Mario Lusek *
– Chiesa e sport non sono mondi indifferenti tra loro. Anzi. Ma la Chiesa ha sempre amato lo sport? All’inizio i cristiani hanno faticato a comprendere lo sport e hanno lottato contro, lo hanno contrastato, considerato come idolatria, pericoloso per la vita cristiana perché innervato di vanità, orgoglio, culto della forza. Ma questo non è servito a eliminarlo dalla vita comunitaria. Ieri come oggi è talmente popolare, fortemente popolare, radicalmente popolare da diventare essenziale. Allora perché non servirsene? Ed ecco un periodo in cui lo sport viene usato, accolto in maniera condizionata, e incanalato nella missione cristiana. Fino ad essere oggi compreso e valorizzato tanto che papa Francesco, nel discorso al CONI per il centenario della sua fondazione, fece sua un’affermazione in voga: «Lo sport è di casa nella Chiesa», e l’allora cardinal Ratzinger, nel 1985 rifletteva e commentava «il potere» del gioco del calcio, e si chiedeva: «In che cosa risiedeva il fascino di un gioco che assume la stessa importanza del pane?» È forse una forma di «evasione dalla serietà schiavizzante della vita quotidiana e della necessità di guadagnarsi il pane, per vivere la libera serietà di ciò che non è obbligatorio e perciò bello»? In questa comprensione, accettazione, valorizzazione ha avuto un grande ruolo il magistero papale. Da san Pio X a papa Francesco tutti i papi che si sono succeduti hanno incontrato lo sport, apprezzato lo sport, accolto e parlato di sport in maniera originale e innovativa. La Chiesa italiana ha addirittura redatto una nota pastorale, Sport e vita cristiana, che tutt’oggi, nonostante sia datata 1995, è un cult per ogni operatore pastorale che voglia occuparsi di sport. Eppoi c’è la ricca esperienza dell’associazionismo d’ispirazione cristiana che ha influito moltissimo nella cultura dello sport in Italia elaborando un pensiero innovativo e creativo con slancio e passione educativa. E che dire poi del decennio sull’educazione? In Educare alla vita buona del vangelo ‒ il documento che lo ha avviato ‒ la Chiesa italiana riconosce che «la comunità cristiana offre il suo contributo e sollecita quello di tutti perché la società diventi sempre più terreno favorevole all’educazione. E ciò richiede il coinvolgimento non solo dei genitori e degli insegnanti, ma anche degli uomini politici, degli imprenditori, degli artisti, degli sportivi, degli esperti della comunicazione e dello spettacolo: così i vari ambienti di vita e di relazione – non ultimi quelli del divertimento, del tempo libero – esercitano un’influenza talvolta maggiore di quella dei luoghi tradizionali, come la famiglia e la scuola. Essi offrono preziose opportunità perché non manchi, in tutti gli spazi sociali, una proposta educativa integrale (EVBV 50). Inoltre, ha messo in cantiere e sta sviluppando un nuovo umanesimo, anche sportivo, tanto da inserire lo sport tra i 15 temi chiave nel suo rapporto-proposta sulla sfida educativa» che ha portato anche alla redazione del Manifesto dello sport educativo e alla nascita di una scuola di pensiero denominata Uno sport per l’uomo aperto all’Assoluto.
