Johnny Dotti-
Evidenzierò tre dimensioni del nostro compierci come persone nel commento di questi tre paragrafi della lettera di papa Francesco: ascoltare, pensare, raccontare.
Le tre dimensioni convergono tutte sulla propensione educativa della letteratura e in particolare sulla sua specifica attitudine a educare, nel suo compiersi, alla virtù della saggezza. Vero antidoto contro ogni rigida ideologia e ogni fondamentalismo. Compagna indispensabile per tenere a bada pregiudizio e moralismo, ma anche allenamento costante a individuare il tessuto morale nelle trame dell’esistenza umana. Così la letteratura (prosa e poesia) diviene forma agente di educazione, a ogni età, esperienza sempre rinnovata (come si rinnova sempre la vita) della danza tra mithos e logos, tra visibile e invisibile, tra dicibile e indicibile, tra impossibile e possibile. L’esperienza della letteratura non può che aprire alla ricerca umana della verità, per sua natura relazionata, invitandola così a incontrare anche altre arti, perché in fondo l’intreccio della verità con la bellezza e il bene abita nel profondo del cuore umano. L’esperienza della letteratura, sia nella sua accezione di genitivo soggettivo che di genitivo oggettivo, è un processo sempre aperto, teso all’infinito. Necessita infatti non solo del nostro vissuto immediato, ma anche della nostra memoria, della nostra ermeneutica e della nostra disponibilità di condividere ciò che si è letto con altri. Così la voce che si fa parola scritta diviene continuamente epifenomeno del mistero della vita, irriducibile per noi a un giudizio definitivo. Oggi tutto ciò si fa urgente e importante in particolare per le nuove generazioni, esposte a una dittatura monocratica di pensiero e linguaggio diabolicamente mimetizzata nella tanto abusata e stuprata parola «libertà».
La letteratura educa all’ascolto, al pensiero, al racconto
1.1. Ascoltare
Una domanda forse strana: ascoltare è un verbo attivo o passivo? La grammatica risponderebbe senza un attimo di indugio: attivo. L’esperienza della vita con qualche indugio direbbe: attivo e passivo. L’abitudine alla lettura senza tentennamenti direbbe: deponente. Ascoltare è creare un vuoto, perché l’altro abbia spazio nel nostro spirito. Quando ascoltiamo non dovrebbe esserci posto in noi per i nostri pensieri, le nostre reazioni, le nostre possibili risposte, la misura dei nostri tempi e della nostra disponibilità. L’ascolto vero è una porta spalancata. E basta. Quanto è difficile ascoltare! Si tratta di convincersi che le parole dell’altro sono più importanti delle mie, più necessarie delle mie. In tal senso ascoltare educa alla saggezza. La questione dell’ascoltare ha a che fare nella relazione, non solo per chi parla e scrive ma anche per chi ascolta, con la questione della consapevolezza; del proprio essere in comunione con l’essere, con l’essere vivi. La cosa più difficile da percepire per una persona è di essere viva. E forse oggi, in particolare per le giovani generazioni più che nel passato. L’educazione all’ascolto attraverso la letteratura non è altro che il percorso che rende coscienti di essere vivi: è questa la coscienza che si educa e da cui si è educati; è la fonte della gioia.
1.2. Pensare
Si vorrebbe dire subito che educare è agire, intervenire, operare. Che rapporto c’è fra l’educare e il pensare? Esiste un’educazione al pensiero? Oggi si tende a negare l’educazione al pensiero, perché tutto è soffocato e vorrebbe essere annullato dalla tecnica e dalla didattica, che rappresentano senz’altro strumenti e metodi necessari all’educare, all’approccio al pensare, ma non sono in sé educazione al pensiero. Essere istruiti non significa essere pensanti. Essere eruditi, avere tante nozioni, non significa aver aperto l’occhio dell’intelletto sulla realtà. Che cos’è il pensiero? Esiste separato dal resto? In un tempo in cui prevale un pensiero logico-matematico, quantitativo, analitico, ordinatorio, in sintesi “cartesiano”, che alimenta tutta la struttura tecnocratica del nostro ordine sociale, abbiamo il compito di abilitare solo a questo pensiero? Siamo certi che cresceremo in umanità soltanto privilegiando il know how, il come si fa, il funzionamento? La ricerca del pensiero, il suo approccio alla realtà deve per forza essere proposta, come accade oggi, in modo separativo, specializzato, frammentario? Siamo certi che la verità coincida con l’esattezza? Ci si può accontentare di un pensiero che sia solo un concetto, un’astrazione? la risposta è no. Perché l’astrazione e il concetto restringono la semantica della parola e riducono l’espressione del linguaggio.
