Il «cambiamento d’epoca», fotografato alcuni anni fa da papa Francesco, impone alla chiesa un ripensamento delle sue prassi e delle sue strutture. Questo processo interessa il ministero ordinato chiamato a ridefinirsi in modo discontinuo rispetto al modello tridentino che pure aveva tacciato nel ‘500 numerosi e importanti sentieri di riforma. Le nuove sfide poste alla chiesa dall’odierno contesto sociale, culturale ed ecclesiale, pongono interrogativi sia sul percorso formativo attualmente in atto nei seminari sia sulla necessità di avviare itinerari di formazione permanente che accompagnino il presbitero nel suo ministero.

 Alla riflessione introduttiva a cura di Enrico Brancozzi e a uno stralcio del discorso di papa Francesco ai partecipanti al simposio «Per una teologia fondamentale del sacerdozio», segue un contributo di Franco Garelli in ordine ai cambiamenti sociali e culturali, con le conseguenti ricadute sul tessuto ecclesiale e agli interrogativi che pongono sulla figura del prete. La formazione ricevuta negli anni di seminario è caratterizzata da un forte carico di lavoro intellettuale, ma la sua esistenza non si è ancora riempita di quelle domande che solo l’esercizio concreto del ministero è in grado di suscitare. Di qui una sorta di spaesamento che, in alcuni casi, porta o al rinchiudersi in una concezione sacrale del ministero o in un affanno pastorale il cui esito è, a volte, il burnout pastorale. Alla luce degli esiti delle indagini sociologiche svolte negli ultimi anni qual è l’immagine che il prete dà di se stesso, e quale la sua immagine ideale?

Nell’immaginario ecclesiale persiste l’immagine di prete delineato dal decreto Cum adolescentium aetas (15 luglio 1563) che, con l’istituzione dei seminari, delineava anche il ministero presbiterale. Ma, sia prima del tridentino che dopo di esso, sono state diverse le raffigurazioni del ministero presbiterale. Una ricognizione dei vari modelli potrà aiutare a cogliere non solo le fatiche del presente ma anche essere di stimolo per una riforma necessaria per il futuro ecclesiale (Giovanni Frausini).

Uno degli snodi più problematici relativamente allo sviluppo di una prassi realmente sinodale è il rapporto tra presbitero e comunità. Si registra, infatti, in alcune esperienze di chiesa una sorta di fatica e di rallentamento nella maturazione delle dinamiche sinodali, dovuta essenzialmente a una crisi nell’esercizio della leadership, interpretato in maniera assolutistica, autoreferenziale o concorrenziale. Situazioni del genere possono ingenerare cortocircuiti che vanno dalla più comune banalizzazione di tutto ciò che può restituire autorità al corpo ecclesiale, al più dannoso e patologico utilizzo dello stesso soggetto comunitario quale palcoscenico per la performance di chi esercita in esso il proprio servizio sacerdotale. Se l’ordinazione presbiterale colloca il ministro rispetto al noi ecclesiale, ridefinendo in maniera nuova e unica le relazioni che egli ha già con quel corpo, c’è bisogno poi che quell’identità si traduca in un esercizio ministeriale che faccia i conti con processi di coinvolgimento, di compartecipazione, di corresponsabilità, di esercizio condiviso del potere. Elementi questi che hanno bisogno di una formazione perché possano essere praticati (Alberto Vanzi).

 

L’emergere del tema degli abusi del clero (non solo in ambito sessuale) ha fatto riaffiorare quello del rapporto tra il prete e il potere. Abusi che troverebbero il loro humus in una struttura gerarchica investita di potere sacro, e che fa sì che sacerdoti, religiosi e vescovi vengano considerati esseri superiori, identificando così la «sacramentalità del ministero» con la «sacralità del potere».

Ogni sacralizzazione del potere va denunziata e perseguita, e ciò non tanto a livello giuridico ma nella formazione dei candidati al ministero, chiamati a comprendere fino in fondo il carattere diakonico, ossia di servizio, che ogni forma di ministerialità è chiamata a vivere (MichaelDavide Semeraro).