{"id":3334,"date":"2024-08-02T16:05:45","date_gmt":"2024-08-02T14:05:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/?p=3334"},"modified":"2024-08-02T16:05:45","modified_gmt":"2024-08-02T14:05:45","slug":"lavoro-come-stai","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/2024\/08\/02\/lavoro-come-stai\/","title":{"rendered":"Lavoro, come stai?"},"content":{"rendered":"<p><em>Bruno Bignami &#8211;\u00a0direttore dell\u2019Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 l\u2019epoca delle montagne russe. Lo stato di salute del lavoro in Italia conosce picchi positivi che convivono con limiti endemici. Tra sogni e contraddizioni. Il dato che pi\u00f9 balza all\u2019occhio \u00e8 la generale crescita dell\u2019occupazione: quasi 516mila posti fissi in pi\u00f9 rispetto ad aprile 2023. Ad aprile 2024 l\u2019Istat parla di un nuovo record: il tasso di occupazione raggiunge il 62,3%. Un risultato tanto pi\u00f9 positivo perch\u00e9 riguarda soprattutto i contratti a tempo indeterminato e gli indipendenti, mentre calano i dipendenti a termine. Tuttavia, partendo l\u2019Italia da un punto basso, siamo ancora un 12% al di sotto della media europea. L\u2019aumento riguarda tutte le fasce di et\u00e0, a eccezione di quella che va dai 25 ai 34 anni, che registra invece un calo. Sui 516mila nuovi lavoratori 289mila sono tra i 50 e i 64 anni e 70mila sono over 65. Il mercato del lavoro ha le rughe. Se si osserva la condizione femminile, non si pu\u00f2 tacere la disparit\u00e0 di genere. Fa ben sperare il fatto che l\u2019occupazione femminile sia in crescita, per cui le donne occupate ad aprile 2024 sono salite di 247mila unit\u00e0 rispetto al 2023 (i maschi sono 270mila in pi\u00f9) e raggiungendo la quota di 10 milioni 194mila lavoratrici.<\/p>\n<p>Esiste dunque un problema giovanile che preoccupa. La disoccupazione giovanile non scende mai sotto il 20% ed \u00e8 un triste primato nell\u2019eurozona, nonostante sembri confortare l\u2019inversione di tendenza rispetto alla categoria dei <em>neet<\/em>, ossia i giovani che non sono n\u00e9 in formazione n\u00e9 al lavoro.<\/p>\n<p>Fa pensare il rapporto Inapp sui cambiamenti nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni. Nel 2022 il 43,5% dei pi\u00f9 giovani entra nell\u2019occupazione con accordi informali, lavoro intermittente o addirittura senza conoscenza del contratto. Nel 2011 era il 18,7%. Al 43,5% si deve aggiungere un 22,3% (23,8 nel 2011) di occupazioni a tempo determinato. Gli ingressi a tempo indeterminato si attestano al 30,5% (nel 2011 erano 26,2%).<\/p>\n<p>A rendere ancora pi\u00f9 problematica la condizione giovanile \u00e8 il forte disallineamento tra la domanda e l\u2019offerta di lavoro. Si chiama <em>mismatch<\/em>. La fondazione Altagamma-Unioncamere prevede che tra il 2024 e il 2028 ci saranno 276mila posti di lavoro liberi nei settori motori, alimentare, ospitalit\u00e0, moda e <em>design<\/em>. Si presume che un\u2019impresa su due possa avere difficolt\u00e0 a reperire le figure professionali di cui ha bisogno. In alcune aree economiche del paese si fatica a trovare il personale sufficiente per tenere in piedi attivit\u00e0 commerciali o produttive. Il sistema formativo non riesce a prendere in carico i giovani e accompagnarli verso una qualificazione capace di dare risposte convincenti al divario tra domanda e offerta. Il meccanismo \u00e8 perennemente inceppato.