{"id":3030,"date":"2024-03-01T16:00:22","date_gmt":"2024-03-01T15:00:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/?p=3030"},"modified":"2024-03-01T16:00:22","modified_gmt":"2024-03-01T15:00:22","slug":"poveri-e-poverta-considerazioni-spicciole-dun-antropologo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/2024\/03\/01\/poveri-e-poverta-considerazioni-spicciole-dun-antropologo\/","title":{"rendered":"Poveri e povert\u00e0: considerazioni spicciole d\u2019un antropologo"},"content":{"rendered":"<p><em><span style=\"color: #000000\">Mario Polia &#8211;\u00a0specialista in antropologia religiosa e storia delle religioni, direttore del museo civico di Leonessa (Rieti)<\/span><\/em><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">Nel 1971, pochi giorni dopo aver conseguito la laurea in lettere classiche, part\u00ec per il Per\u00f9 col primo contingente di volontari civili in sostituzione del servizio militare. Ero stato ingaggiato per svolgere attivit\u00e0 didattiche nella <em>Universidad de Piura<\/em>, citt\u00e0 situata nell\u2019infocato deserto costiero al nord del Per\u00f9, capitale dell\u2019omonimo dipartimento. Non ero un obiettore di coscienza: l\u2019anno precedente, partecipando agli scavi del museo Pigorini a Cajamarquilla, un importante sito archeologico nei pressi di Lima, avevo avuto modo di conoscere quel tanto di Per\u00f9 che resta nel cuore e agisce in profondit\u00e0 col potere d\u2019un incantesimo. Mi ero reso conto che sarebbe valsa la pena dedicare i due anni di volontariato alla conoscenza approfondita d\u2019una cultura in grado di aprire alla ricerca orizzonti vasti e, in parte, inesplorati. Fu cos\u00ec che colsi l\u2019occasione e part\u00ec.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">Nella zona oggetto delle mie ricerche, le provincie di Ayabaca e Huancabamba, la recente <em>Reforma agraria<\/em> del governo di Velasco Alvarado aveva tolto la terra ai latifondisti che ne detenevano il possesso fin dall\u2019epoca della <em>Conquista<\/em> e l\u2019aveva distribuita al popolo liberando il <em>campesino<\/em> dalla soggezione che, in pratica, lo rendeva schiavo del <em>patr\u00f3n<\/em>. Ma la riforma, purtroppo, non aveva abolito la povert\u00e0 perch\u00e9, non avendo ricevuto un\u2019adeguata istruzione tecnica e privo di mezzi meccanici, il contadino continua ancora oggi a lavorare al modo degli avi la porzione di terreno utile alla sussistenza, lasciando incolta la maggior parte di cui potrebbe disporre. In quei due anni, mi dedicai a tempo pieno allo studio e, nei tempi liberi dalla docenza, all\u2019esplorazione di aree archeologiche ignote, sepolte dalla vegetazione sui contrafforti della <em>Cordillera de Huaman\u00ed<\/em>, o <em>Del C\u03ccndor<\/em>. I primissimi risultati furono incoraggianti: la restituzione alla storia di una cittadella-santuario incaica e di uno dei pi\u00f9 grandi complessi di arte rupestre del Per\u00f9, fino ad allora ignoto, ubicato lungo la frontiera ecuadoriana. Le ricerche, proseguite fino al 2001 con l\u2019appoggio del Centro studi Ligabue di Venezia e del nostro Ministero per le relazioni con l\u2019estero, permisero di conoscere il passato archeologico delle due provincie andine mediante la scoperta di centri monumentali sconosciuti, importanti complessi megalitici adibiti a culti ancestrali, il riconoscimento del tracciato del Cammino reale degli Inca, lo scavo di una serie di necropoli che ha permesso di ricostruire un primo profilo dell\u2019universo simbolico e rituale legato all\u2019antico culto dei defunti. La pubblicazione dei risultati ottenuti e l\u2019esposizione museale dei reperti hanno offerto alla comunit\u00e0 scientifica dati che integrano la conoscenza del passato inserendo quella parte delle Ande. Oltre a onorare il \u00a0mio dovere di uomo di scienza, ho voluto che la gente del luogo imparasse a conoscere e rispettare le testimonianze delle proprie radici culturali permettendo agli alunni delle scuole rurali sparse sul territorio di partecipare agli scavi. La visita dei ragazzi accompagnati dai loro insegnanti comportava, ovviamente, un ritardo nel lavoro, ma offriva a essi una conoscenza diretta del patrimonio culturale di norma preclusa ai profani. E a me offr\u00ec la gioia di condividere il sapere con gli umili figli di quella terra, assieme alla sensazione di sentirmi utile a un popolo che negli anni ho imparato ad amare dal profondo del cuore.