Perdonare diventa allora una virt\u00f9 stimolante, tanto difficile quanto confortante, tanto encomiabile quanto necessaria. Perdonare non \u00e8 un gesto di routine diffusa, non \u00e8 costume di tutti i giorni: \u00e8 pi\u00f9 che altro un fiore nascosto, originale, che fiorisce ogni volta sul terreno del dolore e del superamento di s\u00e9; perdonare \u00e8 il gesto che ci colloca &#8211; persino al di sopra di noi stessi, del nostro primo spontaneo istinto di vendetta &#8211; nel meglio del nostro essere.<\/p>\n<p><strong> Dinamica del perdono<\/strong><\/p>\n<p>Un approccio al tema del perdono non pu\u00f2 prescindere da una disamina delle sue componenti antropologiche e psicologiche. Se da un lato il perdonare si condensa nel gesto unico di un momento, dall&#8217;altro esso \u00e8 sempre il frutto di un itinerario, complesso e articolato, che coinvolge la persona umana nell&#8217;insieme delle sue dinamiche.\u00a0\u00a0Se perdonare significa una vittoria sulle proprie paure, una strada per riappacificarsi con il passato e rendersi disponibili e aperti al presente, una via verso la libert\u00e0, \u00e8 evidente che non pu\u00f2 essere pensato che come un processo dinamico. Perdonare gli altri, ma anche se stessi, significa crescere, avere coraggio, amare. E&#8217; un processo che implica un lungo lavoro di ripensamento, quasi un &#8220;ruminare&#8221;, una conversione del cuore, sia in chi perdona sia in colui che \u00e8 perdonato. Come <em>pr\u00e9alables au pardon<\/em> occorrono il riconoscimento di una malvagit\u00e0 esterna a noi e la presa d&#8217;atto di una cattiveria che ci ha toccati e che chiede di essere riconosciuta. Riconoscere che il male ha un&#8217;origine, un volto, anche se spesso ci\u00f2 comporta fatica, \u00e8 condizione essenziale per avviare il processo del perdono.<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a> Tale processo deve tener conto della tipologia delle offese (fisiche, psicologiche, intellettuali, morali, spirituali) e degli ostacoli da superare sia da parte dell&#8217;offeso che da parte dell&#8217;offensore. Si tratta di incontrare \u00abl&#8217;enigma dell&#8217;offesa subita\u00bb<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>, di decodificarlo, perch\u00e9 non sempre l&#8217;identificazione del perdonabile con il comprensibile, operata dall&#8217;intelligenza, conduce a una vera esperienza di perdono. Pu\u00f2 accadere, infatti, che il tentativo di comprensione razionale, staccato dalla percezione dell&#8217;offesa come di un&#8217;offesa personale, ingiusta e profonda, possa condurre alla scusa, che non \u00e8 perdono. In quanto atto intenzionale, il perdono non si verifica se non lo vogliamo, ed \u00e8 una decisione che fa i conti anche con il rischio del rifiuto. Quando si perdona non si dimentica il male ricevuto, come se dimenticare fosse parte integrante del perdono allo stesso modo in cui le corde fanno parte di un violino. Se si dimentica, non si perdona affatto. Non si pu\u00f2 perdonare qualcosa che si \u00e8 dimenticato. Abbiamo invece bisogno di perdonare proprio perch\u00e9 non abbiamo dimenticato il male subito. Perdonare significa ricordare il passato per assimilarlo e farne parte della propria storia. Significa anche concretizzare una forma d\u2019amore, un amore che accetta l&#8217;altro cos\u00ec com&#8217;\u00e8. Chi perdona si pone di fronte all&#8217;altro con un atteggiamento di compassione che deriva dalla consapevolezza delle proprie tendenze distruttive. Il perdono, cos\u00ec, include spesso anche il recupero di un rapporto sociale con l&#8217;offensore. L&#8217;accettazione mutua rende possibile la riconciliazione. Questa accettazione \u00e8 basata sulla capacit\u00e0 di entrambe le parti di accogliere se stessi e il fatto del rapporto infranto. Esse hanno bisogno di riconoscere la seriet\u00e0 del distacco mentre, allo stesso tempo, rinunciano al desiderio di punizione e di autogiustificazione. Rompendo la logica immanente alle relazioni umane sottomesse al sistema di equivalenza della giustizia, il perdono trasforma la societ\u00e0 umana dimostrando che non \u00e8 possibile continuare a misurarsi su quanto \u00e8 gi\u00e0 stato fatto: occorre un gesto che innovi, un gesto creatore. Altrimenti si rimane