Nel cuore dello sport
La Chiesa in Italia è immersa nel cuore dello sport. Ha compreso che lo sport è una manifestazione tipica del nostro tempo. [1] È lo specchio in cui si riflettono i tratti caratteristici e le contraddizioni della nostra modernità: l’esaltazione della corporeità e dell’immagine; il carico della disciplina come «ascesi laica»; il rapporto lavoro-tempo libero; la tensione per un continuo progresso; l’esaltazione delle doti individuali. L’agire pastorale della Chiesa, il magistero, il vissuto ecclesiale hanno continuato a far sì che «lo sport fosse di casa nella Chiesa»: con il gioco e lo sport essa si è inserita tra i ragazzi e i giovani in modo semplice ed efficace non per sfornare «campioni» ‒ anche ‒ ma «l’uomo nella completezza della sua persona che deve diventare un modello per milioni di giovani, i quali hanno bisogno sì di «leader» ma non di «miti».[2] L’interesse pastorale non è stato mai interessato, rivolto cioè a «catturare» o «battezzare» lo sport, e tantomeno ha significato «invasioni di campo» improprie, ma ha avuto l’obiettivo di dare un’anima, quasi un condurre lo sport alla sua piena verità e di aiutare gli uomini che lo vivono nel loro cammino di salvezza, nella la prospettiva di un umanesimo cristiano.[3]
La Chiesa non si è limitata «a richiamare alcuni principi etici da applicare allo sport come a un settore a sé stante, ma di ritrovare e vivere la verità cristiana sull’uomo e sulla società, che illumina e valorizza anche l’esperienza del gioco, del divertimento e dello sport».[4] «L’esperienza conferma che il limitarsi a tracciare e applicare le “regole del gioco” senza riferirsi ai valori spirituali e all’etica, in nome di una pretesa “autonomia” dello sport, impoverisce grandemente la pratica sportiva, snervandone la forte potenzialità formativa e sociale». Per questo è stato necessario, a seguito delle tante ambiguità che hanno incominciato ad abitare i luoghi dello sport, ritornare a riproporre il “cuore dello sport” mettendo al centro l’educazione. Se volessimo sintetizzare il ruolo più vero dello sport, diremmo che esso consiste nell’educare alla vita attraverso una competizione virtuosa». [5]
La Chiesa si impegna non solo nei suoi spazi tradizionali ‒ gli oratori ‒ a riconciliare lo sport, compreso il calcio, lo sport più amato, seguito e praticato del mondo, con lo sport di base, ludico, ancora impregnato di valori e di virtù: può essere una strategia per dire che sia nel professionismo che nel dilettantismo, a livelli bassi o alti, tra uno sport e l’altro, al centro resta sempre la persona-atleta. Resta l’uomo. E che per ritrovare il cuore dello sport bisognerà passare attraverso l’eliminazione di ogni forma di manipolazione sull’uomo che fa un certo sport: la finzione, il sensazionale, l’apparenza. Anche l’agonismo, esperienza naturalissima nello sport, rischia di essere sacrificato sull’altare della bramosia di continui successi e dell’esasperata affermazione di sé: per questo ha bisogno di essere ricondotto nel suo alveo naturale. Lo sport, anche quando diventa evento planetario (come lo sport olimpico ad esempio), non può essere riferito solo alla conquista della supremazia; è una sfida per una cultura che recupera il suo specifico vocabolario valoriale: fatica, sacrificio, perfezionamento, metodo, preparazione, tenacia, allenamento, ricerca del meglio, dell’eccellenza, rivisitazione dello stesso gesto atletico, sia tecnico che di stile. Perché «questo mondo fittizio non potrebbe esistere» senza il suo specifico agire «virtuoso ed educativo», senza l’aspetto positivo che è alla base del gioco: «l’esercitazione alla vita e il superamento della vita in direzione del paradiso perduto. In entrambi i casi si tratta di cercare una disciplina della libertà; di esercitare con se stessi l’affiatamento, la rivalità e l’intesa nell’obbedienza alla regola. Forse, riflettendo su queste cose, potemmo nuovamente imparare dal gioco a vivere, perché in esso è evidente qualcosa di fondamentale: l’uomo non vive di solo pane, il mondo del pane è solo il preludio della vera umanità, della vera libertà. La libertà però si nutre della regola, della disciplina, che insegna l’affiatamento e la rivalità leale, l’indipendenza del successo esteriore e dell’arbitrio, e diviene, appunto, così, veramente libera. Il gioco, una vita. Se andiamo in profondità, il fenomeno di un mondo appassionato di sport può darci di più che solo divertimento».[6]
L’oratorio, laboratorio di talenti
Questo pensiero, questo modo di ragionare, questo «laboratorio culturale», la Chiesa lo sviluppa nel quotidiano, in quello spazio pastorale aperto a tutti che si chiama «oratorio», vero «laboratorio di talenti». Infatti «tra le proposte più consolidate e diffuse in oratorio c’è l’attività sportiva. Lo sport in oratorio è un dono per tutti, a patto che si rispettino alcune caratteristiche proprie della natura educativa di questo ambiente: lo sport come gioco e divertimento che viene prima della competizione; la possibilità di un esercizio dello sport aperto a tutti, senza discriminazioni di alcun tipo; la diversificazione della pratica sportiva per evitare una assolutizzazione di alcuni sport; la presenza di educatori sportivi che vivano autenticamente l’appartenenza all’oratorio; un progetto sullo sport dichiaratamente educativo, che sia stimolo anche al di fuori dall’ambiente oratoriano».[7] Attraverso lo sport, per restare nella strategia delle cinque vie elaborato al Convegno ecclesiale di Firenze, manifestiamo il volto di una Chiesa in uscita, capace di annunciare nello spazio pubblico dello sport, del tempo libero la propria fede, e di abitare tutti i territori dell’agire umano, compreso quello del giocare, competere, sfidare, di educare alla bellezza dell’incontro, delle relazioni, del dialogo e del gesto atletico e della sua capacità di incidere nella formazione delle persone, e a individuare attraverso di esso un nuovo linguaggio parabolico (cf. EG) per l’homo ludens, e infine trasfigurare, «introdurre alla fede un popolo molteplice per provenienza, storia, culture» come quelle sportive: può essere veicolata da una pastorale dell’oltre, che ci spinge fuori degli abituali spazi.
