{"id":2849,"date":"2023-09-30T19:44:45","date_gmt":"2023-09-30T17:44:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/?p=2849"},"modified":"2023-09-30T19:44:45","modified_gmt":"2023-09-30T17:44:45","slug":"la-ricchezza-sbianca-la-bianchezza-arricchisce-quando-e-perche-limmigrazione-diventa-un-problema","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/2023\/09\/30\/la-ricchezza-sbianca-la-bianchezza-arricchisce-quando-e-perche-limmigrazione-diventa-un-problema\/","title":{"rendered":"La ricchezza sbianca? La bianchezza arricchisce? Quando e perch\u00e9 l\u2019immigrazione diventa un problema"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Maurizio Ambrosini &#8211;\u00a0professore ordinario di scienze sociali e politiche, sociologia dell\u2019ambiente e del territorio, Universit\u00e0 degli studi di Milano<\/em><\/p>\n<p>La percezione di un\u2019immigrazione montante e drammatica \u00e8 stata per anni un dato di senso comune cos\u00ec potente e comunemente accettato da non essere mai posto in discussione. Lo stesso accade per il rapporto tra immigrazione e povert\u00e0. E pochi osano avanzare dubbi nei confronti dell\u2019inossidabile slogan \u00abaiutiamoli a casa loro\u00bb. In realt\u00e0 anche chi vorrebbe stare dalla parte degli immigrati o almeno assumere una posizione equilibrata accetta l\u2019inquadramento del fenomeno fornito da un senso comune largamente ostile. Il primo passo per un approccio serio alla questione consiste invece nel conoscere qualche dato fondamentale e interpretarlo adeguatamente.<\/p>\n<p><strong>1. Identificare gli immigrati: una questione non banale<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019immigrazione \u00e8 antica come l\u2019umanit\u00e0, ma in epoca moderna \u00e8 stata definita e regolata in rapporto al concetto di nazione e all\u2019istituzione degli Stati nazionali. La costruzione delle identit\u00e0 nazionali si \u00e8 basata sull\u2019idea di comunit\u00e0 omogenee, solidali al loro interno e racchiuse entro confini ben definiti. Gli immigrati internazionali hanno sempre rappresentato un inciampo rispetto ai progetti di formazione di societ\u00e0 coese sotto l\u2019insegna della bandiera nazionale: sono stranieri, portatori generalmente di lingue e abitudini diverse da quelle localmente prevalenti, che vengono a insediarsi sul territorio della nazione.<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a> A partire da questa premessa, possiamo introdurre il concetto di immigrato cos\u00ec come viene definito dall\u2019ONU: <em>una persona che si \u00e8 spostata in un Paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel Paese da pi\u00f9 di un anno<\/em>. La definizione include tre elementi: l\u2019attraversamento di un confine nazionale; lo spostamento in un altro Paese, a diverso da quello in cui il soggetto \u00e8 nato o ha vissuto abitualmente nel periodo precedente il trasferimento; una permanenza prolungata nel nuovo Paese, fissata convenzionalmente in almeno un anno. Intende chiarire cos\u00ec che l\u2019immigrato non \u00e8 un turista, un partecipante a un congresso di pochi giorni, un operatore commerciale che accede a una fiera o viaggia per incontrare dei clienti.