chiusi entro la logica ripetitiva, e questa logica ha come termine l&#8217;esclusione o la morte di almeno uno dei due antagonisti. Il perdono rappresenta questa innovazione: crea uno spazio nel quale la logica immanente alle equivalenze giudiziarie non ha pi\u00f9 corso. E&#8217; un invito all&#8217;immaginazione. In effetti, l&#8217;equivalenza giuridica traccia la strada che si deve seguire. Il perdono, invece, cancella ogni traccia: bisogna avventurarsi da soli nell&#8217;incontro con l&#8217;altro. \u00abOcchio per occhio\u00bb \u00e8 riposante perch\u00e9 \u00e8 l&#8217;atto predeterminato; ma se si rifiuta l&#8217;equivalenza, se si ritiene che un occhio particolare non potr\u00e0 mai valere un altro occhio particolare; e che il danno fatto all&#8217;altro non compenser\u00e0 mai la perdita del primo, che in questo modo ci sar\u00e0 solo un accumulo di mali, bisogna allora che si inventi un atteggiamento che nessuna regola \u00e8 in grado di precisare: occorre fare ricorso all&#8217;immaginazione e alla creativit\u00e0. E&#8217; la strada che si apre quando, esorcizzando l&#8217;imperativo della giustizia legale, ci si apre a una relazione diversa con colui al quale si perdona.<\/p>\n<p>Perdonare non \u00e8 facile: \u00e8 un lavoro difficile, che richiede tutte le energie e il tempo di chi perdona. La non disponibilit\u00e0 a perdonare deriva da un egoismo umano fondamentale che impedisce la generosit\u00e0 del perdono, ma anche da ostacoli connessi alla forza di volont\u00e0 della persona offesa &#8211; necessaria perch\u00e9 il suo desiderio di riconciliazione possa trasformarsi in una decisione seguita da effetti &#8211; o da quelli concernenti la natura delle ferite conseguenti all&#8217;offesa subita e inscritte nella memoria affettiva.<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]\u00a0<\/a>\u00a0Ci sono poi le difficolt\u00e0 e gli ostacoli che incontra la persona in attesa di perdono. Se davanti alla vittima si apre l&#8217;alternativa vendetta o perdono, per l&#8217;aggressore l&#8217;offesa commessa pu\u00f2 tradursi nell&#8217;esperienza del rimorso dove \u00ab&#8230;soffre senza nulla attendere e sprofonda passivamente nell&#8217;inferno dei suoi sterili rimpianti e del suo confinamento autoscopico\u00bb impendendo cos\u00ec al perdono di aprire \u00abuna breccia nel muro dell&#8217;intimit\u00e0 colpevole&#8230;\u00bb.<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\">[15]<\/a>\u00a0La richiesta di perdono \u00e8 un atto necessario nella dinamica del perdono, ma a volte non pu\u00f2 realizzarsi per una serie di difficolt\u00e0 riconducibili a due ordini: uno emotivo e psicologico, l&#8217;altro che oseremo chiamare metafisico. L&#8217;offensore non riesce a staccarsi da ci\u00f2 che \u00e8 stato commesso, perch\u00e9 lo mantiene in una falsa attualit\u00e0: l&#8217;offesa ritorna nel presente sotto forma di un ricordo eventualmente doloroso o disonorevole. La seconda difficolt\u00e0 nasce dall&#8217;intuizione, giusta, del carattere irreversibile del male commesso: rimarr\u00e0 sempre il fatto che questo male \u00e8 stato commesso. Siamo di fronte a \u00abuna sistematizzazione della percezione che il colpevole ha di s\u00e9: si sente impotente a entrare nel passato. Questa impotenza \u00e8 l&#8217;impotenza del perdono umano che non pu\u00f2 penetrare il nocciolo metafisico dell&#8217;atto compiuto, il fatto stesso che sia stato compiuto\u00bb.<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a> L&#8217;offensore sembra scoprire che il suo errore ha colpito pi\u00f9 ampiamente del bersaglio mirato, che la sua offesa ha ferito, al di l\u00e0 della vittima, qualcosa della ricchezza dell&#8217;essere. Egli comincia &#8211; a poco a poco &#8211; a interpretare il suo errore come responsabilit\u00e0 di un impoverimento dell&#8217;esistente; che lo formuli chiaramente o che si trovi allo stadio della percezione confusa, il male commesso gli viene rivelato da questo perdono incompiuto nei suoi effetti: ferendo la sua vittima, egli ha toccato e ferito la dimensione assoluta, la posta assoluta inscritta in essa.