Rocco D’Ambrosio *

– Non è la prima volta – e certamente non sarà l’ultima – che siamo invitati a riflettere sulla democrazia, sia come cittadini che come credenti. Dire democrazia è come aprire la porta di una immensa biblioteca dove soano raccolti milioni di volumi. Ma questo è forse la preoccupazione degli studiosi. Dire democrazia, invece, per i non addetti ai lavori, è come essere invitati a visitare un labirinto di informazioni e considerazioni di tutti i tipi. Scelgo la strada di un esperto per entrare in biblioteca o incamminarsi nel labirinto. «La democrazia – scriveva il politologo Robert A. Dahl nel suo famoso On Democracy – sembra essere stata inventata più di una volta e in vari luoghi, un po’ come è accaduto per il fuoco, la pittura e la scrittura». [1] La democrazia ha una sua dinamicità; come quella delle fiamme di un fuoco. Esse possono essere simili ma mai identiche, a causa di tanti elementi coinvolti: luogo, condizioni atmosferiche, materiale che le genera o che è nei paraggi e via discorrendo. Come per il fuoco, anche per la pittura e la scrittura si potrebbero applicare diverse variabili da considerare per comprendere il fenomeno. Questi brevi riferimenti servono a ricordarci la complessità del fenomeno democratico, anche quando lo studiamo nel contesto cattolico italiano.

Secondo i dati del Democracy Index 2025 redatto dall’Economist Intelligence Unit, la democrazia a livello globale sembra stabilizzarsi dopo otto anni di declino. Il mondo rimane diviso in diverse categorie: democrazie complete, democrazie imperfette, regimi ibridi e regimi autoritari. In questo scenario, l’Italia si posiziona al 37° posto su 167 Paesi, con un punteggio di 7,58 su 10, rimanendo classificata tra le «democrazie imperfette» (flawed democracies). Nel nostro Paese si è registrato un trend negativo rispetto all’anno precedente, con cali specifici nella cultura politica e nelle libertà civili, a fronte però di un miglioramento nella funzionalità di governo.

Lo stato della democrazia in Italia è segnato da una crisi profonda, che non è solo politica o istituzionale, ma radicalmente culturale, etica e antropologica. Dalle fonti emerge un quadro critico, caratterizzato da un forte scollamento tra il Paese reale e i palazzi del potere, in cui si intrecciano diverse problematiche strutturali, analizzati qui di seguito.

Il collasso dei partiti storici e l’ascesa dei «partiti personali»

I partiti, che la Costituzione all’art. 49 individua come strumenti per la partecipazione democratica, hanno subìto un grave depotenziamento. Dalla fine degli anni Settanta, partiti storici come DC e PCI hanno smesso di formare la propria classe dirigente, trasformandosi nel tempo in «feudi di potere» o partiti-azienda, dominati da logiche di spartizione e lotte intestine per le poltrone. Questo ha generato una «svolta cesaristica»,[2] con l’emergere di leader che non cercano il confronto interno, ma conquistano il potere attraverso il rapporto demagogico diretto con le masse, segnando così l’ascesa dei partiti personali e populisti.

La «dittatura morbida» e il populismo

Questo svuotamento della democrazia rappresentativa ha portato a forme di «dispotismo mite»[3] o «dittatura morbida». L’Italia è sempre più in linea con quei sistemi in cui l’involucro e le procedure democratiche apparentemente resistono, ma vengono di fatto esautorati dall’interno attraverso la concentrazione del potere, il controllo dei media, la delegittimazione dei sistemi di controllo (come la magistratura) e la propaganda. Molti leader populisti strumentalizzano le paure della popolazione (ad esempio verso i migranti), fomentano istinti egoistici e promettono soluzioni facili, riducendo la politica a puro marketing elettorale e perdendo di vista la progettualità per il bene dei singoli e dei gruppi. Nell’analisi di papa Francesco questo dispotismo è caratterizzato da:

  • «il disprezzo per i deboli può nascondersi in forme populistiche, che li usano demagogicamente per i loro fini, o in forme liberali al servizio degli interessi economici dei potenti»;[4]
  • «la ricerca dell’interesse immediato. Si risponde a esigenze popolari allo scopo di garantirsi voti o appoggio, ma senza progredire in un impegno arduo e costante che offra alle persone le risorse per il loro sviluppo, per poter sostenere la vita con i loro sforzi e la loro creatività».[5] 

