Si pubblica un estratto/bozza delle conclusioni alla 67.ma Settimana di aggiornamento pastorale del COP. La versione integrale e definitiva farà parte degli Atti, pubblicati prossimamente dalle EDB nella rivista del COP “Orientamenti Pastorali” n. 11/2017.

 

Siamo partiti con un bel titolo, con grinta e entrando subito nel vivo del tema. La periferia è stata la parola più usata immediatamente, con l’attenzione a non farla diventare uno slogan, ma un principio da cui definire tutto il nostro impegno cristiano, ecclesiale e civile. In gergo classico si dice periferia come principio ermeneutico della nostra vita cristiana, cioè un punto di vista illuminante e decisivo da cui guardare tutta la realtà e ce l’hanno messa tutta i relatori, dal sociologo, al teologo, a coloro che ci hanno illustrato le periferie e si sono posti da questo punto di vista per aiutarci a guardare la realtà e l’impegno credente.

 

Le periferie secondo papa Francesco e secondo le scienze umane

Perché non sia un facile slogan occorre avere uno sguardo a 360 gradi sull’esperienza della periferia cui ci invita da tempo papa Francesco: dalla posizione geografica, rispetto ai centri delle città, dagli stessi centri in cui si emarginano i residenti, dalle periferie esistenziali, fatte di bisogni decisivi, mai ascoltati, dalle disperazioni interiori da cui non riesci più a emergere, alle periferie delle povertà materiali e spirituali, che non si possono mai separare definitivamente; papa Francesco le descrive cosi: «Periferie esistenziali: dove alberga il mistero del peccato, il dolore, l’ingiustizia, l’ignoranza, dove c’è il disprezzo dei religiosi, del pensiero, e dove vi sono tutte le miserie»; per lui il centro è esso stesso uno spazio segnato da tratti di morte.

Si configurano in modi più globali le periferie delle nostre città, dove la rete urbana e umana è fatta di atomi che sono costretti a creare mondi e persone, staccate dalla realtà, separate interiormente e fisicamente dagli altri. Il cellulare ne dà l’immagine più evidente, ottiene soprattutto di isolare non solo i giovani, ma permette fughe dalla realtà anche agli adulti, in un individualismo che è causa ed effetto di questi mondi astratti. La risposta data dal creare mondi di relazione, che è pure meglio dell’atomizzazione, non è sufficiente, perché le relazioni non possono essere qualunque, ma devono essere soltanto buone altrimenti diventano patologiche. Esistono anche le periferie geografiche, senza centro antropologico, ma solo ammasso di case, di vie, di spazi, che non sono quelle geografiche o di povertà materiali. Si sta costruendo una società che taglia a pezzi l’uomo, rendendolo meno di un individuo, senza unità interiore e senza possibilità di emergere da una disarticolazione programmata dai poteri forti, funzionale allo sfruttamento e all’annichilamento delle persone, dove allora la prima e destabilizzante periferia è la persona stessa di ciascuno di noi. Non si può pensare alle periferie dove l’individuo va a fare carità o solidarietà, se non parte da se stesso per ricuperare il centro della sua esistenza, una unità complessa, ma vera e sperimentabile.

La Chiesa qui ha un compito delicato, ma che può egregiamente fare: essere riferimento spirituale di un oltre sentito, sperimentato e condiviso, gratuito e libero, costante e riconoscibile. Rendere praticabile una soglia che apre al mistero, un luogo aperto a tutti, una finestra riconoscibile aperta sull’eternità

Nello stesso tempo mettere al centro la concretezza, come spazio necessario per dare unità allo spezzettamento umano che dilaga, facendosi misurare da una vera periferia, quella delle povertà materiali e spirituali, delle fragilità che creano emarginazione. Spendersi per le varie povertà è un contributo necessario, visibile, concreto, dà unità alle persone.