<\/p>\n<p><strong>Perdono tra oblio e scusa<\/strong><\/p>\n<p>Perch\u00e9 il perdono possa essere colto nella sua vera realt\u00e0, occorre affrontare due questioni preliminari che possono aiutare a \u00abpurificarne<strong>\u00bb<\/strong> la nozione: non \u00e8 perdono autentico, infatti, n\u00e9 l\u2019oblio, il sem\u00adplice dimenticare, n\u00e9 la scusa, il ritenere l\u2019altro non con\u00adsapevole dell\u2019offesa compiuta. Si tratta di percorrere un itinerario che, conducendoci attraverso la memoria, ci porter\u00e0 a incontrare l\u2019altro, nel\u00adla sua libert\u00e0 e nella sua responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p><em>3.1. Perdono, memoria, tempo<\/em><\/p>\n<p>Entrare nella profondit\u00e0 del perdono implica accettare il prevalere della logica della sovrabbondanza che soggiace all\u2019amore e al dono, rispetto alla logica dell\u2019equivalenza che ispira la giustizia. Nel distinguere il tempo della redenzione e il tempo del\u00adla giustizia, L\u00e9vinas, evidenzia come la riparazione, la compensazione rimandino al mondo mercantile del sala\u00adrio, della ricompensa, dello scambio di un istante con\u00adtro un altro istante, affermando: \u00ab Non basta che la lacrima sia asciugata o la morte vendicata: nessuna lacrima deve andare perduta, nessuna morte privata di risurrezione [&#8230;]. La retribuzione nell\u2019avvenire non esaurisce le pene del presente. Non c\u2019\u00e8 giu\u00adstizia che possa ripararla. Bisognerebbe poter tornare in quell\u2019istante e poterlo risuscitare\u00bb. <a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a><\/p>\n<p>\u00abLungi dall\u2019essere una \u201cricapitolazione\u201d, capace di in\u00adtegrare nello scambio ci\u00f2 che lo supera, di mantenere e aumentare lo scambio, questa \u201credenzione\u201d sarebbe [&#8230;] una \u201cperdita\u201d\u00bb.<a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a> Una perdita che libera la memoria vi\u00advente di fatti inutili o dannosi. Al perdono, infatti, appartengono sia il ricordare che il di\u00admenticare; per quanto apparentemente inconciliabili, re\u00adstano due figure necessarie per fare e disfare il mondo: \u00abNon c\u2019\u00e8 umanit\u00e0 dove non c\u2019\u00e8 memoria [&#8230;], (essa \u00e8) la casa, l\u2019ethos dove l\u2019umanit\u00e0 elegge il suo domici\u00adlio\u00bb.<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\">[19]<\/a><\/p>\n<p>Ma a quale memoria e a quale oblio deve far riferimen\u00adto l\u2019esperienza del perdono? \u00abIl perdono &#8211; scrive P.Ricoeur &#8211; \u00e8 anzitutto il contrario dell&#8217;oblio passivo, tanto nella sua forma traumatica quanto in quella astuta dell&#8217;oblio di fuga. Sotto questo aspetto esso richiede un sovrappi\u00f9 di &#8220;lavoro di memoria&#8221;\u00bb.<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\">[20]<\/a> Il vero perdono implica la memoria e questa in un du\u00adplice significato. Innanzitutto, nel senso che esso \u00e8 un at\u00adto positivo grazie al quale la vittima ricorda il male ri\u00adcevuto e decide di non tenerne conto nelle sue relazio\u00adni con il colpevole. E&#8217; necessario ricordare la colpa per perdonarla e trascenderla. Chi non ricorda, infatti, non potr\u00e0 porre il gesto autentico del perdono. Inoltre, la memoria su cui si fonda il perdono non \u00e8 solamente quella della colpa, ma anche quella della fe\u00addelt\u00e0. Il tempo \u00e8 oblio ma \u00e8 anche memoria e attaccamento al passato. Spesso il tempo viene invocato come medicina doloris, agendo come sedativo e analgesico: la morfina del tempo attenua i vecchi dolori e addormenta i vecchi di\u00adspiaceri. Ma esso non pu\u00f2 essere invocato come forma del perdono, anzi ne diventa una caricatura, presentan\u00addosi sotto forme diverse e non sempre facilmente indi\u00adviduabili.<\/p>\n<p><em>3.2. Perdono e oblio<\/em><a href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\"><em><strong>[21]<\/strong><\/em><\/a><\/p>\n<p>Possono dunque l&#8217;oblio, l\u2019usura del tempo equivalere al per\u00addono? Possono prenderne il posto? Pu\u00f2 il tempo essere equiparato al perdono? Il tempo che sbiadisce tutti i colori e offusca lo splendore delle emozioni; che smorza la gioia come consola la pena, so\u00adpisce la gratitudine come disarma il rancore? Non \u00e8 for\u00adse vero che, se asciuga le nostre lacrime, spegne anche la fiamma della passione, insabbia l\u2019amore e fossilizza l\u2019entusiasmo?