\u00a0Nella vita quotidiana per\u00f2 la definizione assume una declinazione operativa sensibilmente diversa. \u00a0Di fatto noi definiamo come \u00abimmigrati\u00bb solo una parte degli stranieri che risiedono stabilmente e lavorano nel nostro Paese. Ne sono esentati non solo i cittadini francesi o tedeschi, ma pure statunitensi, giapponesi e coreani, anche quando ricadono nella definizione convenzionale di immigrato prima riportata. Raramente si contesta a un cittadino statunitense o giapponese il diritto di entrare, uscire e circolare nel nostro Paese. Gli si consente senza troppi problemi di portare con s\u00e9 la propria famiglia. Anche il riconoscimento dei suoi titoli di studio, bench\u00e9 non proprio agevole, gode di un trattamento preferenziale rispetto a quello a cui sono sottoposti i titoli in possesso dei cittadini di Paesi pi\u00f9 deboli. Lo stesso vale per il termine extracomunitari, un concetto giuridico (non appartenenti all\u2019Unione europea), diventato invece sinonimo di \u00abimmigrati\u00bb, con conseguenze paradossali: non si applica agli statunitensi, ma molti continuano a usarlo per i rumeni. \u00a0Di fatto, il termine ha recuperato la sua valenza etimologica: noi chiamiamo extracomunitari coloro che non fanno parte della nostra comunit\u00e0 intesa in senso lato, di cittadini del nord del mondo: della nostra comunit\u00e0 di benestanti, se la vediamo in una prospettiva globale.\u00a0Immigrati (ed extracomunitari) sono dunque ai nostri occhi soltanto gli stranieri provenienti da Paesi che classifichiamo come poveri, mai quelli originari di Paesi sviluppati. Il concetto contiene quindi un\u2019implicita valenza peggiorativa: in quanto poveri, questi stranieri sono minacciosi, perch\u00e9 potrebbero volerci portare via qualcosa, oppure sono bisognosi di assistenza, e quindi suscettibili di rappresentare un carico per la nazione; e comunque sono considerati meno evoluti e civilizzati di noi. \u00a0Detto in altri termini: chiamiamo immigrazione la mobilit\u00e0 umana che percepiamo come problematica. C\u2019\u00e8 infatti un\u2019interessante eccezione: si riferisce ai cittadini di Paesi di per s\u00e9 classificabili come luoghi di emigrazione, ossia poveri e arretrati, ma individualmente riscattati dall\u2019eccellenza nello sport, nella musica, nell\u2019arte, o quanto meno negli affari. \u00a0Pensiamo per esempio ai calciatori delle nostre squadre di serie A e B. Neanche a essi si applica l\u2019etichetta di \u00abimmigrati\u00bb: il loro successo li ha affrancati da quella condizione di povert\u00e0 che si associa intrinsecamente alla nozione di immigrato. Come ha detto qualcuno, \u00abla ricchezza sbianca\u00bb. Il calciatore africano o l\u2019uomo d\u2019affari medio-orientale non allarma particolarmente le societ\u00e0 riceventi, e anche le sue eventuali diversit\u00e0, religiose o alimentari, sono ampiamente tollerate. La stessa rappresentazione della diversit\u00e0, e della sua eventuale minaccia per l\u2019identit\u00e0 culturale della societ\u00e0 ricevente, non sembra coinvolgere i benestanti. Possiamo quindi affermare che l\u2019impiego del concetto di immigrato allude alla percezione di una doppia alterit\u00e0: una nazionalit\u00e0 straniera e una condizione di povert\u00e0. Generalmente, quando un individuo o un gruppo riesce a liberarsi di uno di questi due stigmi, cessa di essere considerato un immigrato.<\/p>\n<p><strong>\u00a02.\u00a0<\/strong><strong>Siamo invasi dai rifugiati?<\/strong><\/p>\n<p>La guerra in Siria e Iraq ha costretto alla fuga circa cinque milioni di profughi. Solo una modesta minoranza secondo i dati dell\u2019UNHCR,<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a> mediamente i pi\u00f9 attrezzati e selezionati, arrivano in Europa, ma questo \u00e8 bastato a scatenare paure e rifiuti. Il numero dei migranti forzati nel mondo, nonostante la pandemia, ha toccato nel 2020 un nuovo picco, con 82,4 milioni di persone scacciate dalle loro case. Contrariamente a un diffuso senso comune, il 48% dei rifugiati sono donne, e il 42% hanno meno di 18 anni (mentre i minorenni rappresentano il 30% circa della popolazione mondiale).<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]\u00a0<\/a> La maggioranza dei rifugiati (48 milioni) sono per la precisione sfollati interni (in inglese IDP: <em>Internally Displaced People<\/em>), ossia persone che hanno cercato rifugio in un\u2019altra regione del proprio Paese.