 

La parola di Dio e la parrocchia per le periferie

La periferia, i poveri, gli emarginati di ogni tipo sono sempre stati al centro della preoccupazione di Gesù. La sua Parola, le sue parabole non ci permettono di glissare o di ritenere secondario qualsiasi periferia dell’umanità che esprima ferite e sofferenza, disagio e solitudine, disperazione e rabbia. Si tratta di seguire il maestro quando va in cerca della pecorella perduta. Se lui decide di andare, se rifà la strada di ogni suo accompagnarsi a tutti, se nella sua ricerca visita gli anfratti delle rocce, i dirupi scivolosi, lì dobbiamo esserci anche noi; noi vogliamo seguire il maestro, non andiamo per farci belli e per farci dire che siamo bravi, ma anche perché noi stessi possiamo essere quella pecorella che si è smarrita o che ha voluto allontanarsi, oggi che le 99 sono fuori e soltanto una può essere rimasta dentro e non siamo certamente noi.

La parrocchia è proprio una istituzione della comunità cristiana che è nata appunto per porre la sua tenda nelle periferie; è la comunità credente presso le case; ha scritto nel suo DNA la tensione missionaria, paradigmatica non solo programmatica, cioè che esige una scelta di base che la pone in missione, fuori, nelle periferie (la Evangelii gaudium fa scuola al riguardo), come chiave interpretativa della scelta di fondo; in seguito solo verranno i progetti. Si deve cambiare lo sguardo prima di fare programmi, I confini allora diventano luoghi privilegiati, le soglie sono luoghi dell’incontro, dove stare ad accogliere, vedere, a imparare, per condividere, per appassionarsi. Ma l’idea madre che ci viene suggerita direttamente da papa Francesco è che la periferia è il punto da cui guardare sempre il centro; come Magellano che guardando l’Europa dal nuovo mondo ha capito meglio la sua Spagna, gli angusti orizzonti, per quanto ben delineati, ma incapaci di aprire al nuovo. Occorre vedere la realtà dalla periferia; questo è far diventare la periferia principio ermeneutico della conoscenza del reale. Non è una categoria, ma una chiave di lettura, una prospettiva e questa ce la dà la storia concreta delle nostre esperienze, per cui è vero quello che dice papa Francesco nella EG la storia è più grande dell’idea. La nostra Conferenza episcopale italiana, modestamente, aveva già avuto queste intuizioni e papa Francesco ce le ridice in maniera ancora più convincente e concreta, più insistente e convinta. Che aspettiamo a mettere in pratica la visione bella di Chiesa e di parrocchie della EG, anticipata in esperienza popolare nelle parrocchie italiane con il documento Il volto della parrocchia in un mondo che cambia (2004)?

 

I focus

Dopo tali indicazioni generali e di ampie prospettive, siamo in grado di guardare alcune realtà che abbiamo voluto privilegiare: i giovani, le carceri, le migrazioni, la strada. Li abbiamo chiamati focus su cui addensare fotografie e riflessioni, esperienze raccontate e ragionate.

 

  1. Giovani: generazione oltre il recinto?

Date per sapute, ma non scontate, alcune fotografie del mondo giovanile, mettiamo in risalto alcune situazioni:

  • la bassissima natalità aumenta in Italia in maniera preoccupante: il numero dei vecchi è altamente superiore ai giovani;
  • l’orientamento dalla scuola al lavoro è appena agli inizi e tenta di superare una inefficienza cronica;
  • la presenza sempre in aumento dei giovani immigrati che condividono la grande assenza di futuro;
  • la famiglia è ancora molto delle regole e poco degli affetti ed è recepita senza dialettica costruttiva;
  • l’intervento formativo educativo trova nella scuola il suo habitat principale che va presidiato;
  • la centralità della dimensione locale dei servizi;
  • la forza delle attività credibili e con ricadute concrete.
  • Esigenza di sostenere con concretezza politiche famigliari per dare ai giovani la possibilità di sposarsi e avere figli

 

  1. Il carcere: il dentro diventa fuori

Il dentro e fuori non fa tanta differenza; sono i pregiudizi che la inoculano. Questa è una periferia che esige:

  • grande fiducia nei ragazzi;
  • capacità di starci a lungo;
  • considerare i ragazzi importanti;
  • si lavora per progetti che migliorano la qualità della vita dentro, per rispettarli da cittadini e non da reclusi, aiutarli a fare esperienze di lavoro esterni;
  • ascoltarli e dare risposte vere, non ingannevoli;
  • esigere molto, ritenerli soggetti della pastorale giovanile, non persone da andare a trovare per fare una buona azione;
  • sognare e lavorare per avere chiaro un oltre la pena. Il carcere non è soprattutto punitivo, ma riabilitativo. Il detenuto non è il suo reato: ha un nome, una storia, dei sogni e dei progetti;
  • essere presenti per aiutare a interpretare la vita, per esercizi di rinascita, di nuovo avvio di esperienze nella comunità cristiana;
  • pedagogia della presenza.