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">Mentre svolgevo le mie ricerche archeologiche, entrai in contatto diretto con la cultura delle comunit\u00e0 rurali andine, una cultura che conserva una parte consistente del suo patrimonio plurimillenario. Fu per me una sorpresa constatare in che modo quella gente fosse rimasta fedele alla visione autoctona del mondo, dell\u2019uomo, della vita e al sentimento del sacro, e come, nella religiosit\u00e0, nella medicina, nei costumi, nella lingua avesse custodito l\u2019eredit\u00e0 del <em>mos maiorum<\/em>. Una fedelt\u00e0 pagata con l\u2019accusa, vecchia di oltre quattro secoli, di \u00absuperstizione\u00bb, ignoranza dei costumi \u00abcivili\u00bb, chiusura pervicace al \u00abprogresso\u00bb. Accettai la sfida cui un uomo di scienza non pu\u00f2 sottrarsi: conoscere di persona. Iniziai dunque a lavorare \u00absul campo\u00bb, nella pratica etnografica. Si trattava di <em>abrir trocha<\/em> (aprir sentiero): la letteratura scientifica dedicata a quella porzione delle Ande era ancora tutta da scrivere. Don Pancho Guarnizo, il primo <em>sabio<\/em> \u2012 operatore della medicina tradizionale, esponente autorevole del culto ancestrale (\u00absciamano\u00bb) \u2012 al quale mi presentai come <em>estudioso<\/em>, mi disse che non c\u2019era nulla da studiare, perch\u00e9 n\u00e9 lui n\u00e9 nessun altro dei <em>sabios<\/em> aveva mai scritto qualcosa e che, invece di <em>estudiar<\/em>, avrei dovuto <em>hacer<\/em>, fare, partecipando di persona alle pratiche che avevo intenzione di conoscere. Dopo un non facile periodo di prova, fui accettato come <em>curioso<\/em>, termine che si applica a chi, animato da desiderio sincero, si propone di apprendere. Mi si apriva dinanzi la inattesa possibilit\u00e0 di diventare \u00abosservatore attivo\u00bb, un ruolo ambito che permette d\u2019intraprendere una ricerca scientificamente corretta: invece di vedere lo svolgimento dello spettacolo sul palcoscenico, vi si partecipa di persona come attore. In questo modo, nello spazio di oltre trent\u2019anni, ho potuto conoscere in dettaglio la teoria e la pratica della medicina tradizionale. Una medicina che, a prescindere dalla somministrazione dei rimedi tratti dalla fitoterapia indigena, impone in primo luogo la valutazione del paziente come persona la quale, prima che nel corpo, vive la sua malattia nella mente e nell\u2019anima. E dalla mente e dall\u2019anima il terapeuta indigeno inizia un processo curativo che parte dal malato. Questo fu il primo dei molti doni preziosi che ho ricevuto da quei <em>campesinos<\/em>. Un dono che, oggi, sono in grado di proporre all\u2019attenzione della nostra ricerca medica impegnata a curare la malattia piuttosto che il malato. Trascorsi diciassette anni dalla mia accettazione come <em>curioso<\/em>, un <em>maestro<\/em> ignaro di lettere mi chiese di scrivere qualcosa di quanto mi era stato fino ad allora insegnato prima che se ne perdesse la memoria: non liste di erbe medicinali, precis\u00f2, ma il contenuto sapienziale, <em>el coraz\u00f3n<\/em> della tradizione medica ancestrale. Negli anni, la mia testimonianza, assieme a quella saggia e coraggiosa di colleghi peruviani medici e antropologi, ha permesso di sdoganare la medicina tradizionale andina proponendone lo studio negli ambienti accademici. Non \u00e8 stato facile superare l\u2019atavico muro di diffidenza e sfatare l\u2019accusa di essere una sorta di \u00abapprendisti stregoni\u00bb, ma oggi, nella prestigiosa facolt\u00e0 di medicina della <em>Universidad Nacional Mayor di San Marcos<\/em>, la pi\u00f9 antica d\u2019America, esiste la prima cattedra di antropologia medica. Una cattedra dedicata allo studio della medicina tradizionale andina e amazzonica.