\u00a0 I rifugiati internazionali hanno raggiunto la cifra di 26,4 milioni. Ebbene, di questi l\u201986% \u00e8 accolto in Paesi in via di sviluppo o intermedi, per lo pi\u00f9 quelli confinanti (73%). Popolazioni molto fragili sono in qualche modo accolte in contesti altrettanto fragili, se non ancora pi\u00f9 precari di quello da cui sono fuggite. Nell\u2019UE ne arriva s\u00ec e no il 10%. In proporzione agli abitanti, il Libano accoglie 128 rifugiati ogni 1.000 abitanti, esclusi i palestinesi, la Giordania 69, la Turchia 43. Nell\u2019UE troviamo al primo posto la Svezia con 25. La Germania si colloca a quota 14, l\u2019Italia in realt\u00e0 rimane sotto la media, con 3,5. L\u2019elasticit\u00e0 della percezione di accogliere troppi rifugiati \u00e8 confermata da quanto sta avvenendo in queste settimane: una generosa mobilitazione a favore dei profughi ucraini, senza che nessuno, almeno finora, abbia posto il problema dei numeri e degli eventuali costi da sostenere. \u00c8 diventata lampante una distinzione tra guerra e guerra, tra profughi e profughi. Provenienza, colore della pelle, religione, risonanza mediatica, hanno prodotto un rovesciamento, questa volta in positivo, degli atteggiamenti della pubblica opinione e delle autorit\u00e0. Non sappiamo per\u00f2 fino a quando. Considerazioni analoghe valgono per l\u2019immigrazione in generale: il discorso pubblico ripete ogni giorno che siamo di fronte a un fenomeno gigantesco, in tumultuoso aumento, che proverrebbe principalmente dall\u2019Africa e dal Medio Oriente e sarebbe composto soprattutto da maschi mussulmani. I dati disponibili ci dicono invece che l\u2019immigrazione in Italia dopo anni di crescita \u00e8 sostanzialmente stazionaria, poco sopra i 5 milioni di residenti regolari, a cui va aggiunta una stima di circa 600.000 presenze irregolari.<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a> Gli immigrati sono arrivati per lavoro in un primo tempo, poi per ricongiungimento familiare, con circa un milione di minori e 2,4 milioni di occupati regolari. Pochissimi per asilo, va ribadito: meno del 7% del totale. Come se non bastasse, le statistiche dicono che l\u2019immigrazione in Italia \u00e8 prevalentemente europea, femminile e proveniente da Paesi di tradizione cristiana. La crisi economica sta condizionando le strategie dei migranti, e in modo particolare i nuovi arrivi. Mentre per circa trent\u2019anni il mercato ha assorbito manodopera immigrata, obbligando governi di ogni colore a varare ben sette sanatorie in 25 anni, ora il sistema economico sta comunicando il messaggio che nella fase attuale non ha bisogno di nuovi lavoratori. Persino i ricongiungimenti familiari risentono dell\u2019avversa congiuntura economica e le stesse nascite da genitori immigrati sono calate negli ultimi anni: erano 80.000 nel 2012, sono scese a 59.000 nel 2020. L\u2019immigrazione in Italia nel suo complesso negli ultimi dieci anni ha cercato di resistere alla crisi economica e di mantenere per quanto possibile l\u2019insediamento costruito negli anni precedenti. Solo ora, con la ripresa post-Covid, vede nuove possibilit\u00e0 di occupazione, se la guerra in Ucraina con le sue conseguenze non provocher\u00e0 nuovi contraccolpi sull\u2019economia. Un problema su cui riflettere \u00e8 dunque la divaricazione tra realt\u00e0 e rappresentazione, l\u2019attenzione selettiva verso una sola componente dei processi migratori, quella dei rifugiati (africani e medio-orientali), la confusione tra asilo e immigrazione in generale. Arrivi molto visibili, certo drammatici ma anche drammatizzati, hanno occupato il centro della scena, offuscando le altre componenti, molto pi\u00f9 rilevanti, di un universo complesso e sfaccettato come quello delle migrazioni.