La corruzione come sistema

In Italia la corruzione non è un fenomeno episodico, ma un problema endemico e di massa. Dopo la «rivoluzione incompiuta» di Tangentopoli, l’illegalità non è stata debellata, ma è stata spesso normalizzata e giustificata. Nel Paese si è consolidato un «sistema corrotto», in cui molte persone trovano vantaggi pratici mantenendo, paradossalmente, la «coscienza a posto», come direbbe Italo Calvino.[6] Questa corruzione istituzionale si specchia in una diffusa cultura illegale: molti cittadini eludono le proprie responsabilità civiche, si disinteressano della cosa pubblica (analfabetismo politico), trattano la politica come «tifo da stadio» e delegano passivamente la cura del bene comune. In questo modo, la corruzione tenta e attecchisce in persone e ambienti diversi, dal punto di vista sociale, economico e politico. In particolare, esiste, infatti, una sorta di continuità etica tra i cittadini e il potere: ogni popolo ha il governo che favorisce, determina, approva e ritiene più simile a sé.

L’utilitarismo e l’individualismo

La nostra società, spesso, presta più attenzione al singolo che al gruppo e/o comunità e lo fa, spesso, per una finalità utilitaristica. Secondo Mounier «strutture, costumi, sentimenti e istituzioni» devono essere poste nella prospettiva della persona e non in quella dell’individuo ripiegato su sé stesso, come fa l’individualismo. Non a caso il filosofo francese indica cinque atti originali che sono la negazione di ogni antropologia negativa, machiavellica o hobbesiana che sia, di ogni individualismo e chiusura su stessi. Essi sono espressi con dei verbi: «uscire da sé, comprendere, prendere su di sé, dare ed essere fedeli».[7] Sono la via per evitare ogni forma di individualismo utilitarista e restare persone autentiche.

Costituzione e formazione

Nonostante questo quadro a tinte fosche, lo stato della democrazia italiana conserva anticorpi vitali. L’ancora di salvezza principale – per tutti, a prescindere da fede religiosa, cultura etnia e sensibilità personali – è la Costituzione della Repubblica. Essa è nata dal dialogo tra le culture cattolica, liberale e social-comunista, e fondata su principi inviolabili di solidarietà, lavoro e giustizia sociale. Per superare la crisi, le fonti indicano come via obbligata il trinomio formazione-partecipazione-responsabilità. È urgente una seria educazione politica e morale, perché la democrazia rinasce solo attraverso la cittadinanza attiva: reti di associazionismo, volontariato e movimenti che, operando spesso in silenzio, tutelano i diritti, accolgono gli ultimi e praticano la solidarietà, dimostrando che esiste un’Italia viva che non ha paura e che resiste al degrado morale e istituzionale.

Quanto qui finora espresso interpella tutti i cittadini e i cattolici non possono ritenersi esclusi. Tuttavia, negli ultimi anni, la Chiesa italiana – fatte salve nobili eccezioni nelle persone di alcuni pastori e fedeli laici – ha preferito concentrarsi, in termini di riflessione e annuncio, più sui temi relativi all’etica personale e familiare che su quelli sociali, politici ed economici. Sia dal punto di vita quantitativo che qualitativo, scarseggiano e sono rarissimi interventi su temi quali la lotta alla corruzione e alle mafie, la tutela della democrazia, la libertà personale e politica, l’accoglienza dei cittadini stranieri, le nuove e antiche forme di povertà, la giustizia e la pace locali e globali, la solidarietà e la sussidiarietà, l’etica economica e così via. Inoltre, qualora ce ne fossero, spesso sono misurati con il bilancino (forse per non scomodare i potenti di turno, politici o imprenditori che siano) e con poca convinzione.