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">L\u2019altro dono che, da allora, non smette di arricchire la mia vita consiste nell\u2019aver visto realizzata, da parte di persone che vivono con dignit\u00e0 la loro cronica emarginazione e l\u2019endemica povert\u00e0, la virt\u00f9 della solidariet\u00e0: virt\u00f9 splendidamente umana ma d\u2019ascendenza divina. Mi limiter\u00f2 a qualche esempio: in omaggio alla tradizione, il <em>maestro curandero <\/em>\u00a0\u0336\u00a0 il terapeuta carismatico che per vivere fa come gli altri il contadino e il pastore\u00a0 \u0336 \u00a0non richiede un compenso per le sue prestazioni, lascia al paziente la facolt\u00e0 di retribuire <em>a su voluntad<\/em>. Chi pu\u00f2, dona un prodotto del campo, del pascolo, o del telaio domestico. Oppure, una volta in salute, contribuisce col proprio lavoro. I pi\u00f9 poveri usano dire <em>Que Dios se los pague<\/em> (Che sia Dio a pagarvi) e, in tal modo, s\u2019impegnano a pregare per chi ha fatto loro del bene. L\u2019intima consapevolezza di aver ricevuto da Dio il dono di saper curare, obbliga il terapeuta a condividere il dono ricevuto a prescindere dal compenso. Quando iniziai le mie ricerche, questa era ovunque l\u2019etica professionale; pi\u00f9 tardi, con l\u2019aperura di <em>carreteras<\/em>, specie nei luoghi pi\u00f9 facilmente raggiungibili da forastieri nazionali e stranieri, qualcuno tra i <em>curanderos<\/em> pi\u00f9 giovani inizi\u00f2 a chiedere un compenso in denaro meritandosi il titolo dispregiativo di <em>metalizado<\/em>: venduto al denaro. Da parte mia, dopo aver tentato di spiegare ai miei contadini di essere \u00abdottore in lettere\u00bb e aver sentito rispondermi che \u00e8 logico che un <em>doctor<\/em> sappia scrivere e leggere ma non \u00e8 giusto che non curi chi ne ha bisogno, iniziai a portare con me campioni e medicine regalatimi in Italia dai miei amici (veri) dottori. La medicina tradizionale indigena ha bisogno di secoli di sperimentazione, non \u00e8 in grado di curare malattie d\u2019importazione, come ad esempio il vaiolo e il colera. In questi casi, si deve ricorrere a rimedi farmaceutici: <em>remedios de botica<\/em>, farmaci privi di \u00abanima\u00bb perch\u00e9 fatti dalle macchine e venduti in cambio di denaro, ma in grado di curare quello che le erbe e le arti dei <em>maestros<\/em> non possono. Una volta, udii i miei operai dire tra di loro che, purtroppo, Ges\u00f9 stava per morire. Era una sera d\u2019agosto. Feci rispettosamente notare che nostro Signore era gia da tempo risorto. Obiettarono dicendo che lo sapevano ma chi stava morendo era <em>Jes\u00fas el hijo del carpintero<\/em>: Ges\u00f9, il figlio del falegname. Venni cos\u00ec a sapere che si trattava di un ragazzo di nome <em>Jes\u00fas<\/em> (i nativi si azzardano a dare ai loro figli il nome di Ges\u00f9) figlio di un falegname che, in un villaggio dei paraggi, stava per morire di colera. Avevo con me una buona scorta di tetracicline: la malattia era ancora all\u2019inizio e la tempra del ragazzo robusta. In poco tempo, Ges\u00f9, che ai primi sintomi era stato abbandonato dai familiari nella stalla e giaceva sul fieno, recuper\u00f2 la salute e io divenni il suo secondo padre, quello che gli aveva salvato la vita ricevuta dal primo. I dettagli dell\u2019intera vicenda mi suggerirono d\u2019interpretare l\u2019accaduto come una sorta di segno inviato dal cielo. Forse pretendo troppo e, in tal caso, me ne scuso. Da allora, per\u00f2, iniziai a considerare fratelli in Ges\u00f9 quelli che venivano a chiedermi medicine e a vedere nel loro volto il volto sofferente del Cristo del Getsemani. Inoltre, ringrazio di cuore il Signore di aver permesso a un <em>doctor en letras<\/em> di alleviare le sofferenze di molti senza danneggiare nessuno.