\u00a0Il governo italiano per alcuni anni \u00e8 stato molto attivo nei salvataggi in mare, e le navi della marina militare e della guardia costiera hanno l\u2019indubbio merito di aver salvato migliaia di vite umane, con il contributo di navi equipaggiate da organizzazioni umanitarie, da privati cittadini e dalla marina di altri Paesi: un\u2019attivit\u00e0 cos\u00ec notevole da aver innescato le note polemiche sui salvataggi in mare da parte delle ONG. Il punto cruciale consiste invece nelle accresciute difficolt\u00e0 del passaggio verso Nord, giacch\u00e9 i Paesi dell\u2019Europa centro-settentrionale fanno pressione perch\u00e9 i rifugiati vengano identificati e accolti nei Paesi di primo approdo, anche prelevando forzatamente le impronte digitali presso i cosiddetti <em>hotspot<\/em>. Gli accordi di redistribuzione faticosamente raggiunti nell\u2019autunno 2015, e non con tutti i Paesi membri dell\u2019Unione europea, sono stati disattesi, con poche migliaia di reinsediamenti, e infine abbandonati. Poi \u00e8 arrivata la svolta delle politiche governative nell\u2019estate 2017. Il governo italiano, spalleggiato dall\u2019UE, ha messo sotto controllo le attivit\u00e0 delle ONG e stretto accordi con lo Stato libico e con le forze locali. Le partenze dalle coste libiche sono diventate pi\u00f9 difficili e la guardia costiera intercetta le imbarcazioni costringendo i migranti e richiedenti asilo a tornare indietro. Al riparo dai nostri sguardi, dalle telecamere e dal controllo di organizzazioni umanitarie e testimoni esterni, le persone in cerca di asilo vengono detenute in condizioni che tutte le fonti definiscono disumane. Quello che viene presentato e percepito come un successo nel controllo dell\u2019immigrazione indesiderata \u00e8 una tragedia dal punto di vista dei diritti umani. Sul territorio italiano, per le persone che una volta arrivate hanno presentato domanda di asilo, la gestione del sistema di protezione ha continuato a oscillare tra l\u2019idea di un\u2019\u00abemergenza\u00bb da fronteggiare con interventi straordinari e quella di un fenomeno che va affrontato mediante l\u2019allestimento di un \u00absistema\u00bb organico di accoglienza.<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>\u00a0Pur con queste precisazioni, l\u2019enfasi sulla necessit\u00e0 di contenere i flussi non \u00e8 derivata da un\u2019analisi obiettiva dei dati, ma dall\u2019impatto che ha avuto sull\u2019opinione pubblica la visione televisiva dei salvataggi, dei naufragi e degli sbarchi sulle coste delle regioni meridionali. Alcuni attori politici si sono impadroniti dell\u2019argomento, facendone materia di polemica e propaganda. D\u2019altro canto, l\u2019approdo dal mare di persone in cerca di asilo ha tutte le caratteristiche per scatenare le ansie e le preoccupazioni delle societ\u00e0 riceventi: si tratta di stranieri che arrivano senza chiedere permesso e senza essere stati invitati, non hanno regolari documenti, e per di pi\u00f9 una volta sbarcati chiedono assistenza e non possono essere respinti. Il vulnus nei confronti dell\u2019idea di sovranit\u00e0 nazionale, di controllo dei confini e di sicurezza nei confronti di intrusioni dall\u2019esterno non potrebbe essere pi\u00f9 clamoroso.