* Giorgio Campanini

Riteniamo molto utile presentare sul tema della revisione della mappa delle diocesi italiane una meditata, saggia, aperta e ben motivata riflessione (testo già da noi pubblicato nel 2016) del nostro grande collaboratore Giorgio Campanini, scrittore di articoli su Orientamenti Pastorali. La nostra rivista oltre 30 anni fa aiutava a riflettere sulla aggregazione delle parrocchie, che già allora chiamavamo unità pastorali. La stessa cosa, anche se più complessa, riguarda il modo di aggregare le diocesi. È pur vero che ai vescovi o cardinali presidenti delle regioni ecclesiastiche si è chiesto già da parecchi anni una progettualità a livello regionale, ma nessuno, mi sembra di capire, l’ha mai fatta. La vicinanza geografica non è tutto: occorre tener conto della vita concreta della gente, la legislazione civile ed ecclesiastica uguale nelle due diocesi… i flussi di spostamento per lavoro, i poli universitari o scolastici… la viabilità, i servizi pubblici di mobilità scolastica e lavorativa… **

È opinione comune degli osservatori della situazione della Chiesa italiana, e soprattutto di coloro che sono impegnati nell’azione pastorale, che l’attuale configurazione delle diocesi del nostro Paese ‒ ad oggi 226 ‒ non consenta la migliore utilizzazione delle forze e delle energie, tendenzialmente decrescenti (soprattutto per quanto riguarda il numero e l’età dei presbiteri) di cui, per grazia di Dio, la Chiesa italiana ancora dispone e che la pongono ancora, nonostante tutto, in condizione di vantaggio nei confronti di molti paesi del mondo, europei ed extraeuropei.

Il dibattito si è riaperto dopo un lungo silenzio e dopo il reiterato fallimento di tutte le iniziative attuate per affrontare − in verità, a quanto sembra, con scarsa convinzione − il problema. E poiché, in base a un antico principio che vale nell’ambito della società civile quanto nell’ambito della Chiesa, «ciò che tutti interessa da tutti deve essere approvato» (o, aggiungiamo, almeno «esaminato»), sia consentito svolgere al riguardo alcune riflessioni da parte di un semplice laico; un laico, tuttavia, che ha alle spalle un cinquantennio di frequentazione delle diocesi italiane (sono assai poche quelle che non ha «visitato», intervenendo soprattutto su tematiche familiari e sociali). Né si rispolveri l’antico detto Sutor ne ultra crepidam, a proposito della pretesa di un «incompetente» di intromettersi in cose non di sua «competenza», dato che nella Chiesa − soprattutto dopo il concilio – tutti sono, in quanto battezzati e membri dell’unico popolo di Dio, atti a pronunziarsi su temi che toccano da vicino la vita di tutti i credenti, soprattutto di quelli che a vario titolo sono impegnati nell’azione pastorale.

Le riflessioni che seguono − senza alcuna particolare «autorevolezza», ma largamente condivise, crediamo, da non pochi laici − non intendono presumere di offrire una soluzione al problema, ma si propongono di aprire un franco e schietto dibattito, che meriterebbe di essere condotto con quella parresia che l’argomento richiederebbe. Oltretutto, sul tema è possibile fare riferimento a uno dei meno commentati documenti conciliari, il Christus Dominus (28 ottobre 1965), decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa, che in più luoghi ha affrontato il problema della migliore organizzazione territoriale della Chiesa, fornendo un insieme di indicazioni ancora attuali, laddove, ad esempio, auspicava una «conveniente determinazione dei confini territoriali delle diocesi» e «una razionale distribuzione del clero e dei beni»; e perciò «in materia di circoscrizioni diocesane» disponeva che, «ove ciò sia richiesto dal bene delle anime, prudentemente si addivenga, il più presto possibile a una revisione dei confini».[1] A 50 anni di distanza, quelle che da taluno sono state definite «impazienze» in materia non sembrano del tutto ingiustificate … Non è, dunque, venuto il tempo non delle commissioni ma delle decisioni?

Mette conto di sottolineare che il documento conciliare non indulge in alcun modo − come è stato spesso rimproverato ai «novatori» ‒ a tentazioni di «ingegneria ecclesiale», ma sottolinea fortemente la «intenzionalità» pastorale delle sue proposte: si vedano, al riguardo, le indicazioni circa la necessità di assicurare una «unità organica» della diocesi, di verificare che l’estensione del territorio diocesano sia tale da consentire l’assolvimento dei compiti del vescovo, di assicurare che ogni diocesi possa essere dotata di personale adeguato e di risorse materiali sufficienti.[2] Non «ingegneria ecclesiastica», dunque, ma preoccupazione pastorale, di fronte alla constatazione della vita spesso asfittica di talune piccole diocesi, all’impossibilità pratica di avere curie e uffici pastorali efficienti, di promuovere adeguatamente la cultura religiosa e così via, in presenza di nuove problematiche − cui di seguito si accennerà − che non è possibile affrontare basandosi esclusivamente su una onorabile ma ormai illanguiditasi tradizione.