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">A proposito della solidariet\u00e0 nativa, quando qualcuno deve costruirsi casa, come accade ad esempio a una coppia di sposi, l\u2019intera <em>comunidad campesina<\/em> partecipa gratuitamente al reperimento dei materiali e alla costruzione ricevendo in cambio un pasto quotidiano e, di tanto in tanto, un goccio di <em>aguardiente<\/em>. Lo stesso accade per la relizzazione di ognuna delle opere di pubblica utilit\u00e0 alle quali, per\u00f2, ciascuno partecipa portando i propri alimenti. Quando imperversava il colera, il governo aveva distribuito alle comunit\u00e0 rurali latte condensato e, ogni mattina, a turno, le donne lo preparavano e lo distribuivano, iniziando dai bambini per proseguire con le donne incinte, i malati e i pi\u00f9 anziani. Ricordo, e il ricordo mi allieta, di aver dato un mio piccolo contributo insegnando a preparare marmellate. So che \u00e8 difficile crederlo per uno che non fa il mio mestiere, ma in una zona che produce in abbondanza squisito e salutare zucchero di canna e pu\u00f2 disporre di quantit\u00e0 ingenti e variate di ottima frutta offerta dalla natura, la confettura era sconosciuta.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">Quando qualcuno, per malattia o per la morte di un congiunto, non \u00e8 in grado di lavorare la terra, la comunit\u00e0 offre a turno braccia adatte al lavoro. Si tratta di una consuetudine ancestrale precedente la diffusione del cristianesimo, una consuetudine <em>naturaliter christiana<\/em>. In uno dei miei scavi archeologici, bisognava proteggere dalle intemperie delle antiche costruzioni templari: il consiglio degli anziani del villaggio, ritenendo la scoperta meritoria di rispetto perch\u00e9 riguardava la memoria degli avi, mise a disposizione lavoratori locali i quali provvidero a coprire l\u2019intera area tagliando dal bosco il legname e costruirono un\u2019ampia e solida tettoia <em>sin goces de haber<\/em>: senza richiedere compenso. Mi \u00e8 anche capitato di sentir chiedere perdono agli alberi prima di procedere al taglio e, tra le etnie amazzoniche del Mara\u00f1\u00f3n, di vedere scacciare gli animali dopo che i cacciatori avevano abbattuto con la silenziosa cerbottana e i micidiali dardi al curaro le prede strettamente necessarie alla sopravvivenza del gruppo. \u00abSuperstizione\u00bb o testimonianza della percezione della sacralit\u00e0 della natura che ha permesso la conservazione dell\u2019ecosistema? Che succederebbe se ai nostri cacciatori fosse permesso l\u2019uso del silenziatore? Un trentennio di partecipazione diretta mi permette di scartare la prima opzione e confermare decisamente la seconda.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">Restando nell\u2019ambito del sentimento del sacro, una loro antica legge vieta di vendere appezzamenti di terreno o ricavare denaro dall\u2019affitto dei medesimi: la terra coltivabile, o da adibire ad altri usi purch\u00e9 di pubblica utilit\u00e0, viene concessa gratuitamente dalla comunit\u00e0 a chi ne fa motivata richiesta. Si tratta, comunque, di un usufrutto temporaneo. Cessato l\u2019uso, la terra torna alla comunit\u00e0 che, mediante il consiglio degli anziani, ne stabilisce il successivo impiego. Uno di loro mi spieg\u00f2 che il corpo della <em>Pachamama<\/em>, la nostra madre Terra, non pu\u00f2 essere venduto ma concesso ai suoi figli perch\u00e9 ne traggano nutrimento. So che, a latitudini diverse, la risposta di quell\u2019anziano digiuno di lettere pu\u00f2 sembrare retorica e retorica la convinzione che tutti gli uomini abbiano una madre in comune, ma chi conosce il loro mondo sa che si tratta dell\u2019autentica espressione d\u2019un sentire oggi a noi ignoto. Anche in questo caso, i nativi (doc) si mostrano diffidenti nei confronti del \u00abprogresso\u00bb.