\u00a0Colpisce tuttavia che l\u2019attuale flusso dall\u2019Ucraina (2,7 milioni di persone nel momento in cui scriviamo, met\u00e0 marzo 2022) abbia profondamente modificato sia gli atteggiamenti dell\u2019opinione pubblica, sia le politiche europee. L\u2019Unione europea, con una scelta audace e inattesa, ha aperto le porte ai profughi dall\u2019Ucraina in maniera incondizionata. Gi\u00e0 potevano entrare senza obbligo di visto, ma solo per soggiorni turistici di durata inferiore ai tre mesi. Ora potranno fermarsi per un anno, prolungabile di altri due, come residenti regolari a tutti gli effetti. Potranno muoversi all\u2019interno dell\u2019UE, saltando i vincoli delle convenzioni di Dublino e le sfibranti discussioni sulle quote-Paese. Saranno abilitati ad accedere al lavoro, all\u2019istruzione, alla sanit\u00e0, senza filtri o lungaggini.<\/p>\n<p><strong>3. Stiamo per essere sommersi dalla povert\u00e0 del Terzo Mondo?<\/strong><\/p>\n<p>Anche l\u2019idea diffusa di un nesso diretto tra povert\u00e0 e migrazioni \u00e8 ugualmente approssimativa. Certo, le disuguaglianze tra regioni del mondo, anche confinanti, spiegano una parte delle motivazioni a partire. Anzi, si pu\u00f2 dire che i confini sono il maggiore fattore di disuguaglianza su scala globale. Pesano pi\u00f9 dell\u2019istruzione, del genere, dell\u2019et\u00e0, del retaggio familiare. Un bracciante agricolo nell\u2019Europa meridionale guadagna pi\u00f9 di un medico in Africa: questo fatto rappresenta un incentivo alla mobilit\u00e0 attraverso i confini. Nel complesso per\u00f2 i migranti internazionali sono una piccola frazione dell\u2019umanit\u00e0: rappresentano all\u2019incirca il 3,6% della popolazione mondiale: in cifre, intorno ai 281 milioni su quasi otto miliardi di esseri umani:<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a> all\u2019incirca una persona ogni 30. Ci\u00f2 significa che le popolazioni povere del mondo hanno in realt\u00e0 un accesso assai limitato alle migrazioni internazionali, e soprattutto alle migrazioni verso il nord globale. Il temuto sviluppo demografico dell\u2019Africa non si traduce in spostamenti massicci di popolazione verso l\u2019Europa o altre regioni sviluppate. I movimenti di popolazione nel mondo avvengono soprattutto tra Paesi limitrofi o comunque all\u2019interno dello stesso continente (87% nel caso della mobilit\u00e0 dell\u2019Africa sub-sahariana), con la sola eccezione dell\u2019America settentrionale, che attrae immigrati dall\u2019America centro-meridionale e dagli altri continenti. I maggiori Paesi di emigrazione sono nell\u2019ordine India, Messico, Russia, Cina. Nessun Paese africano, nessun Paese poverissimo: Paesi intermedi, e anche in sviluppo. In questo scenario, la povert\u00e0 in senso assoluto ha un rapporto negativo con le migrazioni internazionali, tanto pi\u00f9 sulle lunghe distanze.<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a> Le migrazioni sono processi selettivi, che richiedono risorse economiche, culturali e sociali: occorre denaro per partire, che le famiglie investono nella speranza di ricavarne dei ritorni sotto forma di rimesse; occorre una visione di un mondo diverso, in cui riuscire a inserirsi pur non conoscendolo; occorrono risorse caratteriali, ossia il coraggio di partire per cercare fortuna in Paesi lontani, di cui spesso non si conosce neanche la lingua, di affrontare vessazioni, discriminazioni, solitudini, imprevisti di ogni tipo; occorrono risorse sociali, rappresentate specialmente da parenti e conoscenti gi\u00e0 insediati e in grado di favorire l\u2019insediamento dei nuovi arrivati. Come ha detto qualcuno, i poverissimi dell\u2019Africa di norma non riescono neanche ad arrivare al capoluogo del loro distretto. Di conseguenza, la popolazione in Africa potr\u00e0 anche aumentare, ma senza una sufficiente dotazione di risorse e senza una domanda di lavoro almeno implicita da parte dell\u2019Europa, non arriver\u00e0 fino alle nostre coste. I migranti, dunque, come regola non provengono dai Paesi pi\u00f9 poveri del mondo. Certo, gli immigrati arrivano soprattutto per migliorare le loro condizioni economiche e sociali, inseguendo l\u2019aspirazione a una vita migliore di quella che conducevano in patria. Ma questo miglioramento \u00e8 appunto comparativo, e ha come base una certa dotazione di risorse. Lo mostra con una certa evidenza uno sguardo all\u2019elenco dei Paesi da cui provengono.