<\/p>\n<p>L\u2019inverno demografico non sta creando il ricambio necessario e la fuga dei giovani dalle aree interne dell\u2019Italia verso le aree metropolitane o verso altri paesi toglie energie fresche al corpo sociale. Non \u00e8 difficile prevedere che la crisi demografica sar\u00e0 uno tsunami sul mercato del lavoro: come colmare il vuoto? Il ricorso all\u2019immigrazione \u00e8 una risposta parziale. La proiezione in vista del 2050 mostra che il calo degli occupati arriverebbe al 20,5%, che significa in sostanza 4,6 milioni di lavoratori in meno. Secondo l\u2019associazione Adapt (fondata nel 2000 da Marco Biagi), con un tasso di occupazione costante gi\u00e0 nel 2030 si potrebbe prevedere un calo degli occupati del 3,2%, con una media cinque volte superiore a quella del vecchio continente (0,6%).<\/p>\n<p>L\u2019altro paradosso che si rileva \u00e8 il fatto che l\u2019occupazione cresce pi\u00f9 del Pil. Quali le cause? C\u2019\u00e8 chi ipotizza un effetto bonus edile che ha trascinato la ricerca di lavoratori. Molte imprese sono corse all\u2019ingaggio di personale e si sono accaparrate la manodopera disponibile per timore di rimanere scoperte (<em>skill shorage<\/em>). Una seconda causa si radica nel fatto che si tratta di occupazione di qualit\u00e0 inferiore, con stipendi pi\u00f9 bassi. Lo mostra la disuguaglianza sociale ancora molto presente in Italia e che spinge verso fenomeni particolari come le grandi dimissioni e il lavoro povero.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li><strong>Lavoro, dove sei?<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p><strong>\u00a0<\/strong>Il lavoro \u00e8 in perenne transizione. Conosce nodi e snodi. Ci\u00f2 \u00e8 dovuto sia alle trasformazioni tecnologiche sia al fatto che l\u2019uomo abita la storia attraverso scelte di libert\u00e0. Chi osasse pensare al lavoro sempre uguale non solo \u00e8 fuori dalla storia, ma non riesce neppure a capirne il senso. Un bracciante contadino di met\u00e0 Novecento viveva in stretto contatto con gli animali che allevava e dipendeva dalle stagioni: cos\u2019ha a che fare con l\u2019agricoltore di oggi che usa l\u2019intelligenza artificiale per irrigare i campi o per razionare il cibo nell\u2019allevamento? Un minatore dell\u2019Elba di un secolo fa non avrebbe mai immaginato i macchinari robotizzati e comandati a distanza, con meno rischi per la sicurezza e la sostenibilit\u00e0. Il pescatore che si regolava con la bussola \u00e8 un lontano parente di quello che si muove su un peschereccio condotto elettronicamente e in grado di segnalare in ogni istante la profondit\u00e0 dei fondali e le condizioni del mare. Viviamo in un altro mondo.<\/p>\n<p><strong><em>2.1. Le grandi dimissioni<\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong>Un fenomeno in crescita negli ultimi anni \u00e8 quello delle dimissioni volontarie. Gi\u00e0 i <em>quiet quitter<\/em> esprimono un malessere diffuso: una fetta di dipendenti (circa 2,3 milioni, il 12%,) non lascia l\u2019azienda ma decide di fare il minimo indispensabile per non essere licenziato. Si limita alle mansioni assegnate, al compitino ricevuto senza entusiasmo e senza dedicarvisi per salvare posto e stipendio. Queste persone, che conoscono un livello di partecipazione e di coinvolgimento quasi nullo, si accontentano di occupare un posto.<\/p>\n<p>Da questa categoria si staccano i coraggiosi che, insoddisfatti del loro lavoro, si dimettono. Nato negli Stati Uniti nel 2021 e battezzato come il <em>big quit<\/em>, ha conosciuto diffusione anche in Europa e in Italia. Le grandi dimissioni sono transazioni lavorative, da posto a posto, da occupazione a occupazione nella ricerca di un\u2019esistenza liberata dal lavoro oppressivo o stressante, mal retribuito o insicuro. L\u2019abbandono di un lavoro avviene anche senza avere nell\u2019immediato una soluzione alternativa, nella speranza di un lavoro qualitativamente migliore, pi\u00f9 vicino alla realizzazione personale e pi\u00f9 capace di offrire spazi per altre dimensioni della