<a href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\">[22]<\/a> Non \u00e8 forse il tempo la radice dell\u2019usura del ricordo? Il tempo che corrode le catene dei monti e leviga i ciottoli sulle spiagge; che livella ogni asperit\u00e0 e consola ogni pena; che lenisce e cicatrizza? Apparendo come il luogo in cui il passato \u00e8 sempre meno vivo, co\u00adme infallibile consolatore e irresistibile pacificatore, il tempo lancia il messaggio secondo cui il futuro ha sem\u00adpre l\u2019ultima parola. Il passato, che persiste in noi sotto forma di ricordo, viene infatti lentamente surrogato dal divenire incessante con la sua novit\u00e0, provocandone un indebolimento. L\u2019in\u00adsorgere dell\u2019oblio non \u00e8 comunque proporzionale all\u2019antichit\u00e0 del ricordo e alla lunghezza dell\u2019intervallo di tempo trascorso; non \u00e8 vero che a ogni frazione di tem\u00adpo corrisponde un\u2019attenuazione proporzionale del ran\u00adcore; poich\u00e9 la qualit\u00e0, il senso e l\u2019intenzione non si fra\u00adzionano e restano pertanto incommensurabili quanto al tempo trascorso o al cammino percorso. L\u2019usura temporale non pu\u00f2 giustificare il perdono.<a href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\">[23]<\/a> Es\u00adsa, infatti, impedisce l\u2019atto stesso del perdono, la sua realizzazione, riducendolo a un\u2019amnesia. L\u2019usura compie la sua opera interminabilmente, a mano a mano che il ri\u00adcordo si allontana nella nebbia del passato, a mano a ma\u00adno che la vecchia infrazione sfuma all\u2019orizzonte, passando attraverso tutte le gradazioni di una attenuazione scala\u00adre. La continuit\u00e0 temporale rosicchia e consuma giorno per giorno la sostanza del ricordo. Se, dunque, nel perdono vogliamo parlare di oblio, \u00e8 a una sorta di oblio attivo che dobbiamo pensare. Questo, per\u00f2, non verte sugli avvenimenti in se stessi la cui traccia &#8211; come avverte Ricoeur &#8211; deve essere accuratamente protetta, bens\u00ec \u00absulla <em>colpa<\/em>, il cui peso paralizza la memoria e, per estensione, la capacit\u00e0 di proiettarsi nel futuro. L\u2019oggetto di oblio non \u00e8 l&#8217;avvenimento del passato, l&#8217;atto criminale, ma il suo <em>senso<\/em> e il suo posto nell&#8217;intera dialettica storica\u00bb.<a href=\"#_ftn24\" name=\"_ftnref24\">[24]<\/a><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><em>3.4. \u00a0Integrazione<\/em><\/p>\n<p>L\u2019usura, che \u00e8 un annichilimento ritardato, pu\u00f2 pren\u00addere anche un\u2019altra forma: raramente il passato scom\u00adpare senza lasciare tracce; opera del tempo \u00e8 anche in\u00adtegrare l\u2019avvenimento occasionale; esso esce da uno sta\u00adto di latenza e diviene un elemento integrante e una com\u00adponente segreta del nostro presente. Se l\u2019usura \u00e8 una semplice attenuazione fisica e passi\u00adva, l\u2019assimilazione, l\u2019adattamento e l\u2019integrazione sono propriet\u00e0 vitali. La colpa commessa, l\u2019offesa subita pos\u00adsono diventare, una volta assimilate, invisibili ingredienti della nostra esperienza di vita. Il figlio prodigo, penti\u00adto, avendo concluso il circuito delle avventure e delle tri\u00adbolazioni, rientrato in casa, non ha apparentemente nes\u00adsun elemento di differenziazione con il figlio rimasto in casa e, tuttavia, lo distingue per sempre un non so che d\u2019invisibile. Quello che \u00e8 tornato e quello che non \u00e8 mai partito non sono al medesimo punto, bens\u00ec vengono se\u00adparati da un indelebile passato. Nemmeno l\u2019idea d\u2019integrazione, cio\u00e8 di una sintesi, equivale al perdono. L\u2019uomo dimentico, sul quale l\u2019of\u00adfesa scivola senza lasciar traccia, non sa nemmeno che cosa deve perdonare; colui che porta rancore, che conserva astio\u00adsamente il ricordo del male, sa cosa deve perdonare e a chi, ma non vuole farlo. La sintesi captatrice e annessionista non \u00e8 aperta sull\u2019altro; qui si tratta solo del proprio io e del proprio pro\u00adfitto. Essa resta, in fin dei conti, una sorta di mediazione, che ha come risultato finale impoverimento piuttosto che arricchimento; al suo fondo resta una