Privilegiare i temi dell’etica personale e familiare a scapito di quelli sociali non può certo attribuirsi a passeggera dimenticanza, né tanto meno a urgenze così impellenti nei campi dell’etica personale, a fronte di una presunta normalità nei settori dell’etica sociale, economica e politica. Una lettura più attenta della nostra società, invece, ci porta ad affermare, senza ombra di dubbio, che tutti i problemi etici sono gravi, sia quando afferiscono alla sfera personale, sia quando coinvolgono gli scenari sociali e politici, locali come internazionali. Nonostante tutto, alcune volte, non si riesce a capire perché per alcuni pastori e fedeli laici esistono solo emergenze come l’aborto, le scelte in materia di bioetica, l’eutanasia, i problemi della vita di coppia e familiare, la situazione della scuola cattolica. Dall’altra parte, immigrati, disoccupati, prostitute, tossicodipendenti, disagiati psichici e fisici, poveri di ogni tipo mancano dalle nostre comunità, come anche dai nostri interessi, omelie, catechesi e piani pastorali. Il meritevole servizio compiuto dalle Caritas e associazioni di volontariato non deve mai ingannare: al loro impagabile sacrificarsi, nel corpo e nello spirito, quasi mai corrisponde la sensibilità e l’adesione attiva delle intere comunità cattoliche. Essi sono, purtroppo, una minoranza che raramente riesce a contagiare le comunità nel loro insieme.

Come in ogni aspetto di vita personale e comunitaria, il punto di partenza è quello formativo: su questi temi ci si forma poco. Dai seminari,[8] passando per le parrocchie e i gruppi, fino ad arrivare alla vita di diverse diocesi i temi del magistero sociale della Chiesa non ricevono molta attenzione. Giuseppe Toniolo, in situazioni molto simili, ricordando l’esempio dei parroci tedeschi impegnati nel sociale, auspicava un clero, e di conseguenza un laicato, sollecito nel risolvere lo stato di crisi, perché «ripugna egualmente ai cattolici immaginare il clero alla testa delle turbe tumultuanti che rinfocoli le ire di parte, e pensare al clero che si ritragga inattivo e silente dinanzi ad un problema che tocca la giustizia e la carità, o che non s’interponga paciere nel conflitto che minaccia, o, se questo è scoppiato, non propugni amorevolmente la parte dei deboli dinnanzi ai forti».[9] Sulla stessa linea era Luigi Sturzo quando descriveva i nostri ambienti come «un piccolo mondo antico, che si potrebbe chiamare l’anticamera del seminario, della sacrestia».[10]

I tempi attuali sembrano essere più vicini alle lamentele di Toniolo e Sturzo che all’invito del Vaticano II. In esso i padri stimolavano tutte le comunità a: «Bisogna curare assiduamente la educazione civica e politica, oggi particolarmente necessaria, sia per l’insieme del popolo, sia soprattutto per i giovani, affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella vita della comunità politica. Coloro che sono o possono diventare idonei per l’esercizio dell’arte politica, così difficile, ma insieme così nobile. Vi si preparino e si preoccupino di esercitarla senza badare al proprio interesse e a vantaggi materiali. Agiscono con integrità e saggezza contro l’ingiustizia e l’oppressione, l’assolutismo e l’intolleranza d’un solo uomo e d’un solo partito politico; si prodighino con sincerità ed equità al servizio di tutti, anzi con l’amore e la fortezza richiesti dalla vita politica».[11]

Il sostegno più prezioso, per questo impegno educativo, è proprio il magistero sociale della Chiesa. Esso, va anche ricordato, non solo contiene i principi etici di riferimento, ma anche un metodo, conosciuto come metodo del vedere-giudicare-agire.[12]

Ma accanto al problema formativo, ritengo doveroso, evidenziarne un altro, di ugual rilievo. Direi sinteticamente che non si parla o ci si forma su questi temi perché essi scomodano molto. Intendo dire che il magistero sociale, se studiato e seguito fedelmente, interpella gli stili di vita, le scelte politiche personali ed ecclesiali, la testimonianza che si dà sui luoghi di lavoro e nella vita pubblica. È molto facile essere contro l’aborto e l’eutanasia – soprattutto quando non toccano me o i miei cari direttamente –, è molto più difficile esprimere coerenza evangelica in materia di giustizia e pace.[13] È molto più facile condurre battaglie sul Crocifisso nei luoghi pubblici che esprimere solidarietà e amore ai tanti poveri Cristi presenti e crocifissi nelle nostre città. La testimonianza in questi campi è come l’andar per campi minati. Le mine hanno differenti nomi: complessità del mondo odierno (specie politico ed economico), rischio di perdere la libertà, rischio di legarsi ai potenti di turno, perenne tentazione machiavellica di operare con mezzi cattivi per fini buoni, ricerca di privilegi a ogni costo, propensione ad evitare povertà e persecuzioni e così via. Tutte mine da disinnescare – come i profeti di ogni tempo ci insegnano – per annunciare il Vangelo a questo mondo, in libertà e fedeltà, come insegnava Turoldo.[14]