vita (famiglia, affetti, passioni, sport\u2026). La conciliazione vita-lavoro e la volont\u00e0 di non essere sfruttati sono le ragioni pi\u00f9 frequenti che spingono a lasciare. Incidono anche le precarie condizioni contrattuali. Oltreoceano c\u2019\u00e8 chi ha definito questo movimento <em>Yolo (You Only Live Once) Economy<\/em>, ovvero l\u2019economia di chi vive una sola volta. Il fatto che tutto questo coinvolga <em>in primis<\/em> le giovani generazioni fa pensare a un cambiamento culturale profondo. Scrive Francesca Coin: \u00abI <em>quitters<\/em> con la forza del proprio gesto di sottrazione sono riusciti ad accendere i riflettori sul mondo del lavoro e a porre all\u2019ordine del giorno una discussione che \u00e8 stata per lungo tempo rimandata. \u00c8 tempo di ascoltarli\u00bb.<a href=\"#_edn1\" name=\"_ednref1\">[1]<\/a> \u00c8 come se i giovani dicessero: il lavoro non \u00e8 tutto! Occorre inserirlo nella molteplicit\u00e0 di dimensioni della vita. Va risignificato nel suo valore all\u2019interno di una biografia. E soprattutto si richiedono standard adeguati di retribuzione, di sicurezza e di tutela, oltre alla rispondenza agli studi compiuti e alla sostenibilit\u00e0 psicofisica. Salari ingiusti, forme di sfruttamento, stress continuo, orari assurdi, restituzioni di parte dello stipendio mensile\u2026 sono solo alcune delle condizioni che i giovani rifiutano. Il rischio sottostante \u00e8 che il lavoro diventi una realt\u00e0 fra tante, senza un legame profondo con la propria vocazione. C\u2019\u00e8 una conseguente ricaduta sulle imprese, che si trovano a fare i conti con l\u2019inverno demografico e con la carenza di risorse umane (<em>mismatch<\/em>). \u00c8 evidente che fenomeni come le grandi dimissioni potrebbero portare a un nuovo patto di impegno nel lavoro, che sappia valorizzare le capacit\u00e0 delle persone, la logica inclusiva, la sicurezza, il benessere psicofisico. In una espressione, un patto di cura. Ripetere, come molti fanno, che i giovani non hanno voglia di lavorare \u00e8 un pregiudizio tutto da dimostrare. Un po\u2019 come pensare di giocare a calcio buttando di continuo la palla in tribuna.<\/p>\n<p><strong><em>2.2. Tra tecnofobia e tecnocrazia<\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong>La pandemia di Covid-19 ha accelerato alcune trasformazioni che avevano gi\u00e0 fatto capolino nel panorama del lavoro contemporaneo. Il ricorso allo <em>smart working<\/em> ha permesso a molte aziende di non chiudere, ha potuto far rimodulare gli spazi e i tempi di lavoro. Nel dilemma tra la libert\u00e0 dal lavoro e la libert\u00e0 nel lavoro, lo <em>smart working<\/em> \u00e8 la strada che preferisce la seconda direzione.<a href=\"#_edn2\" name=\"_ednref2\">[2]<\/a> Il lavoro cambia in tempi rapidi. La pervasivit\u00e0 della tecnologia trova nella velocizzazione il suo carattere distintivo. Se la radio in 38 anni ha raggiunto 50 milioni di ascoltatori, la Tv per raggiungere gli stessi obiettivi ne ha impiegati tredici, internet solo quattro. <em>Facebook<\/em> ha conquistato 100 milioni di persone in nove mesi. Prendono sempre pi\u00f9 piede i <em>gig-worker<\/em>: sono i lavoratori collegati a una piattaforma digitale. Nel giro di due anni in Europa potrebbero crescere esponenzialmente da 28milioni a 43milioni.