traccia, una minuscola cicatrice, una modificazione irreversibile che impedisce la restaurazione dello status quo. L\u2019offeso \u00e8 costretto a una sorta di digestione laboriosa e difficol\u00adtosa; alla fine giunger\u00e0 a vivere come se l\u2019ingiuria non fosse avvenuta, ma non fa che questa non abbia mai avu\u00adto luogo; ne attenua il ricordo senza annullarne l\u2019ef\u00adfettivit\u00e0. L\u2019integrazione resta un rancore nascosto, o meglio, un rancore infinitesimale, irrintracciabile e quasi impossi\u00adbile a svelare, perduto nella massa del presente. Queste tracce trascurabili sono sufficienti tuttavia a fare del per\u00addono un perdono approssimativo e una liquidazione in\u00adcompleta. Ecco l\u2019impalpabile risentimento che gli uomini chiamano in genere perdono. Perdona veramente l\u2019of\u00adfeso chi non sacrifica totalmente il proprio rancore e non fa totale offerta della propria vendetta, chi non rinun\u00adcia senza riserve al suo diritto? Rimettersi all\u2019usura o al passare degli anni significa an\u00adnegare l\u2019istante improvviso ed eludere la discontinuit\u00e0 della conversione che il perdono inaugura. Certo, quan\u00addo il perdono viene rifiutato, il tempo compie, molto len\u00adtamente e molto approssimativamente, ci\u00f2 che l\u2019offeso non \u00e8 abbastanza generoso per fare; ma, inversamente, il perdono fa, in una volta e in un batter d\u2019occhio, ci\u00f2 che il tempo puro e crudo impiegherebbe anni a com\u00adpiere e, probabilmente, a lasciare incompiuto. Il tempo bruto non possiede in alcun modo &#8211; come il perdono &#8211; il potere di convertire e di trasfigurare: la per\u00adsona in lutto, consolata dalla sola antichit\u00e0 del suo vec\u00adchio dolore, non ha cambiato la sua tristezza in gioia n\u00e9 trovato ragioni positive per essere lieta; la prima emo\u00adzione si \u00e8 raffreddata, disseccata, corrosa, per effetto del tempo e dell\u2019abitudine; si \u00e8 semplicemente inaridita la sorgente delle lacrime. E similmente, l\u2019emozione dell\u2019ira, eternizzata dal ri\u00adsentimento cronico, non si cambia a poco a poco in slan\u00adcio d\u2019amore; il rancore \u00e8 semplicemente diventato, nel tempo, un automatismo senza convinzione. L\u2019oblio ha so\u00adlamente diluito l\u2019ostilit\u00e0 in indifferenza, non l\u2019ha tra\u00adsformata in amore n\u00e9 convertita nell\u2019amore. Anche se assottigliano il rancore fino all\u2019estremo li\u00admite della tenuit\u00e0, l\u2019usura e l\u2019integrazione non segnano mai l\u2019avvento di un\u2019era nuova, non fondano mai un or\u00addine nuovo; sono incapaci di inaugurare relazioni posi\u00adtive fra offeso e offensore intimamente riconciliati.\u00a0Il tempo continuo e immanente dell\u2019evoluzione, dell\u2019incubazione e della maturazione non ha niente in co\u00admune con l\u2019atto di perdonare.<\/p>\n<p>Il perdono \u00e8 perdono solo in quanto pu\u00f2 essere li\u00adberamente rifiutato o gratuitamente concesso, prima della scadenza e senza nessuna considerazione dei ter\u00admini legali. Un\u2019assoluzione che interviene automatica\u00admente, ineluttabilmente, quando \u00e8 giunta la scadenza, \u00e8 forse un perdono? No, un perdono fatale non \u00e8 un perdono perch\u00e9 non \u00e8 un dono, o meglio, \u00e8 un dono che non dona niente; e, inoltre, non dona niente a nessuno. L\u2019oblio &#8211; a differenza del perdono &#8211; nega qualsiasi rap\u00adporto con l\u2019altro: l\u2019uomo dimentica, infatti, una volta smesso di avercela con l\u2019offensore, rompe ogni relazio\u00adne con lui. Il perdono \u00e8 un\u2019intenzione e quest\u2019intenzio\u00adne \u00e8 diretta verso l\u2019altro, si rivolge a un peccatore da as\u00adsolvere e con cui ristabilire relazioni.<\/p>\n<p><em>3.5. Scusa<\/em><\/p>\n<p>Se l\u2019oblio, l\u2019usura e l\u2019integrazione invitano a riconci\u00adliarsi con la storia affidando al lento fluire del tempo il compito di lenire le offese, la scusa fonda il suo esiste\u00adre sulla negazione stessa del peccato. Il perdono in tal caso si ri\u00adduce alla semplice constatazione che non c\u2019\u00e8 mai stata offesa e che l\u2019idea di una malvagit\u00e0 radicale \u00e8 un miraggio completamente illusorio: \u00abperdonare dunque \u00e8 paradossalmente riconoscere che non c\u2019\u00e8 niente da perdonare. L\u2019ostacolo chiamato colpa era la condizione contraddittoria del perdono: volatilizzando l\u2019ostacolo si sopprime lo stesso perdono [&#8230;]\u00bb.