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">La concentrazione della ricchezza, sia essa in natura come in beni materiali o forza fisica, oppure il sapere, la ricchezza in denaro nelle mani di uno o di pochi, \u00e8 considerata una colpa grave nei confronti di Dio e dei pi\u00f9 poveri. Gli <em>indios<\/em> della Sierra Madre del Messico credono che se uno di loro non condivide i propri beni con chi ha bisogno, dopo la morte sar\u00e0 condannato a scontare la pena in una parte dell\u2019inferno riservata agli \u00abstranieri\u00bb: ai bianchi. La demonia del denaro \u00e8 uno degli aspetti del \u00abprogresso\u00bb che i nativi (termine che, ai nostri giorni, concerne l\u2019anima prima ancora che l\u2019appartenenza geografica) si ostinano a non accettare. Un antico mito racconta che Wiraqucha, il Creatore, assunte le sembianze di un povero, andava in giro a chiedere qualcosa da mangiare e alloggio per la notte. Ricompensava i generosi (in genere i pi\u00f9 poveri) benedicendo la loro casa, i campi, i pascoli, il bestiame. \u00c8 significativo che il nome del Creatore, nella lingua aymara, significhi \u00abstraccione\u00bb\u2026 Il mito insegna che Dio distribuisce alle creature le sue ricchezze per amore, diventando \u00abpovero\u00bb; chiede alla creatura di comportarsi in modo simile nei confronti del Creatore, rendendo grazie con la preghiera, l\u2019offerta delle primizie, e nei confronti del prossimo mettendo in comune i mezzi di sussistenza. Dal Per\u00f9 al Messico, capita di sentirsi ringraziare per aver accettato l\u2019ospitalit\u00e0 perch\u00e9 gradita a Dio e fonte delle sue benedizioni. \u00c8 capitato anche a me, sulle Ande. Anche i greci ritenevano che gli ospiti, persino i pi\u00f9 miseri, fossero mandati da Zeus. Quando qualcuno bussava all\u2019uscio lo si accoglieva, saziava e accudiva. Solo pi\u00f9 tardi gli si chiedeva chi fosse.u&lt;QQ In entrambi i casi, il mito rende sacro l\u2019ospite e sacro l\u2019istituto dell\u2019ospitalit\u00e0. Un migliaio di anni dopo Omero, Benedetto da Norcia insegnava ai suoi monaci ad accogliere l\u2019ospite come fosse Cristo che bussava alla porta.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">Per quanto riguarda la solidariet\u00e0 tra poveri, nella celebrazione delle feste patronali una delle famiglie della comunit\u00e0 s\u2019incarica di provvedere al vitto durante i giorni della festa del santo patrono del villaggio. Per un anno, certi della gratitudine della comunit\u00e0 e della benedizione da parte del patrono, i <em>fiesteros <\/em>accumulano alimenti lavorando duramente perch\u00e9 la celebrazione avvenga nel segno della gioia e dell\u2019abbondanza. Divenuti i pi\u00f9 \u00abricchi\u00bb del villaggio, terminata la festa, la famiglia dei <em>fiesteros<\/em> diventa la pi\u00f9 povera e la pi\u00f9 stimata per la sua generosit\u00e0. Questa innata generosit\u00e0 \u00e8 stata definita da missionari veterani \u00ab<em>el rostro indio de Dios<\/em>: il volto indio di Dio\u00bb. Questo \u00e8 anche il titolo del loro libro, un libro indimenticabile.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">A proposito della vita religiosa, vi \u00e8 da dire che in questa regione andina il sacerdote capita in visita pastorale non pi\u00f9 d\u2019una volta l\u2019anno. Viene accolto con gioia dai fedeli: gli presentano figli da battezzare; le coppie celebrano il loro matrimonio religioso; nei camposanti i defunti ricevono la benedizione e la gente l\u2019eucaristia. Quando il sacerdote non c\u2019\u00e8, uno del villaggio s\u2019incarica, la domenica, di aprire la chiesuola (dove esiste) e d\u2019invitare la comunit\u00e0 ad ascoltare le letture del giorno. Pi\u00f9 d\u2019una volta mi \u00e8 stato chiesto di recitare la formula di battesimo su un neonato in attesa che il sacerdote impartisse il battesimo canonico. <em>Agua de seguro<\/em>, si chiama la formula