<\/p>\n<p>La tecnologia rivela un segno dei tempi. Alla velocit\u00e0 si affianca la pervasivit\u00e0. I tecnofobi rappresentano un problema perch\u00e9 interpretano le conquiste scientifiche e le applicazioni tecniche come un male a prescindere. Pure i tecnoentusiasti non sono da meno: non sanno coltivare uno sguardo critico verso le forme di strumentalizzazione dell\u2019umano o di sottrazione all\u2019ambito della coscienza in nome della dittatura degli algoritmi. L\u2019impero della tecnocrazia \u00e8 devastante, perch\u00e9 aggredisce tutto. L\u2019esortazione apostolica <em>Laudate Deum<\/em> sostiene che \u00abl\u2019intelligenza artificiale e i recenti sviluppi tecnologici si basano sull\u2019idea di un essere umano senza limiti, le cui capacit\u00e0 e possibilit\u00e0 si potrebbero estendere all\u2019infinito grazie alla tecnologia. Cos\u00ec, il paradigma tecnocratico si nutre mostruosamente di s\u00e9 stesso\u00bb (<em>LD<\/em> 21). Le scoperte tecniche offrono un potere enorme a chi detiene il potere economico, tanto da porre interrogativi circa la saggezza di affidare un immenso potere nelle mani di poche persone.<\/p>\n<p>Eppure, non si pu\u00f2 fare a meno della tecnologia per umanizzare il lavoro nel nostro tempo. Alcune mansioni faticose, pesanti, ripetitive e usuranti possono essere assegnate alle macchine. Inoltre, occorre difendere il pensiero critico umano, la capacit\u00e0 di prendere decisioni, la creativit\u00e0, la possibilit\u00e0 di lavorare insieme, l\u2019attitudine comunitaria. Le tecnologie di fatto impongono un ripensamento dei modelli lavorativi. L\u2019umano sar\u00e0 sempre pi\u00f9 \u00abibridato\u00bb, in un rapporto con la macchina che esige nuovi tempi e nuovi spazi lavorativi. L\u2019automazione \u00e8 una possibilit\u00e0 per alleggerire molti lavori e ci\u00f2 comporta che molte attivit\u00e0 nel giro di qualche anno potrebbero essere affidate ai robot. All\u2019uomo compete il processo decisionale che esula dall\u2019algoritmo e dal protagonismo dell\u2019intelligenza artificiale (IA). La modifica di mansioni e la riorganizzazione del tempo comportano comunque un nuovo modello di formazione. Si tratta di mantenersi all\u2019interno del percorso formativo in ogni stagione della propria vita lavorativa, senza sottrarsi alla necessit\u00e0 di aggiornamento. Per questo motivo Marco Bentivogli ritiene che \u00abil mantenimento del valore legale del titolo di studio sia anacronistico: avrebbe pi\u00f9 senso una certificazione delle competenze aggiornata lungo tutta la vita lavorativa\u00bb.<a href=\"#_edn3\" name=\"_ednref3\">[3]<\/a> In questa stagione di transizione digitale sono fondamentali la formazione continua e un sistema in grado di certificarla. Le scuole professionali e gli Its hanno il pregio di indirizzare verso un mestiere. In Italia deve essere migliorata ancora la modalit\u00e0 di promuovere l\u2019orientamento al lavoro, connettendola con imprese e territori. \u00abLe aziende che sapranno utilizzare le innovazioni per aumentare il proprio potenziale umano, reinventando i processi e diffondendo le competenze, saranno all\u2019avanguardia nei loro settori. Al contrario, quelle che si limiteranno ad automatizzare e concentreranno la conoscenza tra pochi esperti, rischieranno di avere una forza lavoro inadeguata ad affrontare i cambiamenti nel lungo termine\u00bb.<a href=\"#_edn4\" name=\"_ednref4\">[4]<\/a><\/p>\n<p><strong><em>2.3. Insicurezza cronica<\/em><\/strong><\/p>\n<p>I dati Inail ci dicono che nel quinquennio 2018-2022, il bilancio del fenomeno infortunistico, riferito ai dipendenti pubblici, mostra una tendenza in crescita. Il numero totale di denunce pervenute nel 2022 dimostra infatti un incremento del 14,1% rispetto al 2018 e del 35,1% rispetto al 2021, complice il rientro al lavoro in presenza dei dipendenti pubblici a partire dal 15 ottobre 2021. La decrescita del numero di morti bianche per un complessivo -42,1% tra il 2021 e 2022 \u00e8 dovuta principalmente alla diminuzione dei casi mortali da Covid-19. Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all\u2019Inail tra gennaio e dicembre 2023 sono state 585.356 (-16,1% rispetto al 2022), 1.041 delle quali con esito mortale (-4,5%). Sono in aumento le patologie di origine professionale denunciate (72.754, +19,7%).<\/p>\n<p>In sostanza, c\u2019\u00e8 un <em>trend<\/em> di tre vittime al giorno sul lavoro che non accenna a diminuire. L\u2019Osservatorio nazionale di Bologna dei morti sul lavoro (che monitora anche le vittime non assicurate INAIL e i lavoratori in nero) ricorda che dall\u2019inizio dell\u2019anno a fine maggio 2024 sono gi\u00e0 morte 431 persone nei luoghi di lavoro (nel 2023 erano 349: aumento del 19%). Le vittime salgono a 586 se si aggiungono i morti sulle strade. Nel 2023 i lavoratori morti per infortuni sono stati 1485, 986 di questi sui luoghi di lavoro; gli altri sulle strade e <em>in itinere<\/em>, soprattutto in agricoltura e in edilizia.<\/p>\n<p>La Commissione parlamentare d\u2019inchiesta sulle condizioni di lavoro rende noto che gli infortuni e le malattie professionali sono anche un onere economico. Incidono sul PIL nazionale con una percentuale che va dal 3% a oltre il 6%. Alla faccia di chi continua a considerare la sicurezza un costo! Solitamente all\u2019insicurezza si affianca una visione strumentale della persona. Si considera solo l\u2019utile pensando ai lavoratori come all\u2019ingranaggio di una macchina. Vi \u00e8 un inevitabile scadimento del lavoro e il venir meno dell\u2019esperienza comunitaria.<\/p>\n<p>Tre ragioni favoriscono principalmente gli incidenti sul lavoro: la prima riguarda la cultura dell\u2019impresa. La sicurezza \u00e8 un investimento sul futuro, non un costo. Le persone vengono prima del profitto. La seconda questione riguarda la leggerezza con cui gli stessi lavoratori a volte non rispettano le normative e gli adempimenti richiesti. L\u2019abitudine o la sicurezza di s\u00e9 possono giocare brutti scherzi. La terza questione, come purtroppo anche diversi fatti di cronaca hanno evidenziato, \u00e8 legata al sistema degli appalti e dei subappalti: per risparmiare denaro, i lavori vengono affidati a ditte esterne che non rispettano le normative basilari. Tra l\u2019altro, questo sistema crea una zona grigia di rimpallo di responsabilit\u00e0 che finisce per fare del lavoratore, ultimo anello della catena, la vittima sacrificale del gioco perverso delle irresponsabilit\u00e0 condivise a pi\u00f9 livelli. Non si deve trascurare che purtroppo alcune zone del paese conoscono ancora forme di caporalato, di sfruttamento dei migranti o di lavoro sottopagato.<\/p>\n<p>\u00c8 necessario quindi mettere mano al dato culturale e a quello legislativo: sono certamente indispensabili le leggi ma, contemporaneamente, \u00e8 fondamentale formare le coscienze delle persone perch\u00e9 siano consapevoli di quanto la sicurezza \u00e8 importante, non solo per s\u00e9 stessi, ma anche per gli altri. Come ha affermato papa Francesco all\u2019Anmil l\u201911 settembre 2023: \u00abLa sicurezza sul lavoro \u00e8 parte integrante della cura della persona. Anzi, per un datore di lavoro, \u00e8 il primo dovere e la prima forma di bene. Sono invece diffuse forme che vanno in senso opposto e che in una parola si possono chiamare di <em>carewashing<\/em>. Accade quando imprenditori o legislatori, invece di investire sulla sicurezza, preferiscono lavarsi la coscienza con qualche opera benefica\u00bb.