La «scossa» di papa Francesco

In presenza di un «processo di revisione» che si trascina ormai da decenni e che non è mai giunto a reali conclusioni (il «popolo di Dio», che avrebbe diritto di esserne informato, non ne è comunque venuto a conoscenza per la mancata pubblicazione delle conclusioni delle commissioni sin qui succedutesi) appare salutare la «scossa» data al corpo episcopale italiano da papa Francesco in occasione dell’assemblea della CEI del maggio 2015, allorché ha espresso la sua opinione circa il troppo elevato numero di diocesi esistenti in Italia (225) e ha auspicato, al riguardo, un’adeguata riflessione.

Al papa ha puntualmente risposto il card. Bagnasco, presidente della CEI, che, in relazione alla precisa domanda di un giornalista, ha affermato: «Abbiamo pensato di chiedere alle regioni ecclesiastiche di avviare una riflessione serena, a seconda delle necessità, e di fare ipotesi a partire da situazioni concrete».[3] Ha altresì aggiunto, lo stesso cardinale, proprio in relazione alle perplessità espresse dal papa circa il numero, e la funzionalità, delle diocesi italiane, che l’Italia ha, rispetto ad altri paesi, particolari tradizioni che meritano di essere salvaguardate e una specifica configurazione territoriale. «Lo Stato − ha aggiunto ancora Bagnasco, con evidente riferimento alle ragioni che fino a ora hanno sconsigliato la riduzione del numero delle diocesi – tende a razionalizzare, a togliere scuole, uffici postali, province, qualche volta il comune, la comunità montana… tutti quei gangli che formano reti di sostegno del tessuto sociale. E molti dicono: “Ci abbandonate anche voi?”». Ragioni serie di una prolungata attesa, ma alle quali si possono contrapporre ragioni non meno serie di segno contrario (e ad esse faremo più oltre riferimento).

Ben venga comunque un meditato parere delle regioni ecclesiastiche interessate ma, a nostro avviso, ad almeno due condizioni (forse implicite nel pensiero della CEI, ma che in futuro sarebbe opportuno esplicitare), e cioè che tale consultazione, riferito alle «regioni ecclesiastiche», non riguardi soltanto i vescovi e i loro più stretti collaboratori, ma coinvolga tutto il popolo di Dio, in un dibattito sereno sulle forme migliori per assicurare a tutti i fedeli la doverosa cura pastorale; e che tali indicazioni siano rapidamente esaminate dalla CEI, in modo da pervenire in tempi brevi alle necessarie deliberazioni.

Le ragioni sociologiche di un ripensamento

In vista delle necessarie decisioni da adottare, le ragioni pastorali dovranno avere, a nostro avviso, la prevalenza su ogni altra considerazione (anche riferita a una pur nobile «tradizione»). È tuttavia opportuno tenere conto anche delle trasformazioni della società italiana, quelle già presenti oggi e ancor più quelle ipotizzabili in un non lontano futuro. Intendiamo, qui, fare riferimento ai dati della demografia. Attualmente la popolazione delle diocesi viene calcolata sulla base del numero degli abitanti: criterio questo decisamente accettabile in passato in un Paese, come l’Italia, rimasto a lungo omogeneamente «cattolico», nel quale i non battezzati rappresentavano una ridottissima minoranza. Oggi non vi è più questa stretta corrispondenza. Da una parte cresce il numero dei cristiani non cattolici (soprattutto provenienti dal mondo dell’ortodossia), dall’altra aumenta sensibilmente, fra gli emigrati, il numero dei credenti in altre religioni (islam, buddhismo, animismo, ecc.). Vi sono diocesi che ormai contano percentuali superiori al 10 per cento di non cristiani provenienti da paesi esteri (senza contare i «non battezzati», per effetto di un fenomeno che esso pure si sta diffondendo). Se si considera questo fattore, i dati relativi alle diocesi, soprattutto a quelle medie e piccole, diventano ancor più allarmanti. Sarebbe auspicabile, sotto questo profilo − anche se si tratta di impresa difficile, data la non corrispondenza fra territori diocesani e territori provinciali − nei futuri annuari della CEI indicare il numero complessivo degli abitanti, quello dei cattolici e quello, almeno presuntivo, dei credenti in altre religioni. È certo, comunque, che la dimensione reale di una diocesi attuale è sensibilmente diversa da quella risultante dal dato dei soli «residenti»; e in futuro il fenomeno sembra, a giudizio di pressoché tutti gli osservatori, destinato ad accentuarsi.