battesimale recitata da un laico nelle primissime ore di vita perch\u00e9, comunque, permette al piccolo di entrare a far parte della comunit\u00e0 cristiana e lo \u00abpone al sicuro\u00bb dalla morte che, impietosa, falcia i pi\u00f9 piccoli impedendo ai non battezzati di entrare in paradiso, li difende dall\u2019invidia di quelli che non hanno figli o non li hanno pi\u00f9 e, per ultimo, dalle insidie degli spiriti malevoli, gli <em>encantos<\/em>, che pullulano nei luoghi remoti e potrebbero rapire o danneggiare il neonato. Invano ho tentato di convincerli che chiunque, purch\u00e9 battezzato e credente, pu\u00f2 dire <em>Yo t<\/em><em>e bautizo en el nombre del Padre, del Hijo y del Esp\u00edritu Santo<\/em>. Forse credono che le parole di un <em>doctor<\/em> arrivino prima agli orecchi del Padreterno, senza sapere che noialtri <em>doctores<\/em> da lui siamo pi\u00f9 distanti di quanto non lo siano gli umili e i semplici d\u2019animo.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">La solidariet\u00e0 \u00abindia\u00bb si preoccupa di alleviare le sofferenze altrui, ad esempio in caso di malattia. A me \u00e8 successo di trovarmi sulla <em>sierra<\/em> privo di medicine e, bisognoso di cure e riposo, ho sempre potuto contare con l\u2019aiuto di qualcuno che mi somministrava erbe, alimenti e mi offriva un giaciglio e un tetto senza chiedere nulla in cambio. La cosa significativa, nel mio caso, era la loro indifferenza nei confronti della mia appartenenza razziale. Un \u00abbianco\u00bb, tra le comunit\u00e0 native, \u00e8 sempre e comunque (e spesso a ragione) oggetto di diffidenza; ma solo se il \u00abbianco\u00bb giunge a meritarselo, iniziando dalla condivisione della loro vita, del vitto e dell\u2019alloggio, e continuando col rispetto per i loro costumi, viene trattato come uno di loro. Questo \u00e8 stato, per me, un insegnamento prezioso che mi ha dimostrato come la vera carit\u00e0 non conosca frontiere, sia priva di pregiudizi e carente di interessi secondari.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">Della carit\u00e0 fa anche parte la trasmissione del sapere: quando, agli inizi del mio percorso, chiedevo notizie sui miti indigeni riguardanti la creazione del mondo, mi sentivo rispondere che, dato che sapevo leggere, potevo consultare in proposito la Bibbia. Molto tempo dopo, la stessa persona che da anni frequentavo, senza che glielo chiedessi di nuovo, mi raccont\u00f2 gli antichi miti. Vedendomi interdetto e sorpreso, mi spieg\u00f2 che non dovevo stupirmi: prima di consegnarmi l\u2019eredit\u00e0 dei padri aveva dovuto sincerarsi che io avessi <em>buen coraz\u00f3n<\/em>: un cuore puro.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">Per quanto riguarda la mia acettazione come <em>forastero-non-forastero<\/em> e studioso-discepolo, posso affermare che la pi\u00f9 difficile e la pi\u00f9 importante delle mie lauree, l\u2019ho ricevuta quando il Consiglio municipale di Ayabaca, un centro rurale a tremila metri d\u2019altezza, composto in prevalenza da contadini-pastori, mi ha insignito del titolo di <em>Hijo predilecto<\/em>, Figlio prediletto. Titolo equivalente alla nostra \u00abcittadinanza onoraria\u00bb, ma molto pi\u00f9 vero, intenso, sincero, ma molto pi\u00f9 impegnativo per chi lo riceve in\u00a0 condizione di \u00abfiglio\u00bb. Quando, cinque anni addietro, fu inaugurata la prima cattedra di antropologia medica, il magnifico rettore mi insign\u00ec del titolo di <em>Catedr\u00e1tico honoris causa<\/em>. Alla consegna del diploma, una delegazione di studenti provenienti dal Cuzco, con addosso i <em>ponchos<\/em> sgargianti tessuti sui telai andini, diedero fiato alle conchiglie marine per salutare l\u2019avvenimento. Cos\u00ec gli inca salutavano la vittoria. Con gli occhi umidi di pianto, chiesi al rettore se l\u2019universit\u00e0 avesse organizzato il <em>huayllay<\/em> (cos\u00ec si chiama il suono trionfale delle buccine). Confess\u00f2 di essere rimasto stupito non meno di me del gesto spontaneo di quegli studenti. So che l\u2019orgoglio, anche se legittimo, non fa parte delle virt\u00f9 cristiane, ma quel giorno mi sentii orgoglioso.