Anche allargando gli spazi parrocchiali.
Spazi ecclesiali spazi ludici
La Chiesa da sempre ha guardato alla dimensione ludica con un atteggiamento positivo, e accanto ai luoghi destinati al culto, alla liturgia, alla preghiera, ha collocato altri spazi e luoghi dedicati alla cultura (il sagrato come spazio di accoglienza, incontro, socialità, le scuole, la formazione professionale) alle opere sociali (ricoveri, ospedali, ospizi, mense, foresterie) allo svago e al gioco (oratori, centri di aggregazione, patronati). E tutto questo con mezzi, semplici, essenziali, competitivi per la qualità della proposta: ricordo, in un piccolo centro della Calabria, un evento sportivo che aveva come scenografia un appezzamento di terreno incolto, uno sterrato, trasformato in un «immaginifico» campo di gioco: allegria, entusiasmo, passione sprizzavano ovunque. La dimensione ludica di una parrocchia ha bisogno di spazi aperti in uno spazio all’aperto. Per cui anche l’attenzione allo sport diventa per la Chiesa occasione per promuovere una cultura ecologica, e a parole come sostenibilità, responsabilità, salvaguardia e tutela si aggiungono quelle veicolate dallo sport: passione, stupore, meraviglia, forza, tenacia, armonia. È uno sport, quello praticato negli spazi ecclesiali, che è attento all’uomo e al creato insieme. Di fatto, i richiami a una impiantisca semplice ed essenziale ci rimandano a una serie di criteri che possono ritenersi basilari per l’organizzazione degli spazi sportivi nelle strutture ecclesiali. Due in particolare: il primo è quello della bellezza. La bellezza di un oratorio, di un centro pastorale, di un cortile «e la sua forza di attrazione verso i ragazzi e i giovani dipendono – si legge nella Nota pastorale dei vescovi italiani sull’oratorio – da quella molteplicità di offerte in un quadro di proposte educative integrate e sinergiche» per cui «bello» è il gioco tra le generazioni, «bello» il contesto ambientale di verde attrezzato che fa quasi da «panchina», «tribuna», «curva» a chi accompagna, assiste o tifa; «bello» è il paesaggio contestuale, che fa da sfondo con le sue aperture verso gli orizzonti»; «belli» sono gli spazi resi tali dalla cura, pulizia, lotta ad ogni forma di inquinamento. «minorità, intesa in senso francescano. Questi spazi non sono paragonabili o confrontabili con i grandi impianti. Ma non sono inferiori a essi per come sono pensati. Sono pensati per la «persona» e per la sua crescita. Alla base c’è dunque, una idea, un pensiero, un progetto che li pensa come spazi relazionali, in un contesto educativo, con uno stile di fruibilità, che tiene conto della tipologia dell’utente, dell’atmosfera che gli si vuole offrire, e per questo si sta attenti, appunto, a rendere «parco» lo spazio ecclesiale. Allora lo spazio sportivo, ludico, ricreativo di una parrocchia viene pensato come luogo educativo, e lo sport che vi viene proposto è una grande via di educazione.
Sorprende, ma non troppo, che sia proprio lo sport l’unico fattore di incontro e integrazione con i «nuovi cittadini» che sono approdati nella nostra Italia. E questo è riscontrabile in maniera vistosa negli spazi ecclesiali.