\u00a0 Per l\u2019Italia, la graduatoria delle provenienze vede nell\u2019ordine: Romania (1.137.000), Marocco (398.000), Albania (381.000), Cina (280.000), Ucraina (223.000).<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a> Nessuno di questi \u00e8 annoverato tra i Paesi pi\u00f9 poveri del mondo, quelli che occupano le ultime posizioni nella graduatoria basata sull\u2019indice di sviluppo umano dell\u2019ONU: un complesso di indicatori che comprendono non solo il reddito, ma anche altre importanti variabili come i tassi di alfabetizzazione, la speranza di vita alla nascita, il numero di posti-letto in ospedale in proporzione agli abitanti<strong>.\u00a0<\/strong>Per le stesse ragioni, i migranti non sono i pi\u00f9 poveri dei loro Paesi: mediamente, sono meno poveri di chi rimane. E pi\u00f9 vengono da lontano, pi\u00f9 sono selezionati socialmente. Chi arriva da pi\u00f9 lontano, fra l\u2019altro, necessita di un progetto pi\u00f9 definito e di lunga durata, non pu\u00f2 permettersi di fare sperimentazioni o andirivieni: deve essere determinato a rimanere e a lavorare per ripagare almeno le spese sostenute e gli eventuali prestiti ricevuti. Ha anche bisogno di teste di ponte pi\u00f9 solide, ossia di parenti o connazionali affidabili che lo accolgano e lo aiutino a sistemarsi. Un caso per certi versi opposto \u00e8 quello di una categoria di emigranti emersa nel dibattito recente, quella dei rifugiati ambientali. Il concetto sta conoscendo una certa fortuna, perch\u00e9 consente di collegare la crescente sensibilit\u00e0 ecologica, la preoccupazione per i cambiamenti climatici e la protezione di popolazioni vulnerabili del sud del mondo. Ora, \u00e8 senz\u2019altro vero che ci sono nel mondo popolazioni costrette a spostarsi anche per cause ambientali, direttamente indotte come nel caso della costruzione di dighe o di installazioni petrolifere, o provocate da desertificazioni, alluvioni, avvelenamenti del suolo e delle acque. Ma le migrazioni difficilmente hanno una sola causa, e le crisi ambientali si sommano semmai ad altre cause di fragilit\u00e0. Inoltre, che questi spostamenti forzati si traducano in migrazioni internazionali, soprattutto sulle lunghe distanze, \u00e8 molto pi\u00f9 dubbio.<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a> \u00c8 pi\u00f9 probabile che i contadini scacciati dalla loro terra ingrossino le megalopoli del Terzo Mondo, anzich\u00e9 arrivare in Europa. Va aggiunto che l\u2019esodo dal mondo rurale \u00e8 una tendenza strutturale, difficile da rovesciare, in Paesi in cui la popolazione impegnata nell\u2019agricoltura supera il 50% dell\u2019occupazione complessiva. Concludendo, vale la pena di ribadire alcuni concetti per intraprendere una seria discussione sulle migrazioni. In primo luogo, non confondere immigrazione e asilo, non mescolare sbarchi e immigrazione. Va ricordato: i richiedenti asilo sono una piccola quota rispetto agli immigrati. Gli immigrati irregolari, i cosiddetti \u00abclandestini\u00bb sono perlopi\u00f9 donne che lavorano presso le famiglie italiane: talmente utili che riusciamo a scordarcene, quando si tratta di verificare la regolarit\u00e0 del soggiorno. Nell\u2019ultima sanatoria (2020), l\u201985% delle circa 200.000 domande si sono concentrate nel settore domestico-assistenziale, con l\u2019Ucraina in prima posizione tra i Paesi di origine (circa 18.000 domande). Secondo: meglio non parlare di immigrazione in generale, ma di categorie specifiche. Se si segmenta la massa