<a href=\"#_edn5\" name=\"_ednref5\">[5]<\/a><\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li><strong>Lavoro, dove vai? <\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p><strong>\u00a0<\/strong>Un fenomeno in crescita \u00e8 quello dei lavoratori poveri, gi\u00e0 segnalato da Caritas nei suoi <em>report<\/em>. Il salario netto mensile medio di un lavoratore italiano nel 2023 \u00e8 pari a 1.600 euro. Il rapporto Istat dello scorso anno indicava in 27mila euro la retribuzione lorda annua, che a fronte di un\u2019inflazione cumulata nel biennio pari al 15%, \u00e8 cresciuta del 6,5%, con una perdita di oltre 8 punti. In Europa i salari tedeschi e francesi crescono di 15mila e 12mila euro, quelli italiani sono diminuiti a parit\u00e0 di potere d\u2019acquisto di circa mille euro. Ci\u00f2 significa che da noi il salario reale vale meno di 30 anni fa.<\/p>\n<p>Una ricerca realizzata dall\u2019Area lavoro Acli conclude che il 14,9% di chi lavora ha un reddito inferiore o pari a 9mila euro. Se si guarda ai redditi che non superano i 15mila euro, il numero dei vulnerabili raggiunge il 29,4%. A scontare una peggiore condizione sono i lavoratori del Mezzogiorno e le donne. Le disuguaglianze di reddito, infine, sono pi\u00f9 marcate tra i giovani: sotto i 9mila euro stanno il 28% dei giovani lavoratori fino a 29 anni. Il 24,8 per cento delle lavoratrici, pur avendo una occupazione continuativa, non riesce a raggiungere un reddito che superi i 15 mila euro annui. Gli uomini in questa fascia sono il 6,8 %. Le donne fra i 36 e i 45 anni che restano sotto la soglia dei 15mila euro sono il 25,9 % contro il 6,4 dei maschi.<\/p>\n<p>Il contesto di disuguaglianze \u00e8 sempre pi\u00f9 radicale e spiccato. In Italia il 10% delle famiglie pi\u00f9 ricche ha visto crescere le proprie ricchezze anche in questi ultimi anni. Gli extra profitti delle imprese energetiche, farmaceutiche e bancarie sono stati stratosferici. Nelle sole banche, ci sono stati oltre 24 miliardi di profitti aggiuntivi, grazie ai tassi d\u2019interesse.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una forte crescita del <em>part-time<\/em> involontario, che vede coinvolte soprattutto le donne con minimi contrattuali al di sotto dei 9 euro l\u2019ora. Torna il dibattito sul salario minimo, almeno a garanzia dei lavori pi\u00f9 fragili. Non si deve dimenticare che circa tre milioni di lavoratori operano nel lavoro sommerso, in nero, non tutelati e senza il rispetto dei contratti di lavoro. L\u2019Italia conserva il primato negativo europeo di oltre 90 miliardi di evasione fiscale. Il tema della legalit\u00e0 \u00e8 quanto mai attuale.<\/p>\n<p>L\u2019aumento dei prezzi delle materie prime e dell\u2019energia ha impattato fortemente sulla vita ordinaria. Le guerre hanno accresciuto le conseguenze della crisi socioeconomica a livello europeo e globale: categorie di lavoratori alla fame, disuguaglianze sociali sempre pi\u00f9 vistose, ingiustizie nell\u2019accesso alle cure sanitarie, aumento spropositato della produzione e del mercato di armi, corsa all\u2019accaparramento delle materie prime, controllo delle risorse energetiche e alimentari, crescita di incidenti sul lavoro\u2026<\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li><strong>Lavoro, cosa sei?<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p><strong>\u00a0<\/strong>La pastorale sociale pu\u00f2 dire la sua attraverso una proposta di conversione culturale e spirituale. Se cambia il senso del lavoro, la chiesa non \u00e8 mai in fuorigioco. Papa Francesco nell\u2019esortazione apostolica <em>Christus vivit<\/em> ricorda che la vocazione di un giovane si realizza nella famiglia e nel lavoro (<em>ChV<\/em> 258). Sono gli ambiti in cui la persona scopre di \u00abessere per gli altri\u00bb e sperimenta la fioritura della propria vita. Ci\u00f2 evidenzia la necessit\u00e0 di una nuova cultura del lavoro che coinvolga la dimensione umana. Lo attestano molte questioni presentate in precedenza: le grandi dimissioni, l\u2019insicurezza cronica, le disuguaglianze\u2026 Come scrive il filosofo tedesco Hartmut Rosa, \u00abtutte le