<a href=\"#_ftn25\" name=\"_ftnref25\">[25]<\/a>\u00a0Questo tentativo di vanificare l\u2019esistenza del pecca\u00adto e, pi\u00f9 in generale, del male \u00e8 antico quanto la ri\u00adflessione filosofica; Socrate lo pensava quando affer\u00admava che \u00abnulla \u00e8 malvagio volontariamente\u00bb, ridu\u00adcendo, cos\u00ec, anche l\u2019errore dell\u2019atto a un difetto di ra\u00adgionamento.<a href=\"#_ftn26\" name=\"_ftnref26\">[26]<\/a> Egli non credeva alla malvagit\u00e0, ma a uno stordimento del colpevole, dovuto al suo carat\u00adtere superficiale. Con ironia A. Abecassis commenta: \u00abOggi egli direbbe che il nazista era pi\u00f9 ignorante che mal\u00advagio. Apporter\u00e0 come prova le qualit\u00e0 familiari di colo\u00adro che inviavano nel campo dell\u2019inferno intere famiglie (\u2026) aggiungerebbe ancora che essi non meritano la prigione ma la scuola, che insegnerebbe loro a pensare correttamente\u00bb.<a href=\"#_ftn27\" name=\"_ftnref27\">[27]<\/a><\/p>\n<p>In tale visione il peccatore, in realt\u00e0, \u00e8 soltanto un sog\u00adgetto che opera una sorta di confusione, ritenendo, per ignoranza, bene ci\u00f2 che in realt\u00e0 \u00e8 male, rendendosi in tal modo responsabile di un\u2019azione irreparabile. Malva\u00adgio \u00e8, invece, colui che, pur conoscendo il male in quan\u00adto tale, opera per esso una scelta consapevole. Solo una persona malata &#8211; ci si affretta a sottolineare &#8211; potrebbe fare una scelta di questo tipo. L\u2019essere umano ama il be\u00adne e vuole il bene. Solo l\u2019ignoranza pu\u00f2 fornire la solu\u00adzione di questo dilemma. La scusa, dunque, non \u00e8 equiparabile al perdono vero; es\u00adsa non riunisce in se stessa i caratteri distintivi del per\u00addono. La scusa, infatti, non \u00e8 n\u00e9 un avvenimento, n\u00e9 un rapporto personale con l\u2019altro, n\u00e9 tanto meno un dono gratuito. Essa non conosce l\u2019istante improvvi\u00adso del perdono, \u00e8 frutto di uno sforzo dell\u2019intelletto, di un processo, forse laborioso, che l\u2019istante del perdono, invece, esclude. D\u2019altro canto, il partner del perdono \u00e8, per cos\u00ec dire, inesistente: \u00abIl colpevole non \u00e8 colpevole, dal momento che la sua colpevolezza \u00e8 il mito di un\u2019immaginazio\u00adne accesa, ma solo malato e insensato; di qui ad amar\u00adlo c\u2019\u00e8 un abisso&#8230;\u00bb.<a href=\"#_ftn28\" name=\"_ftnref28\">[28]<\/a>\u00a0La scusa &#8211; che \u00e8 liquidazione dell\u2019offesa in nome di una verit\u00e0 &#8211; \u00e8 ben pi\u00f9 facile, meno dolorosa, meno co\u00adstosa del sacrificio straziante chiamato perdono: \u00abCo\u00adstoso per l\u2019amor proprio e per l\u2019interesse proprio, cru\u00addele per l\u2019onore e per la dignit\u00e0 stessa di colui che per\u00addona, il perdono esclude ogni compensazione e ogni con\u00adtropartita, e in ci\u00f2 \u00e8 sacrificio\u00bb.<a href=\"#_ftn29\" name=\"_ftnref29\">[29]<\/a>\u00a0Infine, la scusa intellettiva, non essendo n\u00e9 un avve\u00adnimento n\u00e9 un rapporto con l\u2019altro, non \u00e8 nemmeno un gesto gratuito. Riconoscere il niente del peccato non vuol dire fare un dono n\u00e9 fare un\u2019elemosina a un peccatore, in quanto non esistono peccatori; si tratta semplicemente di riconoscere la verit\u00e0; \u00abassolvere l\u2019ignorante o il ma\u00adlato non vuol dire graziarlo, giacch\u00e9 egli non ha nessun bisogno della nostra grazia e non sa che farsene della no\u00adstra carit\u00e0; vuol dire semplicemente rendergli giustizia\u00bb.<a href=\"#_ftn30\" name=\"_ftnref30\"><\/a><a href=\"#_ftn30\" name=\"_ftnref30\">[30]<\/a><\/p>\n<p><strong> Conclusione<\/strong><\/p>\n<p>Messi in guardia contro ogni forma spuria di perdono, resta solo da guardare a esso come a un rapporto interpersonale, segnato dall\u2019incertezza e dal rischio, capace di inaugurare l\u2019era della riconciliazione, un <em>incipit vita nova,<\/em> un accogliere l\u2019altro nella consapevolezza che chi ci \u00e8 dinanzi \u00e8 e resta un colpevole. Ci\u00f2 che \u00e8 cambiato \u00ab\u00e8 il punto di vista delle mie relazioni (\u2026) e tutto l\u2019orientamento dei nostri rapporti \u00e8 invertito, rovesciato, messo sottosopra (\u2026). Il perdono o \u00e8 totale o non c\u2019\u00e8! \u00bb.