Occorre altresì tenere conto dei mutamenti profondi intervenuti nelle comunicazioni e nei trasporti. Aree che in passato erano emarginate − e per le quali la presenza di un vescovo residenziale era necessaria per mantenere i contatti con i fedeli − sono oggi, quasi ovunque, facilmente e rapidamente raggiungibili. Sono dunque possibili − senza dar luogo a un eccessivo accentramento – iniziative che coinvolgano ad ampio raggio un territorio, così da consentire corali momenti di incontro (restando ovviamente valide iniziative specifiche nelle varie aree del territorio).

Va infine tenuto presente il fatto che − per effetto sia della forte riduzione del numero dei presbiteri e dei religiosi, sia delle problematiche relative alla loro specifica qualificazione − sarà sempre più difficile, nelle piccole diocesi, dotarsi di un corpo (oggi ormai necessario, in vista della stessa formazione dei fedeli e dell’evangelizzazione) di biblisti, di catechisti specializzati, di esperti in dottrina sociale della Chiesa, e così via. Il problema è stato in generale avvertito quanto alla formazione dei seminaristi (molti seminari «locali» sono stati, sia pure con sofferenza, abbandonati); assai meno, invece, per quanto riguarda i laici, salvo i percorsi di formazione previsti dagli istituti di scienze religiose, peraltro pressoché unanimemente ritenuti ancora troppo numerosi, e dunque destinati a essere ridotti, soprattutto per assicurare l’alta qualificazione dei docenti.

Si tratta di notazioni da tenere presente, anche se non decisive. Determinante, invece, appare il problema di una più attenta e organica cura pastorale dei fedeli.

Le ragioni pastorali

Sotto il profilo pastorale − che è e deve essere il fondamentale elemento di giudizio circa il futuro assetto delle diocesi italiane − il problema che si pone può essere formulato nei termini seguenti. Qual è − tenuto conto delle ragioni di ordine sociologico dinanzi indicate − il numero minimo di abitanti (cattolici) che consente a una comunità di attuare una efficace e capillare azione pastorale?

La pastorale di oggi − e ancor più quella di domani – esige una serie di strutture sempre più articolate (alle quali corrispondono, nelle piccole diocesi, presenze presbiterali sempre più ridotte e avanzate negli anni). Senza indulgere eccessivamente a quello che potrebbe diventare un «mito», appunto la «specializzazione», non vi è dubbio che operare nei vari ambiti della pastorale potendo avere una relativa disponibilità di tempo esige, a livello diocesano, la costituzione di una equipe di specialisti (dai teologi agli esperti di ecumenismo) non oberati da compiti parrocchiali. In realtà ciò non avviene, soprattutto nelle piccole diocesi.

Non minori difficoltà si registrano per quanto riguarda l’efficacia e la vitalità dei consigli pastorali e presbiterali e, in generale, delle varie consulte, da quelle sull’apostolato dei laici a quella sulla pastorale sociale. Lacune particolarmente gravi − come chi scrive ha potuto constatare nelle sue peregrinazioni nel territorio italiano − si riscontrano negli ambiti della pastorale giovanile (quanti giovani preti in una piccola diocesi?) e, forse, soprattutto in quello della famiglia, «luogo» fondamentale dell’evangelizzazione e struttura portante di una comunità che si apra al futuro. Quanti presbiteri sono in grado di seguire gruppi-famiglia, di guidare «corsi per fidanzati» che non siano astratte lezioni dottrinali, di accompagnare personalmente i genitori nel cammino verso il battesimo dei figli? I laici genitori potrebbero e dovrebbero essere parte attiva in questo ambito, ma dove sono i loro «formatori»?

Né si può dimenticare, in questo stesso ambito, il problema di un’adeguata presenza nel territorio di attenzione alla scuola, di realizzazione di rapporti almeno di «buon vicinato» con le autorità locali, e così via.

È ben vero che a questo insieme di problemi le piccole diocesi potrebbero far fronte con una maggiore valorizzazione dei religiosi e soprattutto delle religiose (che dovrebbero essere invitate a operare più intensamente sul piano pastorale, rinunziando, se necessario, a opere e a istituzioni che ormai possono essere lasciate a una società civile in crescita). Resta però l’insormontabile ostacolo rappresentato dalla scarsezza del «personale di base».