Nel dibattito su cattolici e democrazia italiana degli ultimi anni, il riferimento più costante è sempre stato quello al tema dell’appartenenza. In sintesi, la domanda ricorrente è: quale partito (o corrente di partito) oggi è più fedele ai principi cattolici tanto da essere sostenuto e votato? In altri termini: a chi si deve appartenere politicamente come cattolici? Le domande, e il modo in cui si pongono, hanno una peculiarità tutta italiana: fino a quando è esistita la Democrazia cristiana i cattolici italiani, fatta eccezione per alcune qualificate minoranze, raramente si sono interrogati sulla loro appartenenza politica. La DC era di fatto il partito dei cattolici, i pastori la proponevano e la tutelavano come tale, la maggior parte dei fedeli si riconosceva in essa e vi apparteneva senza molti problemi. Gli interrogativi, di cui sopra, hanno iniziato a marcare fortemente il dibattito da quando la DC è scomparsa, cioè dal 1994 in poi. Da allora diversi cattolici, per la maggior parte provenienti dalla DC, hanno dato vita a partiti e gruppi di diretta o indiretta ispirazione cristiana. La frammentazione, in un contesto educato ad un approccio monolitico – cattolico politicamente significava democristiano – ha fatto esplodere il dibattito sull’appartenenza, altrimenti espresso con termini correlati: unità politica dei cattolici, partito cattolico, ricomposizione dell’area cattolica e così via. Tuttavia, per quanto si comprendono le motivazioni storiche, culturali ed emotive di tutte le riflessioni sul tema, va evidenziato come questo approccio, in ultima analisi, è stato più deleterio che benefico. Per diversi motivi.

Il primo è che la fine della DC non è stata accettata come un evento storico irreversibile, causato da una molteplicità di fattori, su cui solo pochi hanno offerto chiari e profetiche analisi, per lo più trascurate. Al contrario, si è verificato che, invece di accettare il dato e di pensare a forme e strategie nuove, si è accresciuta la voglia di DC. E, per giunta, non della migliore tra le tante DC che abbiamo conosciuto, ma spesso la nostalgia era per le sue forme più deleterie. Spesso si ha l’impressione, infatti, che più che alla storia insigne di valori, progettualità e personalità della DC, l’interesse di alcuni sia alla Balena bianca, ovvero a quel partito vagamente cristiano, forte collettore ed erogatore di consensi e favori, in ogni tempo e luogo. La DC fu segnata, specie nei suoi primi decenni, dallo sforzo di elaborare una cultura religiosa e politica, frutto di un’analisi concreta della società contemporanea; fu ispirata e vivificata dai valori cristiani. Questa era la vera DC: il giovane Moro scriveva nel 1946 che l’essenza di un partito cristiano consisteva in «autentico spirito d’amore, profonda comprensione, assoluta delicatezza».[15] Questo spirito sembra essersi perso nelle dichiarazioni di chi la vuole rifondare con strategie di basso profilo intellettuale ed etico.

Il secondo motivo, della limitatezza di approccio al dibattito, è dato dal ruolo dei pastori cattolici. La scarsezza di formazione in materia sociale e politica, la riduzione della fede a ideologia, la convinzione che il centrodestra possa essere la nuova DC, la ricerca di privilegi e sussidi non ha sempre portato i pastori ad aiutare i fedeli laici impegnati in politica a fare discernimento serio e costruttivo sul tema, ma ha solo offerto occasioni per ripetere approcci stantii e logori (a mo’ di esempio segnalo l’uso, molto spesso retorico, dell’espressione bene comune). Si comprende chiaramente come una maggiore attenzione ai cardini teologici e morali dell’impegno cristiano in politica avrebbe potuto portare i pastori non tanto a interessarsi di forme e strategie partitiche – spesso forme riviste e corrette di collateralismo, per lo più orientate a ottenere privilegi – quanto ad educare comunità e singoli fedeli a essere autentici profeti nel mondo politico.