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000\">In chiusura di questa manciata di ricordi, che in qualche modo intendono testimoniare il mio vissuto tra i poveri, debbo allontanare da chi legge il sospetto della mia appartenenza alla scuola di chi ancora crede nell\u2019esistenza del \u00abbuon selvaggio\u00bb. L\u2019essere umano \u00e8 tale, con le sue virt\u00f9 e i suoi difetti, in ogni tempo e in ogni latitudine. I miei <em>campesinos<\/em> possono essere avidi, invidiosi, infingardi, mentitori, crudeli come qualsiasi dei nostri connazionali. E a volte ancora di pi\u00f9, per il rancore della loro emarginazione e il peso della povert\u00e0. Quello che li distingue da noialtri, tuttavia, \u00e8 che la maggior parte di loro, anche perseverando nel male, \u00e8 cosciente di non essere nel giusto. Delinque sapendo di delinquere. Sa, inoltre, che Dio pu\u00f2 punire e accetta il rischio del castigo. Sulle Ande, inoltre, la colpa del singolo chiama in causa l\u2019intera comunit\u00e0: <em>hucha<\/em>, mal tradotto come \u00abpeccato\u00bb, esprime il concetto di \u00abcolpa contaminante\u00bb. La colpa del singolo contamina la comunit\u00e0 e la espone al rischio dell\u2019ira divina. Sicch\u00e9, quando non piove, o piove troppo o fuori stagione, quando le piante e gli animali s\u2019ammalano, il saggio del villaggio, il <em>sabio<\/em>, convoca la gente e chiede se qualcuno abbia fatto qualcosa che ha offeso Dio. A volte, come facevano gli avi, il colpevole dichiara pubblicamente la propria colpa, meritando, con la sua confessione, l\u2019assoluzione e la stima da parte della sua comunit\u00e0. Quest\u2019ultima, infatti, \u00e8 certa che, in tal caso, anche Dio abbia assolto il colpevole. In caso contrario, prima di essere consegnato alla giustizia, al colpevole viene impartita una punizione previa che serva agli altri d\u2019esempio e dimostri a Dio la riprovazione della comunit\u00e0. Un ladro o un assassino che sa di essere ladro o assassino, qualora si penta, ha fatto il primo passo su un possibile cammino di redenzione. Sta a lui proseguire. Dalle nostre parti, invece, molti peccati sono stati sdoganati; la coscienza della colpa \u00e8 stata pressoch\u00e9 abolita, lasciando al singolo l\u2019eventuale opzione di decidere ci\u00f2 che appartiene al bene e ci\u00f2 che appartiene al male. Oppure, senza porsi il problema etico, di stabilire se le sue azioni risultino \u00abpoliticamente corrette\u00bb o passibili della punizione prevista dal codice penale. Del resto, una societ\u00e0 \u00abliquida\u00bb richiede per sua natura e in vista della necessaria coesione un contenitore rigido \u2026<\/span><\/p>\n<p><em>Tratto da Orientamenti Pastorali n.1-2\/2024 (tutti i diritti riservati)<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mario Polia &#8211;\u00a0specialista in antropologia religiosa e storia delle religioni, direttore del museo civico di Leonessa (Rieti) Nel 1971, pochi giorni dopo aver conseguito la &#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_links_to":"","_links_to_target":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-3030","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-senza-categoria"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3030","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3030"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3030\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3031,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3030\/revisions\/3031"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3030"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3030"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3030"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}