Ampliando la dimensione della diocesi ‒ o comunque realizzando rapporti più stretti fra diocesi viciniori ‒ si potrebbe operare un interscambio di competenze; ma l’esperienza dimostra quando ciò sia difficile, e d’altronde si comprende che i pochi specialisti di una diocesi, costantemente «super impegnati», non possano facilmente essere messi a disposizione di quelle viciniori, in mancanza di un organico collegamento fra di esse.

Concorre ulteriormente ad accentuare la carenza di personale ecclesiastico il numero (quasi ovunque modesto) dei diaconi permanenti e la loro prevalente utilizzazione in ambito liturgico piuttosto che nei campi, loro assegnati dalla tradizione, del servizio della Parola (e dunque della catechesi) e dell’impegno caritativo.

Di per sé la permanenza delle piccole diocesi non dovrebbe impedire questo reciproco scambio di risorse. Ma proprio la sproporzione fra ciò che occorrerebbe fare e il personale che di volta in volta è richiesto per operare non favorisce la stretta collaborazione fra aree che, per la loro relativa piccolezza, avrebbero maggiormente bisogno di uscire dal proprio «particolare».

In presenza di questa drammatica sproporzione fra ciò che sarebbe necessario fare e ciò che effettivamente si può fare, non stupisce oltre misura che diocesi di limitata estensione (ma il fenomeno si estende anche alle medie e talora alle grandi) possano dedicare limitata attenzione alla evangelizzazione dei lontani, nel duplice senso di coloro che si sono allontanati dalla Chiesa e di quanti giungono in Italia, come emigranti, da remoti paesi. Inevitabile, in presenza di una forte disponibilità di risorse umane, rischia di diventare la autoreferenzialità: la cura del superstite «gregge» basta, e sopravanza, rispetto al compito propriamente missionario. Ne soffre, in generale, quella pastorale di ambiente che dovrebbe accompagnare la pastorale territoriale (presenza nella parrocchia e magari nell’oratorio, assenza dalle scuole, dalle fabbriche, dagli ospedali…).

In presenza di questo quadro di insieme sarebbe utopistico ritenere che il semplice accorpamento delle piccole diocesi sia una sorta di risolutore toccasana; ma non vi è dubbio, a nostro avviso, che ne deriverebbe almeno una migliore utilizzazione del personale disponibile ‒ le cui competenze potrebbero arricchire, a rotazione, le ex-diocesi ‒ e, soprattutto, la possibilità di dar vita ad efficienti (e, in quanto possibile, decentrati) centri formazione, ed anche di specializzazione, utilizzando a rotazione le competenze che che le diocesi, riunite, metterebbero reciprocamente a disposizione e che, rimanendo invece divise, avrebbero scarse capacità di esprimersi.

Anche il sistema delle comunicazioni ‒ oggi di fondamentale importanza ‒ ne trarrebbe giovamento: diocesi accorpate e con una popolazione più ampia, potrebbero dar vita, più facilmente che non piccole diocesi, ad un settimanale, una radio, eventualmente una piccola televisione locale. In questo caso, veramente «piccolo è bello», ma non al di sotto di una determinata dimensione.

Una proposta «fuori dal coro»

Su questo sfondo, e sulla base delle considerazioni sin qui svolte, sia consentito ‒ anche in questo caso a nessun altro titolo che quello di laico impegnato nella Chiesa ‒ formulare una proposta che riteniamo innovativa rispetto alla via fin qui seguita e che è consistita sostanzialmente nella unione di diocesi nella persona del vescovo.

A partire dal riconoscimento che ormai nessuna diocesi dovrebbe rimanere, salvo casi particolari, al di sotto di un determinato «tetto» ritenuto ottimale (e sempre tenendo conto dei battezzati e non degli abitanti) l’accorpamento dovrebbe seguire una via diversa da quella adottata in passato.

Restando aperto il problema della denominazione (perché non ipotizzare una arcidiocesi della Tuscia o dell’Irpinia, per fare soltanto alcuni esempi?) si potrebbe ipotizzare la creazione di arcidiocesi all’interno delle quali vi siano un vescovo presidente, tendenzialmente quello della sede più antica o più popolosa, e vescovi vicepresidenti, corrispondenti alle diocesi che si vorrebbero unificare, costituendo così una sorta di «direzione collegiale» del nuovo e più ampio territorio. Progressivamente, nel corso del tempo, a mano a mano che i vicepresidenti vescovi abbandonano l’incarico, essi dovrebbero essere sostituiti da vescovi ausiliari con specifica responsabilità su ciascuna delle diocesi soppresse nella titolarità della loro autonomia, ma sempre presenti di fatto. In tal modo la popolazione della ex diocesi avrebbe sempre un vescovo residente; ma nello stesso tempo dovrebbe essere assicurata l’unità diocesana con unici consigli presbiterale e pastorale, un solo (eventuale) istituto di scienze religiose, unici ‒ almeno per le competenze più importanti ‒ uffici pastorali, unico (eventuale) settimanale, e così via. Molte attività rimarrebbero decentrate, solo le più importanti accentrate nella diocesi-madre.