Il terzo motivo, della limitatezza di approccio al dibattito sulla fine della DC, è da ricercarsi in una scarsezza di riflessione teologica, anche a causa della non completa assimilazione dello spirito e della lettera del Vaticano II. La fine della DC, infatti, non andava e non va salutata come una disgrazia ma come un evento propizio per i cattolici italiani di inserirsi in modo maturo nel solco conciliare. Ovviamente questo discorso non comporta un giudizio completamente negativo sulla storia della DC. Essa, come ogni fenomeno umano e politico, presenta luci e ombre, meriti e demeriti, vizi e virtù che qui lascio ad altre riflessioni e contesti. Mi preme, invece, riprendere il riferimento già espresso: un’unica fede può portare a impegni politici diversi. Accettare questo dato significa concentrarsi più su problemi di coerenza che di appartenenza. In altri termini, la fine della DC doveva e deve significare l’avvio di una nuova profezia sulla politica e sull’impegno dei cattolici in essa. Per nuova profezia intendo una grande opera di discernimento per comprendere cosa il Signore volesse, in termini di contenuti e di stili di presenza, dai fedeli laici e dai pastori nel loro rapportarsi alla politica. Purtroppo, si deve registrare che, anche perché la profezia scarseggia, i cattolici non solo non sono stati vigili nel mascherare le nuove forme di tradimento dei principi di etica pubblica o politica, ma, alcune volte, ne sono stati anche complici.[16]

Se i cattolici, stando al magistero sociale, possono impegnarsi in tutte le formazioni politiche – fatti salvi alcuni principi morali[17] –, il primo problema da discutere è questo: i cattolici impegnati nei diversi partiti e movimenti politici sono coerenti con la loro fede cristiana, assumono atteggiamenti profetici, vivono il loro impegno come testimoni del regno di giustizia e di pace? Ovviamente non si intende proporre qui l’analisi della coscienza altrui, magari scadendo in forme offensive e lesive della dignità e della riservatezza personali, quanto porre un problema di tipo comunitario. La comunità cristiana ha il diritto-dovere di formare, verificare e promuovere tutte quelle iniziative che aiutino i fedeli laici a essere coerenti con il Vangelo che professano, in politica come in tutti gli ambienti della vita umana.

Al di là dei diversi schieramenti, i cattolici impegnati in politica sono tenuti, a qualsiasi livello istituzionale, ad incontrarsi, dialogare e operare per l’unità sui temi fondanti e inderogabili. In questo tanto potrebbero fare le comunità cristiane, specie gli organismi diocesani, nel promuovere incontri di formazione e di confronto per tutti – nessuno escluso – i cattolici impegnati in politica. Questi incontri possono aiutare anche a recuperare un clima di stima e rispetto reciproci; per evitare di perdere ancora tempo nel gioco degli epiteti: comunista, catto-comunista, cristiano-marxista da una parte e fascista, clerico-fascista, nazista dall’altra. Un cattolico serio sa bene che le sue posizioni politiche non hanno niente da spartire né con Marx, Lenin, Mao, Tito né con Hegel, Nietzsche, Hitler, Mussolini, Franco, né con tutti gli altri ideologi, dittatori o populisti dell’ultima ora.[18] La Chiesa ha sempre condannato tutti i totalitarismi, sia di destra che di sinistra. Il collaborare, per i cattolici, con politici di sinistra o di destra passa attraverso l’accettazione del metodo democratico e del loro non coinvolgimento con estremismi totalitari. Per cui essere cattolici nel centrodestra, quanto esserlo nel centrosinistra, ha la medesima responsabilità, richiede lo stesso discernimento e la stessa prudenza. Un cattolico di uno schieramento non è da meno dell’altro per la sua collocazione politica. La stima, l’appoggio e il voto non possono solamente basarsi su un discorso di preferenza personale o di richiamo generico del candidato ad alcuni contenuti di fede, spesso escludendone altri ugualmente importanti. L’essere compagno di strada, a destra come a sinistra, con politici che provengono da tradizioni culturali diverse, non solo contempla l’obiezione di coscienza, qualora ce ne fosse bisogno, ma anche la libertà di discernere sull’opportunità di alcune alleanze politiche.

Credo che bastino questi elementi a far comprendere come il problema sia quello della coerenza più che dell’appartenenza. Non abbiamo bisogno di una nuova DC, né di nuove formazioni politiche – del resto l’Italia ha fin troppi partiti – che si ispirino al cristianesimo. Abbiamo solo bisogno di donne e uomini coerenti con la loro fede, che testimonino il Vangelo nei tanti e difficili campi minati, politica in primis. Senza corsie preferenziali per nessuno: «In verità – afferma l’apostolo Pietro – comprendo che Dio non ha riguardi personali; ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito» (At 10, 34-35).