<a href=\"#_ftn31\" name=\"_ftnref31\">[31]<\/a> Senza dimenticare o anestetizzare il male, il perdono diventa impegno per permettere all\u2019irreversibilit\u00e0 e alla morte di fare spazio alla nascita e alla possibilit\u00e0 che tutto riesca a ricominciare.. <em>perch\u00e9 non si \u00e8 ancora fatta sera sul mondo!<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a>\u00a0 C. Duquoc, \u00abIl perdono di Dio<strong>\u00bb<\/strong>, in <em>Concilium<\/em>, 2\/1986, 224.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Cf. M.Hubaut, <em>Il perdono. Dimensioni umane e spirituali<\/em>, EDB, Bologna 2013; A.Kothgasser-C.Sedmak, <em>Donare e perdonare. L\u2019arte di ricominciare<\/em>, Messaggero, Padova 2010; J. Muller, <em>L\u2019arte del perdono. Come si possono guarire le ferite<\/em> <em>dell\u2019anima<\/em>, Messaggero, Padova 2009.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a>\u00a0 Tra gli autori ricordiamo: E.Wiesel; S.Wiesenthal; A.Neher.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Cf. V.Jank\u00e9l\u00e9vitch, <em>Il perdono<\/em>, IPL, Milano 1968; Id, <em>Perdonare?<\/em>, Giuntina, Firenze 1987.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> Cf. A.Harendt, <em>Vita activa. La condizione umana<\/em>, Bompiani, Milano 1966.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Cf. P.Ricoeur, <em>La memoria, la storia, l&#8217;oblio<\/em>, Raffaello Cortina, Milano 2003; Id., <em>Ricordare, dimenticare, perdonare<\/em>. L&#8217;enigma del passato, Il Mulino, Bologna 2004; Id., \u00abIl perdono difficile\u00bb, in <em>Protestantesimo<\/em>, 51 (1996) 306-312; Id.,\u00abLes difficult\u00e9s du pardon\u00bb, in <em>Bulletin de litt\u00e9rature eccl\u00e9siastique<\/em>, 101 (2000), 199-214.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> E.L\u00e9vinas, <em>Quattro letture talmudiche<\/em>, Il Melangolo, Genova 1982.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> Nella sua concezione della <em>polis <\/em>H.Arendt attribuisce un valore &#8220;politico&#8221; al perdono in quanto ha la propriet\u00e0 di portare alla luce una nuova logica di convivenza, centrata sulla pluralit\u00e0 come dato costitutivo della condizione umana. Un esempio di uso &#8220;politico&#8221; del perdono \u00e8, secondo l&#8217;autrice, quello predicato da Ges\u00f9 di Nazareth e dalle prime comunit\u00e0 cristiane. Scrive, infatti, a tale proposito: \u00abA scoprire il ruolo del perdono nel dominio degli affari umani fu Ges\u00f9 di Nazareth. Il fatto che abbia compiuto questa scoperta in un contesto religioso e l&#8217;abbia articolato in un linguaggio religioso non \u00e8 una ragione per prenderla meno sul serio in un senso strettamente profano. La nostra tradizione di pensiero politico \u00e8 stata per sua natura altamente selettiva e ha escluso nelle sue articolazioni concettuali una grande variet\u00e0 di esperienze politiche autentiche [&#8230;]. Certi aspetti dell&#8217;insegnamento di Ges\u00f9 di Nazareth [&#8230;] sono certamente esperienze di questo tipo, anche se sono state trascurate per la loro pretesa natura esclusivamente religiosa\u00bb (H.Arendt, <em>Vita activa<\/em>, cit. 176)<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a> R.Mancini, <em>Esistenza e gratuit\u00e0. Antropologia della condivisione<\/em>, Cittadella, Assisi 1996, 146.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a> cf. A. Mastantuono, <em>La profezia straniera. Il perdono in alcune figure della filosofia contemporanea<\/em>, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a> C. Duquoc, \u00abRiconciliazione reale e riconciliazione sacramentale\u00bb, in <em>Concilium<\/em>, 1\/1971, 51.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a> Cf.M.-Th Nadeau, <em>Pardonner l&#8217;impardonnable<\/em>, M\u00e9diaspaul, Montreal 1998, 9-18; 29-37.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a> J.Laffitte, <em>Il perdono trasfigurato<\/em>, EDB, Bologna 2000, 68.