Quante volte ci siamo chiesti «prima il gioco o la catechesi?». Un tempo il gioco e la catechesi erano così integrati che nessuno si domandava chi veniva prima. Si era convinti che lo sport fosse collegato e inserito in un programma unitario di pastorale ed educazione. Che i preti di allora e lo sport avessero qualcosa in comune, e che il pallone fosse un maestro di vita, E chiunque abbia frequentato una parrocchia l’ha sperimentato sulla propria pelle. Poi, col passare degli anni, si è verificata una rottura, sempre più evidente, tra l’attività sportiva e la catechesi. L’organizzazione sportiva ha preso un tale sopravvento da far dimenticare gli obiettivi pastorali e educativi. Eppure, il gioco e la vita di gruppo sono elementi essenziali, ma vanno integrati con il cammino di iniziazione cristiana. Occorre permeare l’incontro di iniziazione cristiana con la mentalità del gioco. Se il gioco è in grado di affascinare, di attirare molte persone, vuol dire che ha pure un suo valore interno. Vuol dire che la parrocchia può trovare il modo di annunciare la parola del Signore nelle forme e nei linguaggi giusti, anche utilizzando i linguaggi del gioco e dello sport. C’è un rapporto stretto tra gioco e trascendenza. Il gioco inoltre è novità, è sorpresa, è creatività, e il gioco nella catechesi favorisce l’interesse del ragazzo e riduce al minimo la noia. Una catechesi «giocata» deve essere per i bambini una continua sorpresa: il racconto biblico, il gioco, la danza, una drammatizzazione. Il gioco dentro e non in alternativa alla catechesi.
Un laboratorio per progettare la pastorale dello sport
Nel progettare la pastorale parrocchiale non può mancare il capitolo dell’annuncio e dell’educazione attraverso lo sport con un confronto a tutto campo nei consigli pastorali parrocchiali. Ci potranno essere delle resistenze: sovente, infatti, nell’opinione comune lo sport si colloca in un ambito secondario e marginale nelle abituali occupazioni pastorali, per cui non varrebbe la pena riservargli troppa attenzione da parte della Chiesa. Sembra che lo sport non abbia bisogno di «cura pastorale», come invece altri ambiti del «vivere umano». È quindi necessario motivare la «missione nello sport» sotto il profilo teologico-biblico, nella prospettiva pratico-pastorale e sul versante pedagogico-culturale. La pastorale affonda le sue radici nella teologia. Anche nel vasto mondo dello sport, la pastorale è chiamata a operare dapprima un discernimento, e successivamente a inventare e sviluppare quelle iniziative opportune per l’evangelizzazione del mondo dello sport. E le domande preliminari da porsi sono:
- cosa evoca e implica la dizione pastorale dello sport nel contesto della pastorale generale e nel programma pastorale diocesano e parrocchiale?
- connota una dignità pastorale, oppure è oggettivamente parassitaria, arbitraria, evanescente, ininfluente rispetto all’annuncio del vangelo?
- quali fattori impediscono una congiunzione positiva tra pastorale e sport?
- sono mondi veramente antitetici, chiusi in se stessi, abbandonati ad altre agenzie e associazioni?
- il modello attuale di parrocchia favorisce o impedisce l’avvio e il consolidamento della pastorale dello sport? È pensabile un modello diverso, più flessibile?
Uno sport per l’uomo aperto all’Assoluto
Purtroppo, c’è da prendere atto dei fenomeni degenerativi dello sport professionistico e amatoriale. Nella società liquida anche lo sport risulta «liquido». La «vita liquida» è una vita nella quale sembra non ci siano punti fermi; tutto cambia molto velocemente, muta in continuazione. Stiamo ancora imparando come affrontare una situazione ma, nel frattempo, la realtà è cambiata, la situazione è diversa, e i nostri strumenti diventano subito inadeguati o, come si dice oggi, «obsoleti». Questa assenza di punti fermi fa impantanare, sciogliere, liquefare tutto, compresi i valori. Ne risente l’educazione, la fede, ma anche lo sport, il tempo libero: nella società liquida anche lo sport sembra aver perso il suo ethos originario, dominato dalla legge del mercato, del profitto, del consumo, dello spettacolo, uno «sport liquido» senza certezze generate dalla verità e da valori condivisi.
Se vogliamo continuare ad abitare lo sport siamo allora interpellati e chiamati non a produrre risultati, spettacolo, ma a educare, educare, educare ancora.
* già direttore Ufficio nazionale per la pastorale del tempo libero e sport della CEI
[1] CEI, Sport e vita cristiana, nota pastorale, Roma, maggio 1995.
[2] Giovanni Paolo II, Discorso per l’inaugurazione dello stadio Olimpico, 31 maggio 1990.
[3] Sport e vita cristiana.
[4] Idem, 11.
[5] CEI-Comitato per il progetto culturale, La sfida educativa, Laterza, Bari 2009.
[6] J. Ratzinger, «Suchen was droben ist», in Humanitas, Università Cattolica del Cile, 1985.
[7] Cei, Il laboratorio dei talenti. Nota pastorale sul valore e la missione degli oratori nel contesto dell’educazione alla vita buona del vangelo, Roma, 2013.