Tuttavia, questa tradizione sembra essersi interrotta e ai fulgidi esempi, appena citati, sono subentrati, in diversi casi, credenti impegnati nel sociale e in politica non tanto brillanti per maturità umana, cristiana e competenza professionale. In alcuni casi persino coinvolti in reati personali e collettivi di notevole gravità, con il relativo scandalo creato nelle comunità di origine.

Scriveva Giuseppe Lazzati: «I valori della libertà, della giustizia, della pace, cercano delle guide. Purtroppo, ne troviamo poche, ma questo dipende dal fatto che non abbiamo abituato i cattolici a pensare politicamente».[19] Un riferimento emblematico è quello del magistero sociale cattolico: i pastori e i laici poco formati spesso attingono a esso come a una fonte di belle citazioni per l’occorrenza; quelli formati, invece, si applicano non a ripeterlo ma ad approfondirlo e attuarlo.

Ordinario di filosofia politica presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana di Roma e direttore delle scuole di politica dell’associazione «Cercasi un fine APS» (www.cercasiunfine.it)

Tratto da Orientamenti Pastorali 6(2026). EDB. Tutti i diritti riservati

[1] R.A. Dahl, On Democracy, University of Yale Press, London 1998; trad. it. Sulla democrazia, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 10.

[2] Cf. M. Weber, Landarbeiterfrage, Nationalstaat und Volkswirtschaftpolitik. Schriften und Reden 1892-99, Mohr, Tubingen; trad. it. Parlamento e governo, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 43.

[3] A. de Tocqueville, De la démocratie en Amérique, 1835-1840; trad. it. La democrazia in America, Rizzoli, Milano 1999, p. 732.

[4] Francesco, Fratelli tutti, n. 155.

[5] Ivi, n. 161.

[6] I. Calvino, «La coscienza a posto (Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti)», in La Repubblica del 15 marzo 1980, ora in Id., Romanzi e racconti, vol. 3, Mondadori, Milano 1994, p. 292.

[7] Cf. E. Mounier, Le personnalisme, Ed. Universitaires de France, Paris 1949; trad it. Il personalismo, AVE, Roma 1964, pp. 48-53.

[8] È nota la scarsa attenzione che, frequentemente, si riserva nei seminari e nelle case di formazione all’insegnamento del magistero sociale, nonostante l’obbligo vigente di istituirne un corso: cf. Congregazione per l’educazione cattolica, Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale, Roma 1988.

[9] D. Sorrentino, Giuseppe Toniolo. Una Chiesa nella storia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1987, p. 168.

[10] Scritto riportato in G. De Rosa, Luigi Sturzo, Utet, Torino 1977, pp. 45-46.

[11] Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, Roma 1965, n. 75.

[12] Cf. Giovanni XXIII, Mater et Magistra, 1961, n. 246; Gaudium et spes, n. 4; Paolo VI, Octogesima adveniens, 1971, nn. 4 e 42; Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 1987, n. 1; Id., Centesimus annus, 1991, nn. 5, 43, 56-59; Francesco, Evangeliii gaudium, n. 177; l’intera enciclica di Francesco Laudato si’ è suddivisa secondo il metodo del vedere-giudicare-agire; Leone XIV, Magnifica humanitas, n. 3.

[13] Cf. R. D’ambrosio, Di guerra in guerra. La debolezza della pace, Studium, Roma 2026.

[14] Intervista a David Maria Turoldo «Sii libero», 2 febbraio 1989, ora disponibile su YouTube, https://bit.ly/3kIhpuj.

[15] Cf. A. Moro, Al di là della politica e altri scritti, Studium, Roma 1982, p. 270.

[16] Cf. D’Ambrosio, L’etica stanca. Dialoghi sull’etica pubblica, Studium, Roma 2025; D’Ambrosio – R. Pinto, La Malpolitica, Di Girolamo, Trapani 2009.

[17] Cf. Congregazione per la dottrina della fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, Città del Vaticano 2002, n. 4.

[18] Cf. D’Ambrosio, Il potere. Uno spazio inquieto, Castelvecchi, Roma 2021.

[19] G. Lazzati, Pensare politicamente, vol. I, AVE, Roma 1988, p. 21.