amorfa e temuta dell\u2019immigrazione e si focalizza l\u2019attenzione su gruppi ben individuati, almeno una parte delle ansie tende a sgonfiarsi. \u00c8 molto pi\u00f9 serio discutere di cittadini europei mobili, di studenti, di infermiere, di assistenti familiari dette volgarmente badanti, di investitori, di gente che lavora in occupazioni lasciate scoperte dagli italiani, di familiari ricongiunti, di persone che fuggono da guerre e persecuzioni. Alla fine dell\u2019esercizio, ci si accorger\u00e0 che dell\u2019immigrazione incontenibile e temuta rester\u00e0 ben poco. Da ultimo, se bisogna parlare di rifugiati internazionali, va ricordato sempre il dato ripetuto incessantemente dalle istituzioni che se ne occupano: l\u201986% trova asilo in Paesi del Terzo Mondo, l\u2019Europa in realt\u00e0 si difende dai propri impegni umanitari. Almeno lo ha fatto fino alla crisi ucraina, che sta imprimendo una svolta (selettiva) alle politiche di accoglienza.<\/p>\n<p><em>(Tratto da Orientamenti Pastorali n.3\/2022. EDB, Bologna. Tutti i diritti riservati)<\/em><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> M. Ambrosini, <em>Altri cittadini. Gli immigrati nei percorsi della cittadinanza<\/em>, Vita e Pensiero, Milano 2020.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> UNHCR, <em>Global trends. <\/em><em>Forced Displacement in 2020<\/em>, UNHCR, Geneva 2021.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> <em>Idem.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Fondazione Ismu, <em>XXVII Rapporto sulle migrazioni 2021<\/em>. FrancoAngeli, Milano 2021.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> C. Marchetti, \u00abRifugiati e migranti forzati in Italia. Il pendolo tra \u201cemergenza\u201d e \u201csistema\u201d\u00bb, in <em>REMHU &#8211; Revista Interdisciplinar da Mobilidade Humana<\/em>, vol. 22, n. 43, 53-70.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> IDOS, <em>Immigrazione. Dossier statistico 2021<\/em>, Roma 2021.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> M. Ambrosini, <em>Sociologia delle migrazioni<\/em>. Il Mulino, Bologna <sup>3<\/sup>2020.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> IDOS, <em>Immigrazione. Dossier statistico 2021<\/em>, Roma 2021.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a> H. De Haas \u2013 S. Castles &amp; M.J. Miller, <em>The Age of Migration. International Population Movements in the Modern World<\/em>, Red Globe Press, London 2020.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Maurizio Ambrosini &#8211;\u00a0professore ordinario di scienze sociali e politiche, sociologia dell\u2019ambiente e del territorio, Universit\u00e0 degli studi di Milano La percezione di un\u2019immigrazione montante &#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":2835,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":"","_links_to":"","_links_to_target":""},"categories":[29],"tags":[34,38],"class_list":["post-2849","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-articoli-schede","tag-immigrazione","tag-integrazione"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2849","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2849"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2849\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2850,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2849\/revisions\/2850"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/media\/2835"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2849"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2849"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.centroorientamentopastorale.it\/organismo\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2849"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}