 

  1. Gli immigrati: lo straniero che è in noi

Lampedusa è da alcuni anni il laboratorio più impegnativo, la periferia che ci apre a un’altra grande sofferenza, ferita, che ci obbliga a restituire il minimo di dignità e di possibilità di vita a tante persone, nello stesso tempo ci aiuta a stanare tante banali visioni mediatiche per avere un contatto il più onesto e vero possibile con la realtà dei fatti. Ci sono purtroppo leggi di contrasto sulla immigrazione, crudeli rimpatri in nazioni che si ritengono contro ogni evidenza rispettose dei diritti umani e si può provare che i diritti umani non sono invece rispettati. I volti, le esperienze anche limitate delle comunità cristiane di Lampedusa ci danno l’idea della difficoltà della accoglienza e nello stesso tempo della necessità di un altro punto di vista da cui guardare il fenomeno dell’immigrazione: i loro barconi di morte, i loro viaggi disperati e di torture per essere collocati su bare naviganti. Grande rispetto per tutti coloro che sono dedicati all’accoglienza ordinata, ma anche lucidità per la difesa dei diritti umani.

 

  1. La strada: covo di illegalità e di ingiustizie, luogo di povertà e di abbandono

La, strada come ce l’ha illustrata don Ciotti, è per noi un altro focus, cioè un altro luogo che ci mette davanti alle nostre responsabilità e ci fa riflettere su un’altra periferia.

La strada è da ascoltare, è da vivere, da abitare e ritenere come un altro principio ermeneutico, che ci aiuta a capire la vita e le contraddizioni di essa, sia vita di città che di campagna. Sulla strada ti metti sullo stesso piano di chi vi trovi, anzi spesso ancora meno consapevole della situazione di sofferenza. La strada presenta tutte le ferite umane messe assieme: la violenza, il sopruso, la prostituzione, gli inganni… Occorre aiutare a costruire relazioni buone, a non privare di tutto quello che il cuore umano non può cancellare da sé e offrire la speranza che c’è in noi. Qui dalla strada ci nasce la possibilità di aiutare gli stessi fratelli carcerati per favorire un vero inserimento di vite che hanno ricuperato la dignità persa. Si apre sempre un grande spazio di libertà e di verità, quando la richiesta ha il coraggio di guardare oltre.

 

  1. Una grande esperienza di accoglienza: il Sermig, nell’arsenale della pace di Ernesto Olivero

È la storia di alcune idee e decisioni che hanno avuto il coraggio di interrogarsi sempre e di riorientare le tante energie fatte esplodere in prospettive di accoglienza, formazione, solidarietà, laboratori di cultura che stando dentro periferie, quasi senza sbocco, hanno potuto ridare speranza e far crescere nuove generazioni di giovani e nuove solidarietà di tutti. Tutto legato a una grande fiducia nella Provvidenza che a Torino è sempre stata di casa per la tenacia di santi che hanno trasformato e ricostruito letteralmente una parte importante della città e l’hanno ridisegnata.

 

  1. Le nostre parrocchie nelle loro periferie

La presentazione del lavoro delle parrocchie nelle loro periferie realizza al meglio le attese rilevate dalla lettura della situazione sociologica da cui siamo partiti. Per queste periferie era richiesto un riferimento che va oltre con segni di speranza: concretezza, relazioni qualificate, delocalizzazione delle strutture parrocchiali nelle periferie e attenzione esplicita ai più poveri ed emarginati. Tutto ciò viene realizzato in modi diversi a seconda delle periferie: il terremoto, un quartiere periferico, una città con periferia geografica concentrata nelle case e nelle molteplici fragilità.

Emerge ancora di più, per tutti, che la famiglia è forse la periferia più difficile nella ricerca di quelle relazioni positive che ogni intervento in questo campo deve prevedere e promuovere.

Su tutto è importante non lavorare da soli, avere un laicato formato, corresponsabile e generoso.

Le periferie evolvono e ogni intervento deve essere calibrato sui cambiamenti.