esperienze della vita insegnano che il percorso professionale di una persona \u00e8 del tutto indisponibile o, meglio, semi-disponibile. \u00c8 un\u2019eccezione (che per\u00f2 ci viene presentata come \u201cla norma\u201d) quando qualcuno diventa ci\u00f2 che desiderava essere al tempo della maturit\u00e0. I percorsi professionali si formano in un gioco continuo di ascoltare e rispondere alle circostanze esterne \u2013 le possibilit\u00e0 e le necessit\u00e0 \u2013 e di disposizioni interiori, per quanto entrambe le cose si modifichino in continuazione\u00bb.<a href=\"#_edn6\" name=\"_ednref6\">[6]<\/a><\/p>\n<p>Si aprono autostrade di discernimento per la pastorale.<\/p>\n<p>Mentre riconosciamo di avvicinare con urgenza la comunit\u00e0 cristiana e il lavoro, un percorso urgente \u00e8 sicuramente quello di recuperare le molteplici dimensioni, che ne fanno una vocazione a tutto tondo. Lo spiega con una sintesi mirabile l\u2019enciclica <em>Fratelli tutti<\/em>: \u00abIn una societ\u00e0 realmente progredita, il lavoro \u00e8 una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perch\u00e9 non solo \u00e8 un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere s\u00e9 stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo\u00bb (<em>FT<\/em> 162). Il lavoro non intercetta solo la domanda di sopravvivenza (che pure il lavoro povero mette in discussione), ma anche la sete di comunit\u00e0, il desiderio personale di esprimere s\u00e9 stessi e il sogno di cambiare il mondo. Un conto, infatti, \u00e8 montare un gazebo, altro \u00e8 realizzare un capolavoro architettonico. Per rispondere all\u2019esigenza di un ampio sguardo sul lavoro la chiesa italiana aveva fatto nascere nel 1995 il progetto Policoro. L\u2019idea di fondo \u00e8 che il lavoro non nasce dal genio solitario di qualcuno, ma da relazioni feconde. Per questo, la formazione di animatori di comunit\u00e0 nei territori ha attivato processi virtuosi. Sono nate cooperative, imprese, partite iva, attivit\u00e0 lavorative che hanno fatto crescere la consapevolezza delle persone. Il vangelo \u00e8 diventato lievito nella pasta dell\u2019economia. Avere una prospettiva di ampio respiro e di bellezza cambia le motivazioni e spinge al meglio. Il domani cammina con le gambe del presente.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"#_ednref1\" name=\"_edn1\">[1]<\/a> F. Coin, <em>Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita<\/em>, Einaudi, Torino 2023, p. 13.<\/p>\n<p><a href=\"#_ednref2\" name=\"_edn2\">[2]<\/a> Sul tema sono importanti i contributi di D. De Masi, <em>Smart working. La rivoluzione del lavoro intelligente<\/em>, Marsilio, Venezia 2020; M. Bentivogli, <em>Indipendenti. Guida allo smart working<\/em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020.<\/p>\n<p><a href=\"#_ednref3\" name=\"_edn3\">[3]<\/a> M. Bentivogli, <em>Il lavoro che ci salver\u00e0. Cura, innovazione e riscatto: una visione prospettica<\/em>, San Paolo, Cinisello Balsamo 2021, p 118.<\/p>\n<p><a href=\"#_ednref4\" name=\"_edn4\">[4]<\/a> M. Magnani, <em>Fatti non foste a viver come robot. Crescita, lavoro, sostenibilit\u00e0: sopravvivere alla rivoluzione tecnologica (e alla pandemia)<\/em>, Utet, Milano 2020, p. 246.<\/p>\n<p><a href=\"#_ednref5\" name=\"_edn5\">[5]<\/a> https:\/\/bit.ly\/3zmP0Hn<\/p>\n<p><a href=\"#_ednref6\" name=\"_edn6\">[6]<\/a> H. Rosa, <em>Indisponibilit\u00e0. All\u2019origine della risonanza<\/em>, Queriniana, Brescia 2024, p. 117.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Bruno Bignami &#8211;\u00a0direttore dell\u2019Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI \u00c8 l\u2019epoca delle montagne russe. 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