Educare il pensiero significa anche divenire consapevoli dei pregiudizi collettivi, dei riti – essi stessi linguaggi – che determinano la nostra quotidianità, delle forme sociali che incorporiamo nella nostra vita e determinano buona parte del nostro pensiero consuetudinario. La letteratura è una via fondamentale per alimentare questa consapevolezza. Ad esempio, quello che sembra essere evidente in contesti patologici di miseria, di criminalità diffusa e di devianza, che richiedono spirito e pensiero critico, è il compito preveniente e riparatore che ogni istituzione educativa sempre dovrebbe assumersi. Non è possibile, infatti, affrontare i grandi compiti e le grandi transizioni che la modernità chiede senza pensieri nuovi, intuizioni vive, coraggio per esperienze istituenti che siano in grado di inserire paradigmi adeguati al ritmo accelerato di cambiamento che stiamo vivendo.
1.3. Raccontare
Si potrebbe dire che educare e raccontare sono la stessa cosa. Quasi. Certo hanno molte cose in comune: sono esperienze di relazione, chiedono passione, esigono tempo e pazienza, mettono in campo intelligenza, spirito e cuore. Il racconto è una storia, reale o inventata, passata o attuale, breve o lunga; una forma di comunicazione che normalmente, almeno nel suo inizio, attira sempre l’attenzione. Un genitore che vuole distrarre un bambino da un capriccio o fagli passare un malumore spesso gli dice: «Vieni qui che ti racconto una storia…». Un insegnante che durante una lezione vede affievolirsi o spegnersi l’attenzione dei suoi ascoltatori non ha migliore risorsa che interrompere il suo discorso e dire: «Vi faccio un esempio» o «Sentite questa storia» per vedere le teste rialzarsi e gli occhi puntati su di lui, con un ritrovato interesse e un atteggiamento di attesa. Raccontare è un’arte, come l’educazione. Uno che racconta, in qualche modo mette tutto sé stesso in quello che dice, percepisce costantemente le reazioni di chi lo ascolta e in relazione con esse modula il suo racconto. Insomma, chi racconta mette tutto sé stesso, spesso anche i suoi sentimenti, in quello che dice e la relazione che ne deriva è una comunicazione profonda, molto empatica. L’esperienza del raccontare o dell’ascoltare racconti segna la vita di tutti, soprattutto nell’infanzia, ma anche più in là, molto più in là. Ci sono momenti della vita in cui si passano lunghe serate con amici a raccontare storie condivise, e ognuno aggiunge un particolare al racconto, così che, alla fine, è completo perché ognuno ci ha messo il suo pezzo di ricordo. Nel mondo in cui viviamo, anche nell’azione educativa, sembra non esserci più tempo per il ritmo del raccontare. Tutto deve essere rapido, produttivo, immediato. Più informazione che riflessione, più immagini che parole, più dialettica che dialogo. Il raccontare è tutto il contrario di questo: è tempo disteso e dedicato come se non ci fosse altro al mondo, è come accarezzare il tempo e starci dentro godendone la preziosità; è trasmissione di sapienza di vita più che di informazione. Nel momento in cui le tecniche della comunicazione si fanno sempre più sofisticate e prepotentemente rapide, è importante riattivare, nelle relazioni educative in particolare, questo gesto elementare, questo gioco di parole immemori, antico quanto il mondo, che è il raccontare. Un ultimo aspetto del raccontare è esprimere vicinanza, una vicinanza non distratta da altre cose; un’attenzione piena che soprattutto i ragazzi aspettano da noi. Sembra un’ovvietà dire che oggi soprattutto i ragazzi, i giovani, i figli hanno bisogno non di cose, ma di attenzione, di relazione, di ascolto. Quanto è importante e decisivo per un ragazzo che cresce poter contare su una mano amica! Quanto è delicata la missione di un genitore e di un educatore, e grandissima la responsabilità di accompagnare la crescita di un’altra persona, insegnandogli, o meglio testimoniandogli, il senso vero della libertà.
Johnny Dotti – presidente di è-one abitare generativo
L’intero articolo su Orientamenti Pastorali n.10(2025). EDB. Tutti i diritti riservati.