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a> Cf. <em>Ivi<\/em>, 107-113<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a> V.Jank\u00e9l\u00e9vitch, <em>Il perdono<\/em>, cit., 216.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a>\u00a0 J.Laffitte, <em>Il perdono trasfigurato<\/em>, cit., 117.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\">[17]<\/a> E. L\u00e9vinas, De l&#8217;Existence \u00e0 l&#8217;existant, Fontaine, Paris 1947, pp. 153-157, cit. in O. Abel, \u00abTables du pardon\u00bb, in Aa.Vv., <em>Le pardon. Briser la dette et l&#8217;oubli<\/em>, Edition Autrement, Paris 1991, 232.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\">[18]<\/a> O. Abel, \u00abTables du pardon\u00bb, cit., 232.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\">[19]<\/a> T. Laubach, \u00abLes r\u00e9cits des survivants de l&#8217;Holocauste\u00bb, in Revue d&#8217;\u00e9tique et de th\u00e9ologie morale, \u00abLe Suppl\u00e9ment\u00bb, 210, 1999, 49.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\">[20]<\/a> P.Ricoeur, <em>Ricordare, dimenticare, perdonare<\/em>. L&#8217;enigma del passato, Il Mulino, Bologna 2004, 110.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\"><strong>[21]<\/strong><\/a> Per una ricostruzione storica, attraverso la storia della letteratura, della figura dell&#8217;oblio, cfr. H. weinrich, Lete. Arte e critica dell&#8217;oblio, Il Mulino, Bologna 1999.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\"><strong>[22]<\/strong><\/a> \u00c8 interessante notare, in proposito, come il termine scordare, utilizzato nella lingua italiana quale sinonimo di dimenticare, significa perdere dal cuore; nella psi\u00adcologia antica, infatti, il cuore era considerato la sede della memoria. Cfr. H. Weinrich, Lete, cit., 9.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\">[23]<\/a> Cfr. V. Jank\u00e9l\u00e9vitch, Il perdono, cit., 50.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref24\" name=\"_ftn24\">[24]<\/a> P.Ricoeur, <em>Ricordare, dimenticare, perdonare<\/em>, cit., 110.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref25\" name=\"_ftn25\">[25]<\/a> V. Jankelevitch, <em>Il perdono<\/em>, cit., 9, 5.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref26\" name=\"_ftn26\"><strong>[26]<\/strong><\/a>Cfr. A. Michel, \u00abLe pardon dans l\u2019antiquit\u00e9. De Platon \u00e0 Saint Augustin\u00bb, in<br \/>\nAa.Vv, Le pardon. Le Point Th\u00e9ologique-Beauchesne, Paris 1991, 49-60.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref27\" name=\"_ftn27\">[27]<\/a> A. abecassis, \u00abL\u2019acte de la m\u00e9moire\u00bb, in Aa.Vv., Le pardon. Briser la dette et l\u2019oubli, cit., 145.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref28\" name=\"_ftn28\"><strong>[28]<\/strong><\/a> V Jank\u00e9l\u00e9vitch, II perdono, cit., 99.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref29\" name=\"_ftn29\">[29]<\/a> Ivi, 100.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref30\" name=\"_ftn30\"><strong>[30]<\/strong><\/a> Ivi, 102.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref31\" name=\"_ftn31\">[31]<\/a> <em>Ivi<\/em>, 218.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Antonio Mastantuono &#8211; pastoralista, direttore di Orientamenti Pastorali Tema non solamente etico e intrinseco alla fede cristiana, il perdono \u00e8 stato oggetto di riflessione, specie &#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":3676,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_links_to":"","_links_to_target":""},"categories":[29],"tags":[180],"class_list":["post-3684","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-articoli-schede","tag-perdono"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3684","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3684"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3684\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3685,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3684\/revisions\/3685"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3676"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3684"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3684"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3684"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}