Adeguatamente preparati al cambiamento, e garantiti circa la continuazione della permanenza del vescovo nel territorio (sia pure in stretto collegamento con il centro-diocesi), i fedeli non dovrebbero opporsi a tale innovazione. Di fatto le iniziative più impegnative ed importanti, e quelle che richiedono una maggiore specializzazione, confluirebbero in modo unitario nel centro-diocesi, mentre ampi spazi di autonomia, nel rispetto di antiche tradizioni, rimarrebbero nelle diocesi unificate.

La fraterna collaborazione tra il vescovo presidente e gli altri vescovi delle ex diocesi unificate, e che comporrebbero insieme il consiglio di presidenza, dovrebbe consentire di armonizzare in tutto il territorio il lavoro pastorale, di distribuire meglio il personale ecclesiastico, di attuare iniziative comuni per la formazione dei laici, uomini e donne.

Con il trascorrere del tempo, i posti resi vacanti dai vescovi che progressivamente abbandonassero il loro incarico potrebbero essere coperti da vicari pastorali residenti, così da rappresentare un punto permanente di riferimento per i fedeli e la continuativa prestazione in loco di servizi che continuerebbero a rimanere facilmente accessibili.

Se poi si ponesse ‒ come è parso intuire dalle citate parole di papa Francesco circa l’elevato numero di vescovi italiani ‒ il problema dei partecipanti all’assemblea della CEI e alle relative commissioni, con un’apposita norma da inserire nello statuto della CEI si potrebbe prevedere che, in caso di accorpamento fra più diocesi, la «nuova» realtà pastorale sarà rappresentata presso la CEI da un solo vescovo.

Con l’occasione ‒ almeno per le diocesi accorpate – potrebbe essere affrontato anche il problema della revisione di confini spesso non più adeguati ai tempi e rappresentanti talora un ostacolo all’azione pastorale.

Il primato della «pastoralità»

Quali che siano i prossimi orientamenti della Conferenza episcopale italiana riguardo al riordino delle diocesi, sembra che non possa essere messo in dubbio il primato della pastoralità. Ciò che importa non sono le attese dei diocesani, le tradizioni del passato, le legittime aspettative degli attuali e futuri titolari delle diocesi. La cura animarum deve essere il valore supremo al quale fare riferimento, anche a costo di scontentare le attese degli uni o degli altri (d’altra parte nessuna riforma, anche in questo campo, è possibile senza scontentare qualcuno…).

È a partire da questo primato che si dovrà serenamente, ma seriamente, valutare il da farsi, tenendo presente il necessario rapporto fra pastorale parrocchiale e pastorale di ambiente, dato che quest’ultima rischia di essere gravemente trascurata laddove prevale l’attenzione quasi esclusiva al territorio. Una migliore distribuzione delle risorse, la riduzione al minimo del personale di curia, la semplificazione delle linee pastorali da seguire dovrebbero rappresentare la cornice all’interno della quale valutare l’opportunità degli accorpamenti.

Sia infine consentita un’ultima raccomandazione, fatta in nome del rispetto dovuto al «popolo di Dio» presente nelle varie diocesi: non si agisca nel segreto degli ambienti curiali ma si affrontino i problemi a viso aperto e si mettano in evidenza anche i limiti delle piccole diocesi, pur difendendone in quanto possibile l’identità (ad esempio adottando i criteri da noi suggeriti per gli accorpamenti). Vi sarà sempre uno «zoccolo duro» di tradizionalisti e di conservatori, ma vi è anche una nuova generazione di uomini e di donne che, pur nel riconoscimento del passato, guardano anche al futuro. Soprattutto di questi ultimi, crediamo, ha voluto farsi interprete papa Francesco.

* università di Parma

** introduzione a cura di Domenico Sigalini

[1] Cf Christus Dominus, n. 28. Il corsivo è nostro.

[2] Cf. Christus Dominus, n. 23